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Il mondo secondo le Carré
Nicola Minasi

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Ad uno che, per sua stessa ammissione, è vissuto d’immaginazione grazie all’inganno dello scrittore, che inventa storie per farle sembrare vere, chiedere un’opinione sul mondo dei suoi romanzi può essere inutile o azzardato. Ma se quello scrittore è David Cornwell, meglio noto come John le Carré, e il libro in cui cercare le risposte è il suo ultimo “The Pigeon Tunnel - Stories from My Life”, la tentazione diventa molto seria e quasi irresistibile.

I ricordi personali non sono tutti inediti, ma l’aspetto avvincente, per non dire ammaliante, è l’intreccio che ne fa le Carré, con uno sforzo di memoria e immaginazione. La memoria, dichiara, è tanto invenzione quanto ricostruzione e nel gioco delle ombre fatti e fantasia, menzogne e confessioni si accavallano e si bilanciano, diventando una cosa sola. E allora, specialmente quando la carrellata di ricordi abbraccia tutta una vita, e ha il sapore di un bilancio nel tempo e nello spazio, tra Europa, Asia e Africa, uno può legittimamente cercare di ricostruire l’opinione sul mondo di ieri e di oggi, rubando tra i giudizi disseminati nel libro. Quello che viene fuori non è una “teoria delle relazioni internazionali secondo le Carré”, ma una riflessione stimolante sul mondo che, nei romanzi, diventa la scena per le proprie spie e personaggi.

Su e giù per la Guerra Fredda
Le Carré non risparmia gli spunti sul nostro tempo e, specie nella prima parte, percorre con disinvoltura 70 anni tra prima e dopo la Guerra Fredda. Dopo avere spiegato che non è stata l’iniziale carriera di spia a dare la spinta allo scrittore, e che l’obbligo originario di pseudonimo gli ha fornito una prima copertura, poi “bruciata” dai colleghi, il racconto prende il largo abbastanza presto, addentrandosi nei paradossi della Guerra Fredda con la prima esperienza in Germania, conosciuta prima e dopo il Muro. Qui la preparazione germanistica di le Carré, che già nel primo romanzo si era ispirato ai temi classici della letteratura tedesca, viene fuori in tutta la sua capacità di analisi.

Nel Dopoguerra, e fino agli anni ‘60, assegnato a Bonn, diventa il confidente di politici e personaggi della nuova Repubblica Federale, ma si accorge subito della presenza necessaria di funzionari riciclati dal nazismo. Analizza gli effetti delle leggi di Globke, il collaboratore di Adenauer che consentì a tutti i funzionari pubblici di riprendere il posto lasciato con la guerra, con le relative promozioni, e racconta della frustrazione delle generazioni più giovani di fronte ad un passato che non passa. Per questa Germania costretta a riunire la voglia di rinascita con gli obblighi della “realpolitik”, le Carré prova simpatia per la fatica fatta per rialzarsi in piedi. Alla Germania di oggi le Carré riconosce di avere dato un esempio umanitario “eccezionale” e di essersi affermata come “un Paese democratico e non aggressivo”, con cui la stessa Gran Bretagna ha perso la capacità di confrontarsi. E il non detto vale quanto è stato detto: se la Germania ha dovuto lavorare per mezzo secolo col proprio passato per rialzarsi, pescando per quanto drammatico nel grosso dell’apparato nazista, quale lezione viene per la Siria, o per l’Iraq? E’ stato saggio cancellare senza riparare? Le Carré non affronta il tema, ma il paradigma tedesco e il modo in cui lo utilizza sembrano eloquenti.

Gli Usa non compaiono spesso nel libro, ma le Carré si lascia sfuggire un giudizio tranciante: ”gli Usa hanno delegato interi settori della propria politica estera alle proprie spie” e “fin troppo spesso negli ultimi anni”. Ne è prova anche la prigionia di un innocente a Guantanamo (le Carré se n’è ispirato per un romanzo) e, altrove, la considerazione che probabilmente molti, nell’apparato di sicurezza americano, avranno rimpianto che Snowden non si sia liberato la coscienza limitandosi a scrivere un romanzo, un peccato tutto sommato veniale, in cui sono incorse altre spie-scrittori britanniche (Graham Green e Compton Mackenzie).

Sulla Russia, le Carré si rivela più sottile. Due viaggi prima e dopo l’’89 gli hanno dato la possibilità di trovare le differenze e scoprire il mondo nuovo, ma il suo verdetto guarda decisamente alla storia profonda: “Ciò che la psiche collettiva russa teme di più è il caos; quello che sogna è la stabilità; quanto la terrorizza è il futuro sconosciuto”. Anche se non lo cita mai, sembra un’analisi perfetta del fondamento e dei limiti della forza di Putin. Nel libro si trova anche un bel ritratto di Primakov, ex capo del Kgb, Ministro degli Esteri e Primo Ministro, che gli racconta come Saddam Hussein avesse cercato una via d’uscita per lasciare il Kuwait senza cacciarsi in una guerra. La risposta della Thatcher e degli Usa sarebbe stata che serviva comunque una lezione. Non sappiamo se Primakov abbia detto la verità all’autore, ma comunque l’Urss non mise il veto all’intervento contro l’Iraq al Consiglio di Sicurezza.

Di Israele e Palestina le Carré parla con un tono decisamente interiore, da teatro della coscienza. Simpatizza con i giovani palestinesi, si trova ad incontrare e a ballare con Arafat (che differenza con il faccia a faccia di Oriana Fallaci!) e cita persino alla Thatcher il dramma dei profughi nel Libano del Sud. Ma non ignora la piaga del terrorismo e nel deserto israeliano scopre la difficoltà di un colonnello dello Shin Bet, sopravvissuta a Dachau, che non riesce a parlare in tedesco ad una terrorista detenuta, anch’ella tedesca. Semplicemente perché, col suo passato, usando il tedesco nella prigione non potrebbe “fidarsi di se stessa”.

Intelligence o diplomazia?
Un tratto costante e gustosissimo, in tutto il libro, è il modo in cui le Carré impiega i termini dello spionaggio per descrivere situazioni personali, da quelle più ordinarie ai momenti più delicati della propria vita: i capitoli sulla famiglia, la descrizione del padre e la fuga della madre, sono toccanti e magistrali. Altrettanto colorito è il gioco di equivoci per cui sconosciuti e conoscenti, da Capi di Stato a comuni lettori, lo interpellano di continuo come una spia vera, chiedendo pareri che non può dare e contatti che non può assicurare.

C’è anche delizioso incontro al Quirinale con il Pres. Cossiga, “accompagnato da un esercito di uomini in grigio”. In questo gioco, dove a le Carré capita pure, da “laico”, di assistere per davvero un disertore, sorge la domanda di cosa sia davvero oggi “intelligence”. Non solo perché viviamo nell’epoca dei “big data” e della manipolazione di Internet, ma perché le esperienze citate da Le Carré non sembrano particolarmente segrete. Il racconto dei primi anni in Germania descrive la normale attività di un diplomatico: conoscere e coltivare contatti tra gli uomini politici, portarli nel proprio Paese, studiarli e coinvolgerli. È un lavoro da spia? Le Carré non si diffonde, ma se è vero che le informazioni sono ovunque, è chiaro che non sono solo i servizi segreti a raccoglierle ed analizzarle. E allora, se vogliamo, per fare gli interessi di un Paese serve un po’ di “intelligence” dappertutto: ben prima di Wikileaks aveva fatto scandalo, anni fa, che i diplomatici Usa all’Onu avessero raccolto foto e informazioni dettagliate sui membri delle delegazioni nordcoreane. Ma niente di più scontato, se la gestione della conoscenza è un’arma, in questo come in qualunque settore dove c’è competizione.

La Gran Bretagna oltre l’Impero: una sfida che continua
Comunque sia, apertamente o in sordina, il Paese protagonista del libro resta sempre il Regno Unito. Ciò non perché l’autore è inglese, ma perché il suo curriculum scolastico impeccabile, che lo porta nel mezzo dell’alta società, da Oxford (dove ha studiato) ad Eton (dove ha insegnato), gli dona uno sguardo disincantato dall’interno. Le Carré non fa mistero di avere ottenuto un’istruzione di prestigio perché i genitori volevano assicurargli un’ascesa sociale anche oltre il proprio livello. In un passo dichiara quasi con insolenza che, malgrado la sua provenienza, grazie alla scuola “avevo il linguaggio e le maniere delle persone rispettabili inchiodate dentro di me”.

Forte di questo passaporto sa, come molti come lui, che l’ingresso nella più esclusiva delle istituzioni britanniche prelude al servizio dell’Impero nei quattro angoli del mondo, ma capisce ben presto di confrontarsi con una realtà diversa. E nel nuovo contesto scopre che molti esterni all’ “establishment” non sanno più capirlo, mentre molti interni non sanno più servirlo, per un misto di presunzione e classismo. Da questo dissidio, che diventa anche un problema morale, le Carré emerge come il personaggio che, pure allevato nel cuore del sistema, alla fine si rifiuta di giocare una parte all’interno, per diventarne indipendente. Le Carré non risparmia le critiche al controllo dell’informazione, alla critica letteraria ed al protocollo di titoli e onorificenze (“è quello che più detesto del nostro Paese”).

Nel distacco generale, tuttavia, le Carré si mantiene leale e, non tradendo il sistema, ne mostra proprio il lato migliore. Nel libro spiccano del resto due traditori: Kim Philby, spia sovietica nel cuore dei servizi inglesi, e il padre dell’autore, un truffatore carismatico e impenetrabile. Tra i due esempi in contrappunto si colloca proprio le Carré: malgrado le tragedie personali, al contrario di Philby (a Mosca le Carré si rifiuterà anche d’incontrarlo) rifiuta l’arte dell’inganno, mentre con la separazione dal padre, alla fine, si consacra solo all’inganno dell’arte.

John le Carré, "The Pigeon Tunnel. Stories from My Life", Penguin Books, 2016.

Nicola Minasi, Diplomatico, Coordinatore per le Infrazioni e gli Aiuti di Stato presso la Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Ue a Bruxelles.