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La fine dell’alleanza, di Ippolito Vincenti Mareri

‘La fine dell’alleanza. Il ricatto diplomatico nel Pacifico’, di Ippolito Vincenti Mareri, Gangemi editore, 2017, pag. 142, euro 16.

La fine del ‘Grande Gioco’ tra la Russia zarista e l’Impero britannico per conquistare influenza in Asia portò nel 1902 alla firma del Trattato di amicizia tra Giappone e Gran Bretagna. Sicuramente, questo successo diplomatico britannico fu poi rafforzato dalla sconfitta dei russi nella Guerra russo-giapponese (1904-’05).

Vincenti MareriCon il trattato Gran Bretagna e Sol Levante riconoscevano l’indipendenza di Cina e Corea, e, contemporaneamente, riconoscevano gli interessi reciproci nell’area, impegnandosi a difenderli dall’aggressione di potenze terze.

Nel suo ultimo libro, ‘La fine dell’alleanza. Il ricatto diplomatico nel Pacifico’, pubblicato da Gangemi, Ippolito Vincenti Mareri ricostruisce la vicenda che portò alla definizione dell’accordo, fino al suo tramonto dopo la Prima Guerra Mondiale.

L’autore, un cultore della storia dell’Estremo Oriente, è nato in Cina e ha vissuto per lungo tempo in Asia: è stato in Giappone ben sette anni, durante i quali ha avuto modo di approfondire la vicenda che qui racconta.

L’alleanza anglo-giapponese venne firmata a Londra il 30 gennaio 1902 da Lord Lansdowne, ministro degli Esteri britannico, e da Hayashi Tadasu, ministro plenipotenziario giapponese a Londra, e fu rinnovata due volte, nel 1905 e nel 1911.

La sua fine venne sancita a Washington, durante la conferenza navale del 1922, e la pietra tombale vi fu apposta il 17 agosto 1923, giorno in cui vennero depositate le ratifiche delle quattro potenze – Gran Bretagna, Giappone, Stati Uniti e Francia – sull’accordo quadripartito riguardante l’Oceano Pacifico.

Fin quando fu in vigore, il trattato ebbe un suo peso. Durante la Grande Guerra il Giappone scortò le navi che trasportavano le truppe neozelandesi e australiane fino in Inghilterra e nel Mediterraneo e appoggiò le Marine inglese, francese e italiana contro gli austro-ungarici, contribuendo a sminare l’Adriatico dalle loro mine.

In questo fitto intreccio di vicende internazionali, documenti ufficiali e retroscena inediti, Vincenti Mareri ricostruisce passo passo il percorso che portò alla fine dell’alleanza, analizzando in particolare il ruolo svolto dagli Stati Uniti e dai dominions britannici. Il Canada, infatti, si era da sempre dichiarato contrario all’accordo perché voleva limitare l’immigrazione asiatica sul suo territorio, mentre Australia e Nuova Zelanda, che appoggiavano le scelte della madrepatria, temevano l’ascesa di una Marina militare imperiale nel Sud Pacifico.

Dopo aver studiato una mole di documenti considerevole, Vincenti Mareri giunge alla conclusione che la fine dell’alleanza anglo-nipponica fu conseguenza delle minacce degli statunitensi, che cercavano di espandere i loro interessi nell’area e allo stesso tempo di garantire la sicurezza delle Filippine. Le mire degli Stati Uniti sulla Cina, in contrasto con quelle del Giappone, spinsero nel 1921 il segretario di Stato Charles Evans Hughes a ricattare l’ambasciatore di S.M. britannica Sir Auckland Geddes: o il Regno Unito si ritirava dal trattato, o il Congresso americano avrebbe riconosciuto la Repubblica d’Irlanda.

La Conferenza di Washington del 1922, a cui i giapponesi furono invitati, portò a un nuovo accordo “denaturato” tra i tre Paesi interessati con l’aggiunta della Francia, che gli Stati Uniti vollero al tavolo delle trattative. La nuova alleanza a quattro affidava la soluzione di ogni controversia con altri attori nella Regione a consultazioni, perdendo in efficacia. In poche parole: “Essa sostituì -scrive Vincenti Mareri – un accordo che invitata due potenze a rispondere combattendo con un accordo che invitava quattro potenze a rispondere con delle chiacchiere”.

Gli anni che seguirono furono carichi di eventi tragici: forse è esagerato asserire che l’alleanza bipartita avrebbe prevenuto gli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ma l’osservazione fatta dell’addetto militare giapponese a Londra, il generale Itami, esprime bene il punto di vista di chi credeva nei benefici dell’accordo a due rispetto a quello a quattro: “L’alleanza è come un ‘Whiskey e Soda’, mentre il Trattato delle Quattro Potenze è una ‘lemon squash’ (spremuta di limone). Ho vissuto abbastanza in Inghilterra per apprezzare di più il primo”.

Segnalazione a cura di Francesca Capitelli