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Un nuovo paradigma scientifico per le relazioni internazionali
Riccardo Cursi

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Molti dei fenomeni che caratterizzano il dominio delle relazioni internazionali appaiono come imprevedibili. Quest’incertezza mostra i limiti degli approcci tradizionali. Non sempre le teorie più affermate riescono a spiegare una realtà sempre più complessa e, anzi, sembrano incapaci di abbandonare schemi mentali non più in grado di dar conto delle dinamiche globali.

Prendendo le mosse da questa critica di fondo alle teorie delle relazioni internazionali oggi più in auge, nel suo ultimo libro, Mondo Caos, Roberto Menotti propone di ribaltare il tradizionale paradigma di ricerca traendo spunto dai più recenti sviluppi in campo scientifico, a partire dalle “teorie del caos”.

Fisica, evoluzione e caos
Il peccato originale degli studiosi tradizionali, scrive Menotti, è di tipo metodologico. Come accaduto in altre discipline umanistiche, si sono ispirati alle scienze naturali e, più precisamente, alla visione newtoniana. Le leggi del moto, per Newton, non possono essere violate o modificate e tale logica, portata alle estreme conseguenze, sfocia nel determinismo: una volta note le condizioni iniziali di un fenomeno, se ne può prevedere con precisione l’esito.

Paradossalmente, sostiene Menotti, il limite nel tentativo di adottare un approccio scientifico in campo umanistico sta nel non abbracciarlo fino in fondo. Gli studiosi della politica internazionale, cioè, rimangono ancorati a una visione che nelle scienze naturali è ritenuta superata. I maggiori fisici del Novecento hanno, infatti, scardinato il determinismo dei loro predecessori. La teoria della relatività di Albert Einstein e il principio di indeterminatezza di Werner Heisenberg ci conducono a conclusioni molto diverse: molti eventi non possono essere previsti affatto, se non in modo probabilistico.

I teorici delle relazioni internazionali devono, dunque, partire dal presupposto che un nuovo paradigma di ricerca, per utilizzare un’espressione cara a Thomas Kuhn, è necessario. Tale paradigma dovrebbe considerare gli apporti della fisica post-einsteiniana e della biologia evoluzionistica. In poche parole, occorre concepire una realtà complessa fatta di caos e casualità, dove i processi non sono lineari e piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono generare notevoli stravolgimenti negli esiti. “Gli esseri umani sono sistemi biologici che si sostentano e si riproducono sulla soglia del caos, immersi in un ambiente naturale e sociale basato sulle leggi del caos”. Una realtà mai totalmente prevedibile, dove i “cigni neri” - gli eventi che differiscono significativamente dalla media, dal titolo di un celebre libro di Nassim Taleb - sono più frequenti di quanto non si creda.

I “puzzle” della politica internazionale
Dopo aver delineato, nel primo capitolo, il suo approccio, Menotti individua cinque temi di attualità nel dibattito sulle relazioni internazionali che ritiene possano essere spiegate più efficacemente in questa chiave. Affronta dunque la questione delle cause dei conflitti, l’eventualità di un governo mondiale, la globalizzazione, gli interventi di mantenimento della pace e, infine, i rischi connessi ai cambiamenti climatici.

Questi temi vengono osservati sotto la lente delle teorie del caos e il risultato è una serie di previsioni, o meglio di tentativi “di proporre risposte secche a domande piuttosto precise”. L’Unione europea, osserva Menotti, non è, almeno nella sua attuale forma, un’alternativa adeguata alla sovranità statuale in quanto ancorata a un’idea di ambiente internazionale costruita alla fine della seconda guerra mondiale e che non esiste più nella realtà.

La guerra, inoltre, è destinata a rimanere un fattore chiave delle relazioni internazionali in quanto l’uso della forza militare rimane una prerogativa centrale degli stati, anche se l’espansione di liberal-democrazia ed economia di mercato lasciano spazio a un “cauto ottimismo”.

La Nazioni Unite non sono in grado di garantire un’efficace governance internazionale e non fanno altro che riproporre, al loro interno, la «frammentazione politica di un mondo fatto di Stati». La globalizzazione, invece, è destinata ad andare avanti assumendo forme diverse e sempre più complesse che difficilmente possiamo prevedere.

Gli interventi di mantenimento della pace possono produrre i risultati sperati soltanto se si accetta la necessità di un impegno pluriennale, sufficiente non solo per ottenere vittorie militari, ma anche per instaurare un ordine nuovo e stabile. Infine, conclude Menotti, è difficile che si vada oltre accordi parziali per fronteggiare la minaccia dei cambiamenti climatici. La migliore soluzione, nel lungo periodo, è quella dell’innovazione tecnologica.

Originale ma incompleto
Quello di Menotti è un approccio originale e coraggioso che mira, almeno nelle intenzioni dell’autore, a scardinare una serie di meccanismi tradizionali dell’analisi della politica internazionale. Dopo aver concluso il libro, però, rimane nel lettore un senso di incompiutezza. Se, infatti, la teoria è ben illustrata nella prima parte del libro e le sue radici sono fondate in un interessante discussione sulla metodologia scientifica, i capitoli successivi non mantengono la stessa efficacia e originalità.

Un primo problema è quello dell’individuazione delle questioni sulle quali testare le intuizioni di Menotti. Vengono messi insieme temi classici delle relazioni internazionali come le motivazioni della guerra, temi di maggiore attualità come l’impatto della globalizzazione e temi di carattere scientifico-ambientale come quello dei cambiamenti climatici. L’insieme è, pertanto, eterogeneo e, in mancanza di un criterio chiaramente definito, la scelta rischia di apparire influenzata da un effetto di selezione.

In secondo luogo, come lo stesso autore ammette, la necessità di sintesi impone una valutazione critica sommaria delle teorie tradizionali. Vengono così soltanto accennati e non pienamente discussi i presupposti teorici che hanno fornito spiegazioni convincenti ai vari “puzzle” proposti e che non scivolano necessariamente nel determinismo.

È il caso, per esempio, del realismo strutturale di Kenneth Waltz, che ha affrontato la questione dell’origine della guerra. Il giudizio di Menotti è che, mancando un consenso generale della comunità scientifica circa l’approccio teorico alla politica internazionale da seguire, quelli oggi utilizzati si sono dimostrati incapaci di spiegarla. Se, però, le teorie sono molteplici, questo non vuol dire che alcune di esse non possano essere solide e altre fallaci. La conseguenza principale dell’assenza di un’analisi approfondita delle teorie più utilizzate è che non sempre le spiegazioni proposte aggiungono contributi significativi a quanto sostenuto da altri autori.

Il libro di Menotti rappresenta, quindi, un tentativo di aprire un nuovo filone di ricerca, interessante ma ancora, per forza di cose, incompleto. Certamente, però, la strada indicata merita di essere ulteriormente approfondita.

Riccardo Cursi frequenta il Master of Arts in Relazioni Internazionali ed Economia Internazionale della Johns Hopkins University. Attualmente svolge uno stage presso l’Istituto Affari Internazionali.

Roberto Menotti, Mondo Caos, Bari, Laterza, 2010, pp. 200, 12 euro.