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Trump e il Mondo
Dopo G7: America First e l’ordine internazionale
Francesco Bascone
17/06/2017

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Il Vertice del G7 di Taormina verrà ricordato come un punto di svolta nei rapporti transatlantici. Il disagio prodotto nei mesi scorsi da numerose esternazioni e decisioni del presidente Usa Donald Trump si è trasformato in un fossato non più mascherabile con formule diplomatiche.

Significative sono a questo riguardo le dichiarazioni fatte dal cancelliere tedesco Angela Merkel nei giorni successivi: l'Europa deve imparare a fare da sé (“prendere in mano il proprio destino”). Aggiungendo che ciò dovrà avvenire “in amicizia con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna”, ma anche in uno spirito di “buon vicinato, nella misura del possibile, con la Russia”, la Merkel ha posto quasi sullo stesso piano i rapporti con gli alleati anglosassoni e quelli con la potenza antagonista, tuttora destinataria di sanzioni.

Si compie l’evoluzione post Guerra Fredda
Giunge così a compimento l'evoluzione dell'ordine internazionale post-Guerra Fredda. Con la dissoluzione dell'Unione Sovietica si affermava la tesi - soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo - di una trasformazione dell'ordine mondiale da bipolare a unipolare. Era il “new world order” proclamato da Bush senior. La Nato sopravviveva allo scioglimento del Patto di Varsavia e preparava l'allargamento verso Est; con le intese del 1997 e 2002 accoglieva la stessa Russia in una specie di orbita esterna.

L'America, destinata al ruolo di Paese-guida (“manifest destiny”), offriva agli europei e pure ai russi una “partnership in leadership” (sottinteso: come junior partner).

Nel 2001 l'attacco alle Torri Gemelle mise la sordina alle voci critiche nei confronti di questo modello geopolitico. Nel 2003 l'invasione dell'Iraq e poi la miope gestione dell'occupazione vi aprì una prima crepa. Negli anni successivi il leader russo Vladimir Putin lo ha contestato decisamente; varrebbe la pena rileggere il suo discorso alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, del febbraio 2007.

Il ritorno della Russia e i nuovi protagonisti
Mosca non pretendeva evidentemente il ritorno a un mondo bipolare, bensì il riconoscimento dell'esistenza di un ordine internazionale multipolare. Gli interventi militari in Georgia nel 2008 e Ucraina nel 2014, certo giuridicamente illegali, sono stati la logica espressione della rivendicazione di una sostanziale parità: se l'America (o la Nato, o l'Ue) ritengono di poter espandere la propria zona di influenza, anche la Russia può pretenderne una, sia pure più ristretta.

L'ascesa economica, militare e geopolitica della Cina (e, con distacco, quella dell'India) sanciva definitivamente la multipolarità. Ma finché la “comunità euro-atlantica”, da Vancouver ai confini occidentali della Russia, era unita da un solido legame di solidarietà, non si poteva parlare di un ordine internazionale realmente equilibrato.

Già sotto Bush junior e Obama (“pivot to Asia”) il legame preferenziale euro-atlantico si era leggermente indebolito. Con il loro successore è destinato a un ridimensionamento più drastico di quanto fino a poco tempo fa potessimo immaginare. A meno di un impeachment che faccia della presidenza Trump una breve parentesi, otto anni di continue sfide agli alleati e al buon senso non potranno non allargare l'Atlantico. E con la Brexit, la Gran Bretagna sarà un'isola politicamente a metà strada.

La fragilità della comunità d’intenti transatlantica
La delusione della Merkel, e la necessità per l'Europa di fare da sé, non derivano principalmente dall'evasività di Trump sul Patto Atlantico e in particolare sull'operatività dell'art. 5 (inteso come dovere di assistenza militare a un membro aggredito). Evasività che è in linea con il sacro egoismo insito nel motto “America First”: mira a non legarsi le mani nell'evenienza di un conflitto locale fra Russia e Paesi baltici, serve a premere sugli europei perché aumentino le spese per la difesa a tutto vantaggio delle industrie militari americane e forse ha anche una spiegazione nelle presunte complicità con Putin, ancora da chiarire.

In gioco non è la sopravvivenza dell'Alleanza e della relativa organizzazione militare integrata, che è nell'interesse dell'America e del suo complesso militare-industriale. Ma piuttosto la comunità d’intenti in politica estera e nella difesa dell'ambiente.

Il dissidio riguarda in primo luogo il ritiro dall'accordo sul cambiamento climatico. Ma profonde divergenze dividono gli europei dall'America di Trump (compresa la maggioranza in Congresso) anche sulla politica verso l'Iran (pericolo di misure Usa che provochino un irrigidimento di Teheran sulla moratoria nucleare); sulle massicce forniture militari all'Arabia Saudita e connessi incoraggiamenti a proseguire la sanguinosa guerra in Yemen; sull'indifferenza verso l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e l'abbandono del principio dei due Stati, che soffocano ogni residua speranza di soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.

L’Unione non resterà un nano politico
D'altra parte la ragionevolezza della Cina nel ribadire gli impegni di Parigi sui gas-serra la avvicina all'Europa, nonostante le nostre perplessità sui diritti umani, l'espansionismo verso gli isolotti contestati, il dumping sociale.

In seno all'Ue, la Russia è vista come un’antagonista minacciosa soprattutto da polacchi e baltici, mentre più a occidente varie capitali ne comprendono il ruolo di potenziale fattore di stabilizzazione in varie zone di crisi, oltre che di irrinunciabile partner economico. Il realismo, come nel caso Usa-Cina, impone un rapporto non univoco: né nemici, né alleati.

L'ordine internazionale evolve dunque verso un allentamento degli schieramenti e un rafforzamento della sua natura multipolare. In questo quadro l'Unione europea non può (né vuole) porsi al livello di Stati Uniti e Russia sul piano militare, ma è certamente fra i grandi sul piano economico e, purché creda in sé stessa, non è affatto condannata a restare un nano politico.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
 
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