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Shahid. L’ascesa del terrorismo suicida in Afghanistan
Chiara Sulmoni

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Conosci il tuo nemico, raccomandava Sun Tsu nel suo “l’Arte della Guerra”. Ma nove anni di guerra non sembrano esser bastati, e in Afghanistan l’avversario continua ad eludere la leadership politica e militare occidentale, dimostratasi poco preparata a distinguere tra comandanti talebani autentici e sedicenti tali.

Shahid, Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan (2010) di Claudio Bertolotti, è una risposta agile ma dettagliata agli interrogativi su origini e potenziale offensivo di un fenomeno in preoccupante crescita Una minaccia che se da una parte vanifica le magre conquiste in termini di sicurezza per la popolazione civile, dall’altra compromette il lento e tormentato processo di ricostruzione del paese.

Esperienza diretta
Sulla scorta della sua esperienza diretta, in particolare quale analista Nato e responsabile della sezione di counter-intelligence della missione Isaf a Kabul, Claudio Bertolotti propone una panoramica a 360 gradi sugli attacchi suicidi, dopo aver raccolto testimonianze per quasi due anni (fra il 2005-2006 e nuovamente nel 2007-2008).

Accanto alla valutazione dei dati tecnici sulle componenti degli ordigni, alle valutazioni strategiche, all’identificazione degli obiettivi, alla frequenza e alla loro incidenza geografica, l’autore ricostruisce il contesto in cui prende forma l’atto terroristico inteso “come reazione piuttosto che azione”, sottolineando come il fuoco dell’insurrezione non sia alimentato unicamente dalla presenza degli eserciti stranieri, ma anche dalle alterazioni delle dinamiche interne di una società fondata sull’autorità tribale.

La faticosa democratizzazione in atto viene percepita quale aggressione da parte del mondo occidentale, e chi la favorisce diviene un nemico da combattere.

Ombra mortale
Il terrorismo afgano proietta un’ombra mortale ben oltre la permanenza delle missioni Isafed Enduring Freedom, identificando nei simboli contestati dell’amministrazione di Kabul - esercito, polizia e rappresentanti politici in primis - il bersaglio principale degli attacchi suicidi.

L’analista dedica ampio spazio al concetto di martirio e di jihad, tracciando un preciso profilo psicologico del ‘martire’ (lo shahid appunto) afgano. Su questo sfondo, esamina identità e natura dei vari gruppi fondamentalisti attivi nel teatro, addentrandosi nella ‘grande nazione’ pashtun, la zona franca a cavallo fra Pakistan e Afghanistan, crocevia di idee e precetti estremisti, di combattenti, nonché incubatrice di potenziali attentatori suicidi reclutati grazie all’accorta propaganda antigovernativa dell’opposizione, di cui Bertolotti riporta numerosi stralci.

Di fronte ad uno stallo bellico ormai decennale e a quello che considera un “fallimento relativo” Bertolotti - sostenitore del compromesso per una “soluzione praticabile” - auspica una disponibilità a comprendere logiche e percorsi non condivisi perché “soccombere alla propria superficialità, alla propria ambizione, impedisce di vedere come è solo dal tentativo di capire le ragioni dell’altro che può prendere il via lo scioglimento dei nodi, in ogni conflitto”. Ragioni cui l’autore dà voce attraverso interviste a forze dell’ordine locali, leader tribali, cooperanti e testimoni.

Nel frattempo, mentre il fragore mediatico sollevato attorno a fumosi ed incerti negoziati di pace scema progressivamente, più fragoroso si leva quello delle esplosioni. A prescindere dalla data di ritiro degli eserciti della coalizione, ogni valutazione futura sull’operato dell’Alleanza Atlantica sarà legata anche alle condizioni in cui lascerà un paese “da troppo tempo in guerra”.

Shahid. Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan, di Claudio Bertolotti, Franco Angeli editore (2010).