Ong, una reputazione massacrata

5 Lug 2018 - Dal blog Con-te-sto di Maria Laura Conte

Due fatti e un’opinione. Fatto uno, anno 2017: mi invitano in un’università a parlare di migranti, rifugiati, di progetti di sviluppo in Africa e Medio Oriente. Racconto le nostre storie e alla fine mi si avvicinano tre, quattro, cinque studenti. Mi chiedono come fare a lavorare per una Ong, se possono venire subito con noi da qualche parte. Impazienti, non mi mollano.

Fatto due, anno 2018: torno da un viaggio, rientro a piedi, trascino il trolley, incrocio una vecchia amica, ci siamo perse di vista, non sa più dove lavoro, vede la valigia e chiede: “Che fai?”. “Lavoro per una Ong”, rispondo. La sua faccia allegra si trasforma in un istante, si dipinge di sorpresa mista a diffidenza e il pesante giudizio negativo non si trattiene ed esplode tra le sue rughe. Avessi detto che lavoro per una banda di criminali nemici della patria la reazione sarebbe stata uguale.

Che cosa è successo in mezzo? Solo questione di generazioni o di contesto?

L’opinione: che la parola Ong sia veramente inadeguata, perché non definisce che cosa un’organizzazione fa, ma che cosa non è, lo si sapeva. “Organizzazione non governativa” sembra una excusatio non petita, quindi un’ammissione di colpa. Ma che negli ultimi mesi sia stata sepolta da palate di fango è evidente. Che ci siano state responsabilità effettive di qualcuno? Siamo disposti a riconoscerle, nel caso, sicuramente ad aprirci all’indagine.

Ma per il resto, per la “reputazione” massacrata, come fare? Abbiamo già perso? Sembra di sì nell’immediato. Ma chi lavora – sul serio – sul terreno in mezzo agli ultimi del pianeta, sa che i processi sono lunghi. I cooperanti stanno quotidianamente in mezzo a storie e notizie fatte di carne e ossa, ma quasi non se ne rendono conto, perché sono “settati” sul rispondere al bisogno che incalza di fronte, non sul raccontarlo.

Mentre chi spala fango mediatico oggi ha un’abilità comunicativa strepitosa. Gli bastano poche sillabe. Un esempio? “E’ finita la pacchia”: questa parola ha stravinto, traballa l’Europa. Proviamo a rispondere con la descrizione dei nostri progetti? Si appisola anche il più vivace ascoltatore, non funziona. Allora gridiamo forte anche noi, sempre più forte? Proviamo a dire che le Ong non sono tutte uguali? Ma anche nella comunicazione il gioco vincente è non fare distinguo – cosa per raffinati – ma mettere tutto insieme, confondere. Le Ong agiscono in modi diversi e hanno mission diverse, ma questi sono dettagli.

L’importante è farle fuori tutte, con loro eliminare ciò che è “altro” e introduce un dubbio. Di più: una ferita. Pure dimenticandosi il prezzo che poi resta da pagare screditandone la capacità di azione e l’impatto sull’intero tessuto sociale. Ancora nessuno l’ha misurato. Resta comunque un dato: chi lavora con i vulnerabili per non lasciarli più nell’ultima fila, ha risorse nascoste. Aspettiamoci sorprese.