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La strada per Kabul. La comunità internazionale e la crisi in Asia Centrale
Stefano Silvestri

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Una storia terribile e uno sguardo tranquillo: un testo che sembra incarnare lo spirito apollineo a fronte di una natura dionisiaca. Una tragedia greca? Quasi, o forse, poiché si parla dell’Afghanistan e un po’ anche del Pakistan. L’Ambasciatore Minuto Rizzo è stato Vice Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica dal 2001 al 2007, un ruolo che ha interpretato con notevole iniziativa politica e diplomatica, accompagnando e talvolta anticipando il progressivo impegno della Nato “fuori area”, dal Golfo all’Afghanistan. In particolare quest’ultimo, poiché in quegli anni si è progressivamente sviluppato l’intervento della Nato in Afghanistan.

Da questo suo intenso lavoro ha tratto un breve saggio che tratta dei suoi viaggi e delle sue impressioni, in particolare in Asia Centrale, dove oggi l’Alleanza, uscita vittoriosa dal confronto quarantennale con il blocco sovietico, si sta giocando la sua credibilità e forse anche il suo futuro. Ma è un resoconto che non perde mai il senso della misura, e in qualche modo anche del ridicolo che si annida sempre dietro il tragico.

Sin dall’inizio l’autore ricorda come la stampa europea si appassionasse alle vicende dell’orso bruno vagante tra le montagne tirolesi, tra Italia, Svizzera, Austria e Baviera, dei suoi accoppiamenti e del suo destino, proprio quando gravissimi attentati terroristici scuotevano l’Afghanistan ed il Pakistan ed in quelle terre si stava giocando una partita di potere di dimensioni globali. L’esotismo dell’orso a fronte dell’esotismo tribale patano, come se tra le due cose potesse esserci un qualsiasi parallelismo diverso dal senso di estraneità (e dall’ignoranza) della cultura europea.

Minuto Rizzo tenta di squarciare il velo di Maya, ma in modo soft, quasi per osmosi, facendoci dolcemente transitare in una realtà diversa, poco conosciuta, ma non per questo estranea, né tanto meno irrilevante. Una realtà in cui è assistito sia dai grandi autori del passato, come il Byron di “The Road to Oxiana”, naturalmente Rudyard Kipling, ma anche autori meno universalmente noti quali Peter Levi, un gesuita e poeta britannico “che aveva viaggiato per l’Afghanistan degli anni Settanta assieme a Bruce Chatwin e a sua moglie, alla ricerca di eventuali tracce lasciate da Alessandro Magno”, lasciandoci un libro dal titolo immaginifico: “The Light Garden of the Angel King”.

Questa visione colta e raffinata facilita gli sprazzi di comprensione di un mondo difficile e per tanti versi ancora ignoto ai più, e anche in qualche modo alla stessa Nato. Lungi dalla volontà dell’autore di criticare l’Alleanza, ma la delicatezza della presentazione non maschera completamente lo stupore di chi ha visto l’Alleanza impegnarsi inizialmente in Afghanistan senza veramente capire come e perché, sino a quando, nel 2006, ha preso la decisione strategica di espandere la sua presenza nel sud e nell’est del paese, entrando così direttamente in guerra con i talebani e assumendosi l’onere della lotta alla droga, sempre senza valutarne prima correttamente e pienamente le conseguenze.

È la descrizione di un confuso “impantanamento” progressivo, cui non ha fatto seguito, forse proprio perché mancava la consapevolezza politica piena degli alleati, la disponibilità delle necessarie risorse militari ed economiche e un approccio strategico complessivo e coerente (che ricomprendesse anche pienamente le operazioni condotte autonomamente dal Pentagono con le forze della coalizione Enduring Freedom, sempre mantenuta distinta da quelle della Nato vera e propria).

Ma il libro racconta anche di più, a cominciare dall’estendersi a macchia d’olio dei rapporti diplomatici dell’Alleanza in Asia e nel Pacifico, dalla Mongolia al Giappone, all’Australia e alla Nuova Zelanda, sino alla crescente importanza del nodo pachistano e quindi anche, naturalmente dell’India e del contestato nodo del Kashmir, che ha visto l’intervento umanitario dell’Alleanza in occasione del disastroso terremoto del 2005.

Minuto Rizzo non è pessimista, né sottovaluta gli importanti passi avanti compiuti comunque, malgrado tutto, in Afghanistan, ma vorrebbe chiaramente maggiore consapevolezza, a cominciare dagli europei. È quasi palpabile la sua “invidia” professionale (di buon diplomatico) per Ahmet Cetin, ambasciatore ed ex-ministro degli Esteri turco, che fu dapprima il responsabile politico dell’Alleanza a Kabul e poi l’ambasciatore turco ad Islamabad, per l’evidente sua maggiore comprensione delle leadership locali e delle loro regole, e per le “entrature” che riesce a mantenere in ogni direzione. Questo, egli osserva, è il frutto dell’attenzione costante e crescente della Turchia verso l’Asia Centrale, oltre che di maggiori affinità storiche, culturali e religiose.

C’è qui forse un suggerimento. In futuro, per uscire positivamente dalla crisi e continuare con efficacia per la strada necessaria di una maggiore governabilità globale, bisognerà capire di più e meglio, in anticipo se possibile, le situazioni e i paesi, le culture e le ambizioni, dei popoli con cui si avrà a che fare. Il colonialismo è ormai morto e sepolto e non è più accettabile affrontare il domani con lo stesso bagaglio di errori del passato.

Alessandro Minuto Rizzo, La strada per Kabul. La comunità internazionale e la crisi in Asia Centrale, Bologna, il Mulino, 2009.

Stefano Silvestri è presidente dello Iai e direttore di AffarInternazionali.