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Caso Regeni
Italia-Egitto: sull’ambasciatore ho cambiato idea
Nino Sergi
19/06/2017

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Giungere alla verità ed ottenere giustizia per Giulio Regeni è un imperativo per ognuno di noi e lo Stato deve fare di tutto per pretenderle, con fermezza e perseveranza, senza alcun cedimento. L'Italia ha dato un segnale forte con il richiamo a Roma per consultazioni dell'ambasciatore in Egitto, ormai più di un anno fa.

Ma siamo quasi ad un anno e mezzo dal ritrovamento del corpo martoriato del giovane ricercatore e il raggiungimento della verità rimane in mano alle procure egiziana e italiana che continueranno ad avere periodi di collaborazione, come è stato negli ultimi mesi del 2016, e periodi di stallo che potrebbero prolungarsi anni e anni.

È giusto pretendere sostegno e pressioni da parte europea, più di quanto non sia forse stato fatto attraverso i canali diplomatici, ma stiamo toccando con mano il debole grado di solidarietà tra gli Stati dell’Unione. Occorre quindi altro. Altro che non si limiti a ferme dichiarazioni negli incontri internazionali, all’utile ma alquanto inefficace azione parallela delle imprese italiane operanti in Egitto o alla mobilitazione della pubblica opinione.

Un anno fa ho firmato anch’io l’appello per il richiamo dell’ambasciatore e faccio parte da sempre del mondo che promuove e difende i diritti umani ed è solidale con chi li vede quotidianamente calpestati. La realtà dell’Egitto è indescrivibile: decine di migliaia i detenuti politici, persone scomparse e probabilmente torturate e massacrate, ristretta libertà di stampa, severi controlli su decine di migliaia di ong e associazioni. Su tutto questo non si deve chiudere gli occhi.

Con il passare del tempo e con la mancanza di significativi progressi nelle indagini sull’assassinio di Giulio Regeni è però cresciuta in me la convinzione che l’Italia debba rimandare al Cairo il proprio ambasciatore. Negli ultimi mesi ci sono stati autorevoli pronunciamenti in questo senso ma le posizioni continuano a rimanere molto differenti e apparentemente inconciliabili, come d’altronde è apparso su queste colonne con le riflessioni di Ugo Tramballi e Paola Caridi.

L’assenza non è più l’arma migliore
Grazie anche al mio vissuto nelle relazioni internazionali ed alla pluriennale esperienza umanitaria in contesti di gravi tensioni, ritengo che il ritiro dell’ambasciatore italiano non rappresenti più l’arma migliore per fare pressioni sul governo egiziano ai fini della piena verità. Anzi, sono convinto che ora, in questa fase, tale assenza contribuisca a rallentarla - e questo non deve succedere – e che sia quindi giunto il momento di rinviare l’ambasciatore, proprio per uscire da questa attesa inconcludente e indefinita nel tempo (fino a quando si protrarrà?) e per esercitare meglio e in modo diretto, deciso e continuativo le necessarie pressioni per il raggiungimento della verità, a fianco e a sostegno dell’azione della magistratura. La presenza, ne sono convinto, può ottenere molto più dell’assenza ai fini dell’accertamento di quanto è avvenuto e delle responsabilità.

Il prolungato richiamo a Roma dell’ambasciatore si è dimostrato improduttivo e rischia di divenire un gesto politico sempre più fiacco e senza grande utilità. Non è affatto detto che il suo ritorno significhi ripresa della ‘normalità’, prescrizione de facto dell’orrendo delitto commesso, sottomissione alla realpolitik. Al contrario: un mandato preciso del nostro governo, fermo e reso pubblico in Italia ed in Egitto, impegnerebbe l’ambasciatore ad intervenire, in ogni occasione, in favore della verità e di tutto ciò che in quel Paese potrebbe accelerarla.

Una rappresentanza diplomatica autorevole, con un chiaro mandato, può infatti contribuire all’accertamento della verità non solo agendo sulla procura generale ma sulle stesse autorità egiziane, ai vari livelli istituzionali, in ogni occasione e in modo sistematico. Il suo ritorno permetterebbe inoltre la ripresa di contatti ministeriali e parlamentari e quindi la possibilità di una decisa e costante azione di pressione in ogni incontro tra ministri egiziani e italiani o tra membri dei due Parlamenti. Anche la parallela presenza a Roma dell’ambasciatore egiziano consentirebbe un dialogo e una pressione costanti, indispensabili allo scopo.

