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Afghanistan: A Military History from Alexander the Great to the War against the Taliban
Chiara Sulmoni

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Otto anni di guerra, e le vittime civili e militari sono in costante aumento. In Afghanistan la sola a procedere disarmata è la comunità internazionale, mentre il refrain più gettonato invita gli Stati Uniti a leggere il passato come un monito e ad evitare gli errori tattici dei sovietici. Con le opzioni militari a dominare il dibattito pubblico, il libro dello storico americano Stephen Tanner "Afghanistan: A Military History from Alexander the Great to the War against the Taliban", (Revised Edition), acquista un interesse particolare. Pubblicato nel 2002, ma apparso in edizione aggiornata nel 2009, il libro rappresenta una lettura completa per inquadrare le circostanze di un conflitto decisivo per la stabilità della regione e, in ultima analisi, per la credibilità della Nato.

Da 2500 anni, l’Afghanistan paga lo scotto della sua posizione strategica al centro dell’Asia. Importante rotta commerciale e ambito bersaglio delle mire espansionistiche dei grandi imperi, poi scacchiera sulla quale potenze regionali ed internazionali impongono la propria influenza, fino a divenire il fronte ultimo della guerra al terrorismo. Da sempre questo suolo è crocevia di eserciti, guerrieri, culture, ideologie. La storia dell’Afghanistan può essere letta come storia militare perché qui, soprattutto, si è combattuto - e resistito - intensamente.

Da Alessandro il Grande fino al 2008. Appoggiandosi ad opere classiche, analisi contemporanee, ma anche a lettere e memorie, Tanner ricostruisce con nitidezza e partecipazione lo scenario di battaglie e assedi; si sofferma su tattiche e strategie, discute il peso che innovazioni come polvere da sparo, Stinger e Predators hanno avuto sull’esito delle ostilità. Fa rilevare l’aspetto logistico, che nell’attuale confronto asimmetrico fra esercito regolare e insurrezione favorisce la guerriglia, più mobile rispetto alle truppe convenzionali, ai mezzi pesanti e alle forze aeree indispensabili per monitorare i movimenti del nemico su un terreno insieme desolato e contratto. Una lettura che sonda la geografia e il territorio, ne intuisce l’incidenza sui combattimenti e penetra la mentalità del guerriero che su questa terra si muove e si plasma.

Ma Afghanistan è anche una ricognizione al di là della linea del fronte. Illustra infatti i retroscena storici, politici e diplomatici di tutte le invasioni straniere e delle lotte intestine per il controllo del territorio, facendo così luce su dinamiche e principi delle alleanze. Ad emergere sono anche fattori come la rivendicazione etnica, il dominio tribale, l’affermazione dell’autorità locale su quella centrale, che possono oggi fortemente limitare i meccanismi della democrazia.

Tanner dedica ampio spazio al movimento fondamentalista talebano, fino a discutere l’opportunità degli auspicati negoziati fra esponenti cosiddetti moderati e governo, sdoganati ormai dalle potenze occidentali quale premessa essenziale ad una exit strategy. Il ‘guerriero di religione’ è un protagonista che si incontra già all’epoca delle battaglie anglo-afghane dell’800 (il ghazi): non un fenomeno recente dunque, emerso con l’invasione sovietica o con al-Qaeda. A questo proposito, l’autore corregge una percezione spesso errata dei mujaheddin degli anni ’80 e ’90 -‘combattenti per la libertà’ nell’immaginario occidentale, ma ‘soldati di Dio’ nella traduzione letterale. La jihad contro l’invasore infedele è parte integrante di questa terra, della sua storia di resistenza. È importante però sottolineare come il movimento talebano sia soprattutto un prodotto specifico dell’anarchia politica e sociale degli anni ’90.

E proprio alla regione che è insieme cuore e polmone dell’insurrezione talebana, il Pashtunistan, Tanner dedica il suo ultimo capitolo. Per spiegare caratteristiche e incognite di un’area presa fra spinte religiose e nazionaliste (i pashtun sono l’etnia maggioritaria cui appartiene anche Karzai). Da qui, passano armi, combattenti, convinzioni, e rifornimenti Nato. Questo è il fronte che i generali alla caccia degli affiliati di al-Qaeda intendono bonificare. Le strategie adottate su questo campo saranno decisive per la sicurezza futura di questa parte dello scacchiere asiatico e per gli esiti della guerra al terrorismo.

Afghanistan contribuisce a riscattare un popolo e un paese che gli stereotipi fanno credere ostaggi di un immobilismo e di un’arretratezza medievale. E che invece sono sempre stati, a dispetto delle tragedie che li hanno colpiti, dinamici e fieri. E mentre di nuovo le potenze straniere ponderano il suo futuro, in Afghanistan si continua a fare la conta dei morti. Più o meno da due millenni. Più o meno da sempre. Tante vite abbandonate lì, fra le lamiere accartocciate di un blindato o fra le ruote di una bicicletta, in un giorno qualsiasi di mercato. I cooperanti occidentali dell’Onu che lasciano la capitale afghana sono emblematici dei tempi a venire. Nei dibattiti sui giornali e alle televisioni, fra le cifre del conflitto srotolate dagli esperti, a brillare per assenza è il destino del popolo afghano.

Afghanistan: A Military History from Alexander the Great to the War against the Taliban, (Revised Edition), Da Capo Press (2009).

Chiara Sulmoni è analista freelance, specializzata in mondo arabo/islamico.