Copyright: alt riforma salva memecrazia

9 Lug 2018 - Dal blog Finestra sull'Europa di Studenti FiSE

Giovedì 5 luglio il Parlamento europeo ha bloccato la riforma sul copyright. Con 318 no, 278 sì e 31 astenuti la discussione è stata rinviata a settembre, quando si svolgerà la prossima sessione plenaria. Gli utenti della rete possono continuare a navigare con tranquillità, Wikipedia è tornata e nessuno dovrà pagare una tassa sui meme o sulle condivisioni di articoli. Cosa che, per inciso, è ben lontana dall’essere il vero scopo della riforma.

La ‘Link tax’ era stata proposta nel 2016 dalla Commissione europea con l’obiettivo di creare un “mercato unico digitale” nel Vecchio Continente e aggiornare le norme relative al copyright, che risalgono al 2001, quando non era ancora nato nemmeno Friendster.

La discussione sulla direttiva era stata per lo più interna alle Istituzioni e di basso profilo mediatico fino al 20 giugno. Con l’approvazione degli emendamenti da parte della Commissione giuridica dell’Assemblea comunitaria, il dibattito pubblico si è però infiammato, in particolar modo intorno agli art. 11 e 13, riguardanti rispettivamente l’obbligo di riconoscimento economico dei contenuti diffusi dalle piattaforme e l’installazione, a carico dei gestori, di un filtro per impedire il caricamento online di materiale protetto da copyright.

Appare chiaro come la riforma riguardi più il rapporto tra piattaforme online e editori, che gli utenti finali. La stessa Wikipedia, in sciopero dal 3 luglio, non è coinvolta dal provvedimento in quanto dall’art. 11 sono esclusi gli utilizzi privati dei link e il loro uso non commerciale, come avviene per tutti i progetti Wiki. Preoccupazioni maggiori desta l’art. 13, che, mirando a bloccare preventivamente le violazioni del diritto d’autore, potrebbe introdurre una censura sui contenuti: che sia un ulteriore tentativo di limitare la pirateria informatica a discapito della libertà d’espressione?

Basti pensare che, se l’art 13 fosse già in vigore, non potremmo dirci dispiaciuti col meme di Dawson o confusi con la gif di Vincent Vega. Ma per editori ed etichette discografiche la questione è più complessa di così.

Anna M. Colacori