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Una via d’uscita dalla guerra, ma non ancora una strategia per la pace
Emiliano Alessandri

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Il Medio Oriente ha dominato l’agenda internazionale della presidenza Bush negli otto anni passati ed è ora l’area della politica estera americana che richiede forse uno sforzo maggiore di ripensamento e trasformazione. Come altri recenti contributi al dibattito sul nuovo corso internazionale degli Stati Uniti dopo la fine della controversa “era Bush”, anche il libro di Kenneth Pollack propone una serie di lezioni di cui la nuova amministrazione di Barack Obama potrà fare tesoro nei prossimi mesi ed anni quando si cimenterà con le tante questioni ancora irrisolte nel teatro mediorientale.

Ex analista della Cia e membro del Consiglio della Sicurezza Nazionale all’epoca di Clinton, Pollack lega la sua fama più recente all’appoggio che diede, da sinistra dello spettro politico, ad alcune tra le scelte più contestate ed infelici dell’amministrazione Bush, inclusa quella di invadere l’Iraq e rimuovere con la forza Saddam Hussein dal potere. Nel 2002, quando il dibattito era ancora molto aperto sul corso da dare alla politica estera americana in Medio Oriente, Pollack pubblicò un libro di successo, The Threatening Storm, contenente una sezione intera sulla necessità di intervenire militarmente in Iraq. Le tesi di Pollack, poi in parte riformulate e mitigate dall’autore negli anni successivi, ebbero allora un ruolo preponderante nell’influenzare l’opinione dei tanti liberal americani che concordavano su di una risposta militare decisa agli attacchi terroristici del 2001, ma già fortemente scettici e circospetti circa le priorità e le modalità individuate da Bush e dai suoi consiglieri neoconservatori.

È da alcuni anni ormai che Pollack ha ammesso vari errori di valutazione nelle sue analisi e posizioni di allora. Per quanto schierato senza riserve tra coloro che credono che la strategia del “surge” del generale Petraeus stia davvero riportando l’Iraq sulla strada della pace, Pollack è ora pronto ad ammettere che l’occupazione americana dell’Iraq, per come è stata gestita nei primi anni, ha causato più problemi di quanti ne abbia risolti. La tesi centrale del libro, infatti, ruota attorno all’idea che non vi è altra “via d’uscita dal deserto mediorientale” che un ripensamento anche profondo dei modi della presenza americana nella regione e che non vi è altra soluzione ai tanti problemi del Medio Oriente che un ritorno pieno ad una diplomazia attiva e ad ampio raggio degli Stati Uniti dopo la deriva militaristica che ha contrassegnato la politica di Bush.

Ma è proprio nel suo tentativo di stabilire nuovi criteri e nuove priorità che il libro evidenzia notevoli debolezze e carenze, rivelandosi incapace di identificare con chiarezza gli elementi di una vera “Grand Strategy” per il Medio Oriente che vada oltre la risoluzione dei conflitti apertisi negli ultimi anni. La maggior parte dei ben undici principi che, secondo Pollack, dovrebbero ispirare la nuova politica mediorientale degli Stati Uniti, sono, a dire il vero, ragionevoli e condivisibili. Particolarmente apprezzabile è, ad esempio, l’enfasi posta sulla necessità che i governi mediorientali partecipino in modo attivo e pieno al processo di stabilizzazione regionale e che qualsivoglia riforma politica o economica promossa dall’Occidente nella regione veda i popoli mediorientali come soggetti attivi del cambiamento. Notevole, poi, è la sottolineatura della dimensione multilaterale di ogni soluzione alle crisi presenti e future della regione unita alla raccomandazione che il governo degli Stati Uniti ricorra all’uso della forza solo come soluzione estrema.

Ma la solidità di una strategia si misura in base ai principi da cui è guidata così come in base alle priorità che individua. E in questo rispetto, pare che Pollack non abbia colto a pieno le cause ed il significato degli errori di Bush.

Particolarmente deludente è la riluttanza a contemplare una politica americana diversa verso Israele, che ovviamente non metta in discussione quella che è una alleanza storica degli Stati Uniti, ma che riconosca le responsabilità della leadership israeliana nella spirale di instabilità e violenza degli ultimi anni e mesi. A dire il vero, Pollack è pronto a riconoscere che il conflitto arabo-israeliano è stato trascurato dall’amministrazione Bush, la quale solo dal 2007 ha ricominciato ad investire in modo massiccio nel rilancio del processo di pace. Questo riconoscimento, tuttavia, non è accompagnato da una critica della posizione di Bush verso il governo di Israele né delle politiche di Tel Aviv, ma solo dall’appello, piuttosto generico, ad un ritorno ad una diplomazia attiva e coraggiosa. Né Pollack concorda con l’opinione di molti che il conflitto arabo-israeliano continua ad essere una delle fonti principali delle tensioni politiche dell’intera regione, senza che questo porti a concludere che la ripresa del processo di pace sarebbe capace in sé e per sé di avviare a conclusione le tante controversie ancora aperte nel Medio Oriente.

Altre debolezze dell’impostazione di Pollack sono ravvisabili nella incapacità di individuare un vero corso alternativo per quanto riguarda la questione iraniana, che il libro affronta invece ancora come una questione principalmente militare e non tale da rappresentare una priorità politica, oltreché di sicurezza, della politica americana nella regione. Per quanto concerne l’Iraq, il libro è poi stranamente poco dettagliato nell’identificare i contorni di un nuovo approccio, nonostante sia riconosciuto che la strategia di Petraeus potrà continuare a funzionare solo se sottoposta ad un continuo processo di revisione ed aggiornamento.

Tra gli elementi di forza del libro, vi è sicuramente l’enfasi che Pollack pone sull’istruzione scolastica delle giovani generazioni mediorientali come fonte di stabilità politica e non solo di progresso sociale. Lucida, inoltre, è l’osservazione che la dipendenza occidentale dalle risorse energetiche mediorientali è non solo una debolezza strategica del mondo sviluppato, ma costituisce anche un’insidia ad una crescita solida e stabile delle economie della regione.

Nel complesso, il libro di Pollack può senza dubbio essere incluso tra le letture “obbligate” per chiunque voglia seguire l’evoluzione più recente del dibattito americano sulla politica degli Stati Uniti in Medio Oriente. Come contributo al nuovo corso annunciato dal presidente Obama, tuttavia, esso sembra non riuscire ad offrire quella “visione” del futuro della regione che la nuova amministrazione sta cercando di delineare in questi mesi.

A path out of the desert: a grand strategy for America in the Middle East / Kenneth M. Pollack. - New York, NY : Random House, c2008. - xlv, 539 p. - ISBN 978-1-4000-6548-6