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Caso Regeni
Italia-Egitto: non mandare l’ambasciatore
Paola Caridi
15/06/2017

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Un cittadino italiano viene sequestrato, torturato, ucciso sul territorio italiano. La macchina investigativa e giudiziaria si mette in moto. Vengono individuati, attraverso indizi e anche prove, alcuni dei responsabili e viene definita la linea di comando che ha deciso il delitto.

Non esiste prescrizione per reati di tale entità: investigatori e magistrati faranno il loro dovere, ci sarà un processo, una condanna. Con tempi spesso lunghi. La macchina della ricerca della verità e della giustizia, in ogni caso, non verrà interrotta per motivi di realismo politico. Almeno, non formalmente.

Perché dovrebbe essere diverso per un cittadino italiano vittima di un delitto dello stesso tipo, commesso però all’estero? Perché la politica estera dovrebbe decidere - si badi bene, senza alcun mandato costituzionale e legislativo - una prescrizione de facto? Sono domande, queste, non puramente teoriche. Riguardano uomini e donne in carne e ossa.

Riguardano, come si può facilmente comprendere, la vicenda di cui è stato vittima un cittadino italiano di nome Giulio Regeni, sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016, nella settimana che corre tra la sua scomparsa (il 25 gennaio) e il ritrovamento del suo corpo senza vita, il 3 febbraio successivo.

Giustizia o convenienza
Se il delitto fosse stato compiuto in Italia, nessuno avrebbe posto una minima questione di realpolitik. Questione che, invece, viene posta da oltre un anno per la vicenda di Giulio Regeni. Come se i diritti fossero a corrente alternata. Come se la difesa di un cittadino italiano si dovesse attenere a standard diversi a seconda del luogo in cui il reato è stato commesso. In Italia, la giustizia. All’estero, la convenienza.

La politica però, si risponde in questo caso, è l’arte del compromesso, soprattutto quando è in gioco il ruolo di un Paese, come l’Italia, in un quadrante così complesso come il Mediterraneo. Gli interessi sono interessi strategici, dicono coloro che - da oltre un anno, a intervalli regolari - chiedono il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo, richiamato per consultazioni nell’aprile 2016 (posizione recentemente ribadita su queste colonne da Ugo Tramballi, ndr).

A rientrare a Roma, poco più di un anno fa, fu l’ambasciatore Maurizio Massari, protagonista di un percorso diplomatico che ci dovrebbe già dire molto: la sua fermezza (è ovviamente una ipotesi di chi scrive) è stata fondamentale almeno per riuscire ad avere il corpo di Giulio Regeni, che molto probabilmente sarebbe scomparso come quello di migliaia di desaparecidos egiziani di cui non si sa nulla dall’ascesa al potere, nel 2013, di Abdel Fattah al Sisi.

A ritornare al Cairo, dovrebbe essere invece Giampaolo Cantini, nel frattempo designato ambasciatore in Egitto, uno dei nostri migliori diplomatici, con una esperienza profonda del Mediterraneo, dall’incarico di ambasciatore in Algeria passando per il periodo come bravissimo console generale a Gerusalemme (periodo sin troppo breve, appena undici mesi, prima di essere chiamato a Roma a dirigere l’ufficio della Cooperazione italiana).

La mossa del governo
Ora, perché la questione del ritorno dell’ambasciatore al Cairo è così importante? Perché la politica estera è fatta anche di gesti, e i gesti hanno un preciso significato. L’unico vero atto politico compiuto dai governi italiani - prima quello a guida Renzi poi quello a guida Gentiloni - è stato proprio il ritiro del nostro ambasciatore, per dare un forte segnale agli egiziani e spingere per frenare le innumerevoli e patetiche ‘verità’ proposte da investigatori e governanti del Cairo.

Se ci si riflette con attenzione, Roma ha fatto solo questo: ha soltanto ritirato l’ambasciatore. Non ha fatto, almeno non l’ha fatto in maniera ufficiale, altre mosse per spingere sul regime di al Sisi.

Il governo italiano non ha chiesto una pressione comune dell’Unione europea verso l’Egitto, