L’Ue chiama ‘time out’ per l’Italia

13 Mar 2018 - Dal blog Spigoli di Giampiero Gramaglia

L’Europa chiama time out per l’Italia: dopo il voto del 4 marzo, le Istituzioni e i Paesi dell’Ue applicano la regola del Gioco dell’Oca dell’Unione: fermi un giro, quando si vota, perché, consumate le esasperazioni della campagna e le ansie dello scrutinio, c’è da mettere su un governo che, se possibile, duri. E i 27 sanno che può volerci del tempo: 500 e più giorni per i belgi, che senza governo esercitarono persino un’inappuntabile presidenza di turno del Consiglio dell’Unione; un sacco di mesi per gli olandesi; e – è storia di questi giorni – più o meno sei mesi ai tedeschi, che di solito se la cavavano in fretta.

Le apprensioni ci sono: l’Italia, un tempo alfiere dell’europeismo, è l’unico Paese del nucleo duro dell’integrazione ad avere votato a larga maggioranza, oltre tre elettori su cinque, quasi due su tre, per partiti apertamente euro-scettici. Nelle elezioni del 2017, gli euroscettici hanno preso un terzo dei voti in Francia al ballottaggio delle presidenziali e una manciata di seggi alle politiche, più o meno un voto su sette in Olanda, un po’ di meno in Germania.

Ma nessuno, a Bruxelles, a Parigi, a Berlino, tanto meno a Londra, metterà fretta a Roma, almeno per tutta la primavera. A tirare per la giacca gli italiani loro amici saranno gli interlocutori europei dei vincitori del 4 marzo, che sono però ovunque all’opposizione, ad eccezione di Paesi del Gruppo di Visegrad e in parte dell’Austria.

In attesa di un governo, la Commissione di Bruxelles chiuderà un occhio sul Def, accontentandosi di quel che si sentirà di dirle il governo in carica ‘in prorogatio’; e nessuno metterà nell’angolo l’Italia, costringendola a decisioni di lungo periodo sul bilancio dell’Ue per il periodo 2020/2027, sulla difesa, sull’immigrazione.

La pausa italiana, in fondo, viene comoda pure a Francia e Germania, che devono ri-rodare l’intesa, adesso che il patto di governo tedesco è stato ridefinito. Macron sperava, forse, che dalle urne gli uscisse un interlocutore italiano a sua misura – e non è stato così -. La Merkel si faceva meno illusioni, lei che, da Prodi a Berlusconi a Monti a Letta a Renzi a Gentiloni, di premier italiani, non sempre affidabili, ne ha già visti arrivare a Berlino una processione.

L’Europa non è andata in tilt il 5 marzo. Un po’ perché, per il momento, tutto è ‘business as usual’ e, magari, il cambiamento possibile non è stato percepito a pieno. Un po’ perché in fondo gli italiani se la cavano sempre. E un po’ perché a non contare sull’Italia la Francia, la Germania e gli altri nostri partner veri stanno magari facendoci l’abitudine. L’Italia è un grattacapo, non un dramma.