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Israele e Palestina tra demografia e politica
Maria Grazia Enardu

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Tra le tante chiavi di lettura del lungo conflitto tra israeliani e palestinesi c'è la demografia: vengono riportati numeri degli uni e degli altri e tracciati scenari in cui la parola chiave è sorpasso: quello che i palestinesi, demograficamente, compiranno sugli israeliani, prima o poi. Numeri maneggiati spesso senza perizia e per sostenere il proprio argomento o scelte politiche, come il ritiro da Gaza del 2005, o per dibattere il dilemma tra demografia e democrazia.

Sergio Della Pergola, demografo dell'Università Ebraica di Gerusalemme, ha scritto un libro che mette ordine in tutto questo: è un libro che, con chiarezza e leggibilità, propone alcuni punti fermi nel complesso universo di Israele e quasi Palestina. Complessa soprattutto la componente israeliana, perché è a sua volta composta da gruppi molto più eterogenei, per provenienza di origine, per differenziazione politica, etnica e religiosa (un quinto degli israeliani non sono ebrei, ma arabi e in maggioranza musulmani).

Un insieme di tessere che Della Pergola descrive rapidamente e ricompone per ricostruire il quadro storico e proporre possibili scenari. Gli ebrei di Israele hanno un tasso di natalità molto alto, il più alto dei paesi sviluppati. E ancora più alto è quello dei palestinesi di Gaza e West Bank, con gli arabi israeliani in posizione intermedia.

Il quadro proposto arriva al 2050, un'eternità in termini demografici, e quindi ha un'ampia banda di oscillazione, ma - salvo eventi del tutto imprevedibili - si arriva a una chiara conclusione: nell'area ex Palestina britannica ci sarà il sorpasso dei non ebrei sugli ebrei. Si arriva, in ipotesi media, a una previsione di popolazione ebraica allargata (compresi circa 500mila non ebrei in famiglie ebraiche) di circa 8,7 milioni, a fronte di 14,6 milioni di palestinesi - e compresi 3,1 milioni di arabi israeliani. Più vicino, la previsione del 2020 vede 6,7 milioni di ebrei e 7,6 milioni di palestinesi, compresi quasi 2 milioni di arabi israeliani.

Ed è quando il demografo va sul terreno della politica che il lettore viene accompagnato a visitare le prospettive, con le possibili varianti. Tutto dipende da quali scenari si vorranno attuare, o in quali scenari si scivolerà per inazione. Fanno capolino idee ormai dimenticate, come l'opzione prevista dal piano di spartizione Onu del 1947 (ebrei che diventano cittadini palestinesi, arabi che diventano israeliani, e senza muoversi) ma anche la più nota ipotesi degli scambi di territorio tra le parti, magari in triangolazione con l'Egitto.

Uno scambio territoriale prioritario dovrebbe coinvolgere gli arabi di Gerusalemme est (che votano solo nelle elezioni municipali) e quelli del cosiddetto Piccolo Triangolo (quindi cittadini israeliani), situato tra il mare e l'ex Linea verde, a nord di Tel Aviv: due punti in cui si concentrano quasi mezzo milione di arabi. Ma il secondo gruppo è assolutamente contrario all'idea, che incontrerebbe comunque altre enormi difficoltà. Un confine rispunta inoltre, con modifiche certo non felici di quello ante 1967, sotto forma di barriera di separazione - che di buono ha almeno una cosa, il ripristino del concetto di linea tra il qua e il là.

Cifre e ragionamenti che vanno considerati anche in termini di risorse, come l'acqua, e di economia, ovvero prospettive di lavoro. Oggi, metà dei palestinesi ha meno di 15 anni. Anche i loro tassi di natalità scenderanno, ma rimane oggi il problema di dare una soluzione economica e non solo politica a un enorme numero di giovani palestinesi che hanno un alto tasso di istruzione, e quindi di aspettative frustrate.

La panoramica demografica porta a un capitolo che ordina i possibili scenari. La terra unica e omogenea, ovvero il disastro dell'una o dell'altra parte. Poi, e trascuriamo gli inestricabili diritti storici, la prevalenza attraverso la forza, ma la guerra o lotta permanente sono comunque soluzioni impraticabili. La subordinazione da parte di una terza forza sembra da escludere. Rimane la fine delle identità, che appare perlomeno prematura, e soprattutto rimane il compromesso, territoriale con due Stati, funzionale con una forma di federazione.

Della Pergola passa infine a tratteggiare le due logiche. Israele e il "raccoglimento" (hitkansut), ovvero il ritiro da Gaza e possibilmente da parte o tutto il West Bank, per consolidare l'identità ebraica, storica e civile. Poi i palestinesi e la logica della tregua (hudna), che non è certo smobilitazione, ma può permettere di dirigere le energie verso una soluzione del problema dei profughi, un rinnovamento della leadership e magari una modernizzazione in senso pluralistico dell'Islam. C'è un ruolo che l'Unione Europea può ricoprire, non solo politico ed economico, ma soprattutto con l'esempio di un progetto comune come rinuncia a parte dei progetti dei singoli.

L'epilogo del libro ripercorre gli errori del passato: la mancata proclamazione di uno Stato palestinese nel 1948, la mancata telefonata degli israeliani dopo la guerra dei 6 giorni, ma soprattutto ribadisce che la priorità israeliana è la preservazione della democrazia e della predominanza dei valori ebraici, mentre quella palestinese è la creazione di uno Stato. Solo la separazione in due Stati può impedire alla demografia di alimentare il conflitto. Ma non è chiaro se esista la buona volontà e la capacità politica, delle due parti, per arrivare alla fine del conflitto, per scegliere tra visione e disastro. Il libro che, con grande chiarezza e passione, ha usato la forza dei numeri per parlare di politica finisce così per indicare, in modo implicito, il più grande dei nemici dei due popoli: la debolezza della politica.

Sergio Della Pergola, Israele e Palestina, la forza dei numeri - Il conflitto mediorientale fra demografia e politica, Il Mulino, Bologna 2007.