Steve Bannon testimonial spigoloso dell’Italia populista

29 Mag 2018 - Dal blog Spigoli di Giampiero Gramaglia

È stato in Italia prima delle elezioni, ci è tornato per salutare la nascita di un governo populista -appuntamento abortito-, assicura di volerci di nuovo venire per la prossima campagna elettorale: Steve Bannon, ex stratega della campagna elettorale di Donald Trump e suo ex consigliere strategico alla Casa Bianca -“Non sono stato licenziato, mi sono dimesso”-, ex produttore a Hollywood ed ex presidente di Breitbart News, pare politicamente innamorato dell’Italia, laboratorio europeo -insieme all’Ungheria- del suo progetto populista. “I viaggi me li pago io”, risponde a chi gli chiede chi foraggia le sue missioni transatlantiche.

Nei giorni immediatamente precedenti il fallimento del tentativo di fare un governo giallo-verde, Bannon ha manifestato con vigore il suo appoggio al professor Savona e al duo Di Maio-Salvini. “Non li conosco, –anche se riconosce vi siano documentazioni di un incontro tra Salvini e Trump nella campagna elettorale di Usa 2016, ndr -, non ho letto i libri di Savona”. Ma ha letto -dice- il Contratto di Governo tra M5S e Lega, di cui fa l’elogio: un documento “preciso, dettagliato”, in cui c’è tutto (e di tutto). Snocciola formule slogan e pochi dati, nessuno preciso: “Il Partito di Davos e di Bruxelles contro il Partito del Popolo”, “I veri neo-fascisti sono coloro che s’oppongono al Governo del Popolo”, ai “due terzi, o oltre il 60% degli italiani, che li hanno votati” -Di Maio e Salvini-.

Nel backstage mi dice: “È il giorno più importante per l’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Azzardo: “Beh, ci capitò di scegliere tra Monarchia e Repubblica”. Sul palco, ripete l’affermazione, poi l’attenua: “Uno dei più importanti”.

Bannon non si preoccupa della cura formale: è vestito dimesso, quasi trasandato, la camicia non fresca sopra la polo, una giacca stazzonata, la barba lunga. Quando parla, o ti guarda, lo sguardo s’accende a tratti d’una luce di furbizia, o di malizia. Sul palco di Roma Eventi, dove Formiche lo ha invitato a parlare di fronte a un pubblico folto e non condiscendente, la sua retorica ricorda quella di Trump – e di Salvini, che un po’ l’ha mutuata -: affermazioni apodittiche, magari icastiche, ma vuote. L’euro è il male -perché?-, l’Italia “conta” per l’America -ma come mai non ci date mai retta?, sul clima, l’Iran, Gerusalemme, i dazi?- e “soffre d’una crisi di sovranità”-senza l’Europa, ne avremo ancora di meno-, il potere “s’è tolto la maschera”.

E l’America? Quasi non ne parla. Trump -dice- sta realizzando la sua agenda, “deve ancora tirare su il Muro”, il resto è fatto -riforma fiscale pro-ricchi, assistenza sanitaria solo a chi paga, uscita dal Trattato di Parigi sul clima, abbandono dell’accordo sul nucleare con l’Iran, bombardamenti sulla Siria e trasferimento dell’ambasciata in Israele a Gerusalemme, denuncia dei patti commerciali e minacce di dazi-. W l’Europa!