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Sicurezza e industria
Difesa europea: ora tocca agli Stati
Alessandro Ungaro
16/06/2017

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"Abbiamo fatto di più negli ultimi dieci mesi che nei precedenti 60 anni". Così, lo scorso 7 giugno, hanno osservato Federica Mogherini e Jyrki Katainen, durante il lancio ufficiale del Fondo europeo della difesa, già presentato dalla Commissione nel novembre 2016 attraverso il piano d’azione europeo per la difesa.

E in effetti molto è stato fatto in poco meno di un anno dalla pubblicazione della Strategia globale: il cosiddetto “pacchetto difesa” - ovvero l’attuazione della strategia globale dell’Ue, il piano d’azione europeo in materia di difesa e la cooperazione Ue-Nato - testimoniano un dinamismo europeo che trova ora concreta attuazione.

Quali le novità?
Ci si è già occupati del piano d’azione europeo per la difesa ma le proposte presentate dalla Commissione vanno ad integrare o specificare quanto già illustrato a fine 2016. La parte “ricerca” - la cosiddetta research window - è in effetti già partita con i primi 25 milioni di euro stanziati per il 2017 e con i primi progetti già in fase di preparazione.

Fino al 2019 saranno in tutto 90 i milioni che Bruxelles metterà sul piatto per incentivare la ricerca collaborativa in tecnologie e prodotti per la difesa. Dopo il 2020, invece, nell’ambito di un nuovo programma di ricerca dedicato alla difesa all’interno del prossimo Programma Quadro 2021-27, la dotazione annuale prevista salirà a 500 milioni.

Le novità riguardano perlopiù la parte “sviluppo e acquisizione” - la capability window - dove la Commissione è pronta a cofinanziare progetti volti allo sviluppo congiunto e all’acquisizione di tecnologie e materiali di difesa. In concreto, si tratta di un esborso complessivo di 500 milioni di euro per il 2019 e il 2020 (245 milioni per il primo anno e 255 per il secondo) nel quadro di uno specifico - seppur ancora da approvare formalmente - programma di sviluppo del settore industriale della difesa, l’European Defence Industrial Development Programme (Edidp).

Quest’ultimo farà da complemento alla “finestra per la ricerca”, ovvero coprirà parte dei costi di sviluppo per sostenere l’industria nel lancio o “aggiornamento” di nuovi o già esistenti programmi di cooperazione, sostenendo la definizione di requisiti comuni, studi di fattibilità e sviluppo di prototipi.

Saranno idonei solo quei progetti che coinvolgano come minimo tre aziende da almeno due Stati membri, in grado di assicurare l’impegno da parte dei Paesi coinvolti di acquisire il prodotto finale in maniera coordinata e sinergica. Dal 2020 in poi, il cofinanziamento sarà di 1 miliardo di euro all’anno, potenzialmente in grado di liberare e generare risorse che nel complesso potrebbero raggiungere i 5 miliardi.

Per quanto riguarda l’acquisizione vera e propria di equipaggiamenti per la difesa, la Commissione può agire da facilitatore affinché gli Stati membri adottino delle best-practices per l’acquisizione congiunta di capacità militari. A fronte di alcune criticità - tra cui la mancanza di sincronizzazione nella gestione della spesa e il fair risk and cost sharing - la Commissione svilupperà degli strumenti a carattere finanziario/amministrativo (financial tool box) per facilitare i Paesi nella gestione e messa a punto dei programmi di cooperazione europea.

I 3 scenari verso un’unione della sicurezza e della difesa
Parallelamente agli strumenti di natura economica e finanziaria a supporto dell’industria europea della difesa, la Commissione ha presentato un “Documento di riflessione sul futuro della difesa europea” che trae origine dal Libro bianco sul futuro dell’Europa presentato ai primi di marzo. Esso propone tre scenari che esprimono livelli di ambizione differenti per quanto riguarda la collaborazione in materia di sicurezza e di difesa.

Seguendo una logica progressiva, il primo sarebbero quello della semplice cooperazione tra gli Stati membri - che rimarrebbe su base volontaria e ad hoc - e dove l’Ue andrebbe a integrare le iniziative dei singoli Paesi e dei suoi partner fondamentali. Un passo successivo sarebbe quello della “sicurezza e difesa condivise” dove, in ultima istanza, l’Ue diverrebbe un garante della sicurezza più forte e più reattivo, dotato dell’autonomia strategica per agire sia come singolo sia con i partner fondamentali. In sostanza, la cooperazione anche in materia di difesa costituirebbe la norma attraverso cui gli Stati articolano le proprie politiche e i propri strumenti.

Infine, con lo scenario “difesa e sicurezza comuni”, ci sarebbe il vero salto di qualità: le operazioni più impegnative sarebbero a guida Ue, il monitoraggio/valutazione delle minacce e pianificazione sarebbero svolti in comune, così come l’acquisizione di specifiche capacità militari.

Si realizzerebbero un vero mercato della difesa europeo - “completato da un meccanismo europeo di monitoraggio e di protezione delle attività strategiche” - così come un’agenzia europea di ricerca nel settore della difesa, il tutto basato sul principio di efficienza della spesa militare grazie a maggior concorrenza, unificazione, specializzazione ed economie di scala.

È indubbio che le istituzioni europee abbiano dimostrato impegno e volontà nel fornire degli strumenti concreti per favorire un più efficace e rapido processo di integrazione nel campo della difesa e sicurezza. Non è ora tempo per giudicare quanto la portata delle iniziative sia adeguata o no. Ora spetta agli Stati cogliere queste opportunità e dimostrare fin dove sono disposti a spingersi per la sicurezza dei cittadini europei.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @AleRUnga.
 
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