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C’era una volta la Libia
Giordano Merlicco

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Esattamente un secolo fa, nel settembre del 1911, l’Italia dichiarava guerra all’impero ottomano e dava inizio a un conflitto che l’avrebbe condotta ad assumere il controllo della Libia e delle isole dell’Egeo.

Il desiderio di innalzare il prestigio del paese era da tempo uno degli obiettivi della politica estera italiana, ed esso influenzò anche la scelta del 1911. Ma una lunga tradizione risalente a Crispi vedeva nell’espansione coloniale anche un mezzo per risolvere i problemi interni.

Del resto, a cinquanta anni dall’unità, l’Italia era uno Stato per alcuni versi ancora fragile, afflitto da gravi problemi interni e pesantemente condizionato dal divario tra il nord industrializzato e il sud agricolo. Sono i presupposti del rapporto tra Italia e Libia che vengono esaminati con puntualità in “C’era una volta la Libia. 1911 - 2011, storia e cronaca”, a cura di Antonello Biagini, con i contributi di A. Carteny, R. Reali e G. Natalizia.

Questione di rango
Per elevare il suo status internazionale e inserirsi a pieno titolo nell’alveo delle potenze europee, l’Italia seguiva due direttrici, una nei Balcani e l’altra nel Mediterraneo. Questa scelta era certamente dovuta alla sua posizione geografica, ma anche al contesto politico internazionale.

Come spiega Biagini nella sua introduzione, i due scenari erano profondamente connessi; in entrambi i casi, del resto, l’Italia aveva di fronte un impero ottomano entrato da tempo in fase di disfacimento e nonostante i sussulti riformisti dei Giovani Turchi, Costantinopoli non riusciva ad impedire la lenta ma costante erosione dei suoi territori.

Con la guerra di Libia l’Italia sperimentò con successo le proprie capacità e contribuì a determinare l’inesorabile crollo dell’impero ottomano, verificatosi con le guerre balcaniche (1912-1913) e poi con la successiva guerra mondiale.

La conduzione delle operazioni belliche da parte dell’esercito italiano viene narrata con notevole spirito documentario da Carteny (Il 1911 e l’intervento italiano in Libia: dalla relazione breve dello Stato Maggiore Esercito Italiano). Le truppe italiane incontrarono una resistenza superiore alle aspettative, animata dalle locali popolazioni arabe più che dalle truppe ottomane. Secondo i militari italiani la stessa guarnigione turca operava come “una specie di grande inquadratura delle turbe arabe”.

Ma l’esercito italiano seppe dispiegare una strategia di conquista che andava ben oltre la semplice occupazione militare. Gli italiani si preoccuparono di trattare con le tribù, nell’intento di persuaderle a schierarsi con l’Italia, e intuendo l’enorme influenza di cui godevano i capi tribali cercarono di convincerli “con la promessa che sarebbero stati mantenuti nel loro rango, e si sarebbero conferite loro anche cariche amministrative”.

L’Italia cercò inoltre di carpire il consenso della popolazione locale con la realizzazione di opere civili. A tal fine i maggiori risultati furono raggiunti con l’offerta di assistenza sanitaria e con “il rispetto delle loro tradizioni, dei costumi, delle credenze religiose”.

Mezzogiorno
Se la classe dirigente era mossa dal desiderio di innalzare lo status internazionale del paese, per l’opinione pubblica la posta in gioco della politica coloniale era la possibilità di risolvere i problemi interni e, soprattutto, di migliorare la condizione del Mezzogiorno.

Come spiega Reali (Il mito della “quarta sponda” e il dibattito sulla conquista) fu su questo terreno che si scontrarono i sostenitori e gli avversari dell’intervento. Per i suoi sostenitori, la conquista della quarta sponda avrebbe reso meno marginale la posizione del Mezzoggiorno e avrebbe offerto nuove opportunità ai suoi abitanti.

In questo contesto si inserisce la rivendicazione del carattere ‘proletario’ del colonialismo italiano, un concetto diffuso dal nazionalista Corradini e cui Pascoli diede dignità letteraria.

Francia e Inghilterra avevano sostenuto che la creazione dei rispettivi imperi coloniali aveva comportato l’estensione della civiltà ai popoli dell’Asia e dell’Africa. Per Corradini il compito dell’Italia era esportare un suo modello di civiltà, una civiltà del lavoro, proletaria. La teoria del ‘colonialismo proletario’ permetteva di legittimare le ambizioni italiane e, contemporaneamente, si contrapponeva al colonialismo ‘plutocratico’ di matrice francese e inglese.

L‘ultimo capitolo del libro è dedicato alla realtà attuale della Libia e ai rapporti del paese arabo con l’Italia (La politica internazionale italiana e l’ordine nel Mediterraneo). Come spesso accade nelle relazioni di un paese con le sue ex colonie, le relazioni italo-libiche hanno spesso assunto una forte valenza emotiva. Se con la sigla del Trattato di amicizia i rapporti bilaterali sembravano avviati a proseguire all’insegna della cooperazione, i mutamenti in atto e le ambizioni di altri paesi europei sembrano mettere a repentaglio il ruolo dell’Italia.

Di sicuro il perdurare di una situazione di instabilità e l‘ascesa in Libia di un governo incapace di controllare compiutamente il proprio territorio pongono seri rischi per l’Italia. Ma Natalizia conclude con un nota di fiducia, affermando che all’Italia rimane un grande potenziale di influenza, soprattutto se essa saprà utilizzare con coerenza e consapevolezza le risorse e le capacità di cui dispone.

C’era una volta la Libia. 1911 - 2011, storia e cronaca, a cura di Antonello Biagini, edizioni Miraggi, pp. 128, euro 9,90.

Giordano Merlicco è collaboratore dello Iai.