Ampio raggio d’azione
Non è attraverso i media e i comunicati, infatti, che gli Stati devono parlarsi, in particolare su una questione come questa. Come non è fermandosi alle denunce, alle ferme prese di posizione, alle conferenze stampa, agli articoli di giornale, ai convegni in Italia che si ottiene il rispetto dei diritti umani in Egitto. Non bastano.

Ad essi, tutti doverosi e indispensabili, va affiancato altro, tra cui proprio ciò che ci siamo preclusi: il dialogo politico bilaterale, ad ogni livello istituzionale, per potere esprimere in modo diretto le posizioni e la denuncia del nostro Paese e per potere intervenire - come non di rado è accaduto in situazioni analoghe nel mondo - a difesa dei diritti umani nel tentativo di salvare vite a rischio e proteggere persone o gruppi sociali perseguitati, facendolo in modo tempestivo e con autorevolezza.

Il ritorno dell’ambasciatore potrebbe avere un valore aggiunto ancora più forte ai fini del raggiungimento della verità se accompagnato da altre significative azioni positive. Da un lato, iniziative che possono essere dedicate a Giulio Regeni, al fine di ricordarlo, onorarlo e ricordare continuamente, in Egitto, la necessità di verità e giustizia.

Si potrebbero intitolare a Giulio aule, premi per tesi di laurea, programmi di formazione e scambi universitari, borse di studio e iniziative a favore di start-up di giovani egiziani come lui e molte altre ancora che le realtà italiane presenti in Egitto potrebbero a loro volta sostenere e moltiplicare. Dall’altro, interventi di cooperazione finalizzati all’affermazione e alla tutela dei diritti umani e della dignità della persona, come in parte fanno altre cooperazioni europee, al fine di continuare ad affermarne l’importanza e la priorità anche nell’Egitto di oggi.

Ampio potrebbe essere l’ambito degli interventi: dalla formazione di magistrati, pubblici ministeri, operatori di polizia, alle iniziative a sostegno delle minoranze e delle fasce più vulnerabili, dei diritti dei migranti, della partecipazione delle donne alla vita politica e al sistema giudiziario, della good governance a livello locale e nazionale, alla formazione nel campo della libertà di stampa, di espressione, di associazione, di tutela dei lavoratori e così via.

Segnale di forza, non di debolezza
Si tratterebbe, quindi, di una presenza e di iniziative che non ammetterebbero interpretazioni distorte sul significato del ritorno dell’ambasciatore. Non sarebbe infatti un segnale di debolezza o di cedimento ma una ferma, tenace e chiara azione di pressione politica per ottenere dall’Egitto verità e giustizia e per favorire al contempo i diritti umani nel Paese;quei diritti che sono stati negati a Giulio e che continuano ad essere negati quotidianamente e brutalmente a molti altri. L’Italia dimostrerebbe così quella fermezza che la statura del nostro Paese impone.

“Cosa può fare l’Italia per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni?” è stato recentemente chiesto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. “Insistere e dare la sensazione che un Paese come il nostro non dimentica e non rinuncia alla ricerca della verità”, ha risposto. L’invio in Egitto di una persona capace e determinata come l’ambasciatore Giampaolo Cantini, nominato ben un anno fa, con ampie conoscenza ed esperienza del Mediterraneo, risponderebbe pienamente alle intenzioni manifestate dal premier.

L’alternativa sarebbe quella di continuare a sperare - in una lunga e snervante attesa - nel lavoro pur prezioso della procura di Roma e nella collaborazione con quella egiziana, senza alcuna certezza che questo possa bastare; insieme a quella di continuare a denunciare le repressioni senza poterlo fare in modo diretto e forte in incontri politici a tutti i livelli. Solo lo scambio dei due ambasciatori permetterebbe infatti la ripresa di incontri bilaterali tra ministri, parlamentari, amministratori regionali e locali, moltiplicando l’azione e la pressione italiana per la verità su Giulio e per i diritti fondamentali in Egitto.

Non è da sottovalutare, infine, che sono la difficile situazione internazionale, le crescenti tensioni che minacciano la pace e la sicurezza, la complessità delle migrazioni mediterranee a richiedere che i rapporti tra gli Stati dell’area si sviluppino con costanti relazioni e partenariati, pur basati sulla franchezza, l’esigenza di verità e la fermezza in merito al rispetto dei diritti fondamentali della persona e ai processi da mettere in atto per poterli garantire. E l’Egitto è al momento uno degli attori primari nei processi di ricomposizione e di influenza dell’area. Non si tratta solo di analisi geopolitica, ma del destino di centinaia di migliaia di persone, considerando le sofferenze che potrebbero derivare da un ulteriore peggioramento degli squilibri e della tensione nell’area.

Nino Sergi è presidente emerito di Intersos.
 
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