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L’idea d’Europa nelle relazioni internazionali
Gianni Bonvicini

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È stata una lettura estiva molto gradevole l’ultimo saggio di Silvio Fagiolo L’idea d’Europa nelle reazioni internazionali, il Punto, Franco Angeli, 2009. Non capita molto spesso che un’approfondita analisi del processo di integrazione europea si trasformi in una vivace carrellata di storia contemporanea. Per di più, l’idea d’Europa da Chabod in poi è stato un tema più volte sviscerato ed è quindi difficile affrontarlo nuovamente con una certa originalità. Fagiolo ci riesce collocando la straordinaria avventura europea nel quadro degli eventi internazionali, che in positivo o, più spesso, in negativo hanno condizionato il processo di integrazione e ne hanno determinato i successivi sviluppi: dalla fine del secondo grande conflitto mondiale all’avventata spedizione franco-inglese a Suez nel 1956, dall’emergere della dottrina della risposta flessibile ai primi negoziati sul disarmo con Mosca, dall’inizio della guerra fredda al crollo del muro di Berlino.

Più in particolare l’autore si sofferma a lungo sulle politiche e le iniziative degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa. Questa enfasi sul ruolo di Washington serve a Fagiolo ad un duplice scopo: da una parte dare il giusto peso alla dimensione transatlantica come fattore chiave per spiegare i progressi/regressi degli sviluppi economici, politici e soprattutto militari dell’Unione Europea, dall’altra utilizzare il modello federale degli Stati Uniti come punto di riferimento storico ed istituzionale per misurare la natura più o meno federativa del processo di integrazione europea. Ed è subito evidente, fin dalle prime pagine, che malgrado i progressi compiuti dall’Unione in questi oltre cinquant’anni di tentativi politico-istituzionali quel modello di riferimento è ben lungi dall’essere raggiunto e che, molto probabilmente, esso non lo sarà mai.

Silvio Fagiolo individua nel fallimento della Ced nel 1954 il punto di svolta negativo delle ambizioni europee di procedere verso un modello di federazione all’americana: “il fallimento della Ced mostra che gli europei non sono disposti a perdere, nei loro rapporti reciproci, quel tanto di sovranità militare che ancora possiedono dopo la fine della seconda guerra mondiale…. Da questo momento si apre nel processo di integrazione europea una frattura che segnerà il corso successivo. Europa sarà il veicolo dell’integrazione economica, sospinto soprattutto dal binomio franco-tedesco. L’integrazione politica resterà invece largamente incompiuta, mentre al suo interno la dimensione militare sarà lasciata nelle mani della potenza egemone”.

È interessante notare come sia proprio nella mancanza di una dimensione militare che l’autore individua la differenza fondamentale fra Stati Uniti ed Europa. Malgrado gli indubbi progressi che nell’ultimo decennio l’Unione Europea ha compiuto in questo campo fino alle più recenti decisioni di creare dei battlegroups (d’altronde mai utilizzati fino ad ora) ed al lancio di oltre venti missioni civili e militari nel mondo, non vi è dubbio che, per dirla con l’Autore, “all’Europa manca la spregiudicata capacità militare che è propria invece degli Stati Uniti”.

Di nuovo emerge qui la differenza fondamentale fra storia europea ed americana: per quest’ultima “ la matrice strategica…è nella guerra di secessione, il rifiuto della proporzionalità nella lotta per la sopravvivenza: war is hell”. E quindi, dato che questo non è e non sarà il caso per l’Europa, l’Unione Europea è, per riprendere la definizione di Jeremy Rifkin, una sorta di America della origini, dai caratteri essenzialmente confederali, l’erede di un’America da tempo scomparsa. “Il sogno alternativo - a detta di Fagiolo - per chiunque abbia smesso di sognare l’America”.

Una tesi interessante e coraggiosa, vista da chi ha vissuto dall’interno e per molti anni la difficile storia europea. Non va infatti dimenticato che Silvio Fagiolo, come sottolinea nell’introduzione al libro Mario Monti, è prima di tutto un ambasciatore che ha avuto il privilegio di partecipare in prima persona a gran parte dei negoziati che hanno contribuito, dall’Atto Unico in poi, a mutare in profondità l’assetto istituzionale dell’Unione Europea. È questa anche la ragione che spinge Fagiolo a rivendicare, ricordando con ammirazione la figura di Roberto Ducci, “il lavoro oscuro e anonimo ma fondamentale di negoziato e di redazione nelle successive riletture di quei patti iniziali (il Trattato di Roma, ndr): non artefici della politica europea, ma artigiani che dietro le quinte ne pongono le premesse e ne costruiscono l’impalcatura”.

Esattamente il contrario di quanto ha sempre pensato e detto Altiero Spinelli (come riconosce lo stesso Fagiolo), che nei vari passaggi istituzionali dell’Europa ha sempre visto nella diplomazia e nei rappresentanti personali dei capi di governo un autentico freno a progressi più politici e in senso federale del progetto comunitario. Una diatriba che è destinata a spegnersi mano a mano che il “modello americano” sognato da molti europeisti, diplomatici inclusi, si allontana nella realtà dei fatti e si concretizza in un’Unione che non ha mai avuto la forza di decollare oltre i limiti di una confederazione “rafforzata”.

Silvio Fagiolo, L’idea d’Europa nelle reazioni internazionali, il Punto, Franco Angeli, 2009.