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Ue/Germania
Morte Kohl: il cancelliere della mia infanzia
Daniela Huber
18/06/2017

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Sono nata in Baviera nel 1981, un anno prima che Helmut Kohl diventasse cancelliere. Ciò vuol dire che fino ai miei 17 anni sono cresciuta sotto un solo capo di governo. Provenendo da una famiglia socialdemocratica, nei miei ricordi Kohl è stato il cancelliere che ha attuato la strategia del doppio binario adottata dalla Nato nel 1979 (quando ancora al governo era l’Spd di Helmut Schmidt) in seguito alla crisi degli euro-missili, nonostante le forti proteste del movimento pacifista.

Kohl è stato il leader che non solo visitò insieme al presidente statunitense Ronald Reagan il cimitero di Bitburg in cui sono sepolti i soldati della Waffen SS, ma che al Parlamento israeliano parlò della fortuna della sua “tarda nascita” (era classe 1930), che gli evitò il servizio militare durante la seconda guerra mondiale (una dichiarazione che lo pone nel solco di una tradizione aperta con la “genuflessione di Varsavia” dell’allora cancelliere Willy Brandt nel ghetto della capitale polacca e seguita dallo storico discorso dell’allora presidente Richard von Weizsäcker davanti al Bundestag, a 40 anni dalla fine del conflitto).

Kohl è stato anche il cancelliere che pressoché unilateralmente ha imposto la sua idea di una Germania unita, ma che al termine della sua carriera politica è finito anche per essere coinvolto in un grosso scandalo di finanziamenti illeciti al suo partito, la Cdu. In quell’occasione, Kohl si posizionò sopra la legge, rifiutando di cooperare con la commissione parlamentare d’inchiesta. Nel 1997, l’allora presidente Roman Herzog sentenziò che la Germania aveva bisogno di un nuovo slancio (“durch Deutschland musse in Ruckgehen”); slancio che sembrò arrivare con l’elezione, l’anno successivo, del socialdemocratico Gerhard Schröder.

La fine di un’era
Guardando indietro dopo quasi 20 anni, la fine del periodo di governo di Helmut Kohl rassomiglia anche alla fine di un’era, tanto in Germania quanto in Europa. A livello domestico, si può dire che Kohl abbia rappresentato la fase conclusiva del modello dell’economia sociale di mercato alla tedesca, come impostata negli anni Sessanta dall’allora cancelliere Ludwig Erhard. Ironia della sorte, fu invece la sinistra di Schröder a mettere in campo l’agenda 2010 e a far avanzare la Germania nell’economia globalizzata.

In politica estera, Helmut Kohl è stato uno degli ultimi grandi statisti europei: colui il quale ha condotto la Germania attraverso il tumultuoso periodo post-riunificazione tanto in casa quanto in Europa e a livello internazionale. Il cancelliere ancorò l’identità tedesca alla cornice europea: una mossa necessaria per mitigare le paure di una rinnovata ascesa di Berlino particolarmente diffuse nel Regno Unito, in Francia e in Polonia.

Kohl comprese le istanze di Washington e Mosca, negoziando insieme al suo ministro degli Esteri Hans Dietrich Genscher (scomparso l’anno scorso) il Trattato 2+4 sullo stato finale della Germania, un contributo chiave della diplomazia alla costituzione di un ordine di pace in Europa, oltre che la piattaforma essenziale per la costruzione di una politica estera della Germania unita. Per quanto spesso dimenticato, fu proprio il Trattato 2+4 a riconoscere come definitivo il confine della Germania orientale con la Polonia, così ponendo fine alla lunga era post-bellica e alla possibilità di future rivendicazioni territoriali.

Fra Berlino e Bruxelles
Helmut Kohl è stato uno degli ultimi politici europei della sua generazione a far avanzare, insieme al suo amico François Mitterand, presidente francese, il processo di integrazione europea sulla base di quel “consenso permissivo” che presto sarebbe divenuto un dissenso vincolante. Kohl fu determinante nello gettare le fondamenta del Trattato di Maastricht e nella costruzione dell’Unione monetaria. “Der Kanzlerder Einheit”, il cancelliere dell’unità, aveva inquadrato la riunificazione tedesca nel contesto europeo.

Due passaggi storici che non potevano che stare assieme: una Germania unita non era possibile che nella cornice di un’Europa unita, e un’Europa unita non era praticabile se non con una Germania unita. Dopo Kohl, nessun altro cancelliere tedesco ha più proposto un’ambiziosa visione per l’Europa. Semmai, come la crisi del debito greco ha dolorosamente mostrato agli occhi dell’Europa mediterranea, l’umile visione del ruolo della Germania nell’Unione che fu di Kohl sembra essere stata ampiamente dimenticata dall’attuale governo di Berlino.

Helmut e Angela
Kohl è stato anche l’artefice della strategia politica cosiddetta dell’“Aussitzen”, dell’attendismo. Una tattica di successo che ha in seguito adottato anche Angela Merkel, che lui era solito chiamare “mein Mädchen”, “la mia ragazza”, rivendicandone la paternità politica. Più tardi si sentì tuttavia tradito dalla sua pupilla, quando lei lo esortò a dimettersi da presidente onorario della Cdu, in seguito allo scandalosui finanziamenti illeciti.

Proprio come il suo mentore, anche la Merkel potrebbe puntare al quarto mandato di governo in Germania. E, sempre come Kohl, la cancelliera ha dimostrato di esser capace di attraversare indenne periodi turbolenti della vita politica tedesca, come di recente con la gestione della crisi dei rifugiati, un campo di battaglia da cui sembra uscire vincitrice. La Merkel non ha prodotto idee innovative per la campagna elettorale che si concluderà con il voto del 24 settembre, ma approfitta della debolezza del partito socialdemocratico, l’Spd, che pure inizialmente sembrava sfruttare il rientro in patria di Martin Schulz.

Come già il quarto mandato di Kohl, una così rinnovata e longeva guida della Merkelpotrebbe anche tradursi in una stagnazione per il Paese, soprattutto se i risultati delle urne dovessero nuovamente rendere inevitabile la Grande Coalizione fra Cdu e Spd. In questo caso, un nuovo vento riformatore in grado di ispirare l’Europa verrebbe semmai dalla Francia, piuttosto che dalla Germania, ma la cancelliera sembra entusiasta di poter lavorare con Emmanuel Macron.

In Germania, l’eredità politica di Helmut Kohl è ancora oggi offuscata dallo scandalo delle donazioni alla Cdu, una vicenda che lo statista renano non riuscì mai davvero a superare. A livello europeo, tuttavia, egli rimane fonte di ispirazione. Oggi, con gli euroscetticismi in ascesa, l’Ue ha bisogno di uomini e donne di governo con una chiara visione del progetto europeo, capaci di lavorare sinergicamente su una piattaforma condivisa.

Daniela Huber è Senior Fellow dell’Istituto Affari Internazionali (Twitter: @dhuber81).

*Traduzione dall’originale in inglese a cura della Redazione.

 
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