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Il futuro dell’India e le opportunità dell’Italia
Eva Pfoestl

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“La sensazione che si coglie ovunque in India è quella di un paese convinto di poter raggiungere qualsiasi traguardo e desideroso di impegnarsi per rendere la cosa possibile”. È la visione dell’India che offre Antonio Armellini, ambasciatore italiano a Delhi dal 2004 al 2008, già collaboratore di Altiero Spinelli e Aldo Moro, in L’elefante ha messo le ali. L’India del XXI secolo edito dall'Università Bocconi con un'ampia introduzione di Giuliano Amato.

Il libro di Armellini cerca di spiegare perché la “scommessa indiana” meriti oggi di essere giocata soprattutto da parte dell’Italia, nonostante “il sistema Italia abbia avuto fino ad ora paura dell’India, delle sue dimensioni e delle sue difficoltà. Sappiamo poco dell’India e tendiamo a volte a prenderla sottogamba”.

Per l’autore le contraddizioni che contraddistinguono l’Unione Indiana, spesso incomprensibili per un non-indiano, non nascono né dal caos né dal caso, ma esprimono piuttosto la convivenza tra un passato che ancora incombe e un futuro che sta appena affiorando. Dal punto di vista politico, la democrazia indiana è oggi una realtà sui generis, ben diversa dai modelli europei. Nonostante le sue numerose contraddizioni, il vero miracolo dell’India è di essere il più grande esperimento di democrazia funzionante al mondo.

Caste, tolleranza e integrazione
Secondo Armellini, la summa delle contraddizioni indiane si ritrova sia nel conflitto tra città e campagna che, soprattutto, nelle caste. Il sistema di caste, difficilmente penetrabile da uno straniero, si configura da un lato come espressione massima di discriminazione odiosa e di immobilismo, ma allo stesso tempo anche come strumento, ufficialmente negato, di equilibrio sociale e stabilità politica. Con l’estensione del suffragio universale e la creazione di organismi elettivi anche livello locale, la casta è diventato il gruppo di pressione più forte anche in sede politica. Il paradosso è che la democrazia rappresentativa, espressione massima della modernità indiana, ha dato nuova linfa alle caste, massima espressione di discriminazione e antimodernità.

Analizzando gli strumenti della formazione del consenso – dai media alle Ngo, dai partiti politici ai movimenti per i diritti civili e i diritti delle donne – l’autore non manca di affrontare lo spinoso tema della tolleranza. L’interrogativo cade dunque sui modi in cui l’India shining riuscirà a governare le compatibilità fra logiche di mercato e l’idea stessa di una democrazia, capace di dare spazio a differenze etniche e culturali profonde. Sul fatto che l’India sia multietnica e multiculturale c’e poco da discutere; per lungo tempo la si è anche ritenuta un paese fondamentalmente tollerante. Il messaggio gandhiano, l’interazione positiva fra induismo e democrazia, i principi di non allineamento, hanno fatto sì che l’immagine convenzionale dell’India fosse quella di un paese dotato di grande spiritualità ma anche attento a difendere i valori di laicità e uguaglianza.

Oggi in India esiste uno scontro fra due differenti concezioni della nazione. Una prima concezione che vede nell’India una nazione pluralistica, costruita su ideali di rispetto per le diverse tradizioni regionali, etniche e religiose, e unita dall’impegno per una legalità democratica ed egalitaria. Una seconda concezione, invece, che ritiene l’eccessiva eterogeneità una minaccia per l’unità dello stato, rispetto alla quale l’omogeneità etnica potrebbe costituire un utile antidoto. Aspetti di questo scontro sono presenti, in realtà, anche in molte altre democrazie contemporanee.

Tra karma e arroganza
Armellini reinterpreta il concetto indiano di “karma”, che se contribuisce a spiegare il grande ottimismo con cui gli indiani anticipano, soprattutto nelle relazioni economiche e internazionali, comportamenti da grande potenza, può essere anche considerato alla base di una certa "arroganza" che attraversa il paese. Un’arroganza, come dice Armellini , che più di altri fattori rischia di falsare i processi decisionali e la stessa capacità di guardare in maniera non dogmatica alle proprie possibilità. La stessa arroganza che ha fatto sì che il paese rimanesse a lungo in rapporti difficili con i suoi vicini, specialmente a livello regionale. E che ha impedito di comprendere a lungo come una politica regionale attenta alle esigenze degli altri e priva di tentazioni egemoniche non costituisse un’alternativa, bensì la premessa per l’assunzione di un ruolo di prim’attore a livello mondiale. Arroganza, probabilmente, anche all’origine della scarsa flessibilità con cui l’India ha affrontato il negoziato per la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, e che ha ostacolato a lungo il raggiungimento di un accordo di cooperazione con gli Stati Uniti sul nucleare civile. La stessa, infine, che condiziona il comportamento sulla questione del Kashmir, forse la più importante dal punto di vista politico-strategico.

Nel guardare ai risultati raggiunti in campo economico e alle ulteriori aspettative del paese, l’autore rievoca l’ottimismo che caratterizzò la costruzione italiana dopo la seconda guerra mondiale: quando, negli anni cinquanta e sessanta, le generazioni uscite dalla guerra furono coese nel portare avanti con determinazione il progetto di un’Italia risanata e libera, convinta che non ci fossero limiti alla capacità di cambiare la mentalità delle persone e il volto di un paese. Anche per questo, conclude Armellini, per un paese come l’Italia è sempre più importante riscoprire le affinità con l’India e non aver paura delle grandi opportunità che il suo sviluppo dischiude. Essere parte della sfida indiana è da questo punto di vista, essenziale.

Il libro di Armellini parla dunque di una società che cresce a macchia di leopardo, ma che non sembra in grado di assorbire le proprie contraddizioni: una visione arrogante di sé stessa e del mondo, mitigabile con un maggiore riconoscimento del suo ruolo internazionale. Un’economia fragile ma in via di riequilibro, una burocrazia inefficiente e corrotta, una magistratura che non fa tutto quanto in suo potere per rafforzare lo stato di diritto, con una società civile che solo oggi sta iniziando a prendere coscienza del problema.

Quello di Armellini è dunque un libro utile e molto chiaro, in grado di fornire un quadro dell’India che può soddisfare sia il lettore profano che lo specialista. Luci e ombre di questo grande paese vengono opportunamente messe in risalto dall’autore, che non manca di svelare qualche segreto scoperto durante la sua personale esperienza in India.

A voler sottolineare qualche debolezza dell’opera, tuttavia, si può dire che la questione del rapporto tra sistema di caste e stabilità sociale, anche se presentata in modo brillante e provocatorio, forse non viene adeguatamente giustificata. Volendo esagerare, infatti, si può giungere a dire che anche la mafia ha spesso svolto nella storia italiana una funzione stabilizzatrice. Ma questa non è certamente una ragione sufficiente per ritenere che tali forme di stabilizzazione siano di per sé opportune o, men che meno, necessarie.

Antonio Armellini, L’elefante ha messo le ali. L’India del XXI secolo, prefazione di Giuliano Amato, Università Bocconi Editore, 2008 pag. 397.

Eva Pföstl, è direttrice dell’area economico-giuridica dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V, Roma Email: eva.pfoestl@istitutospiov.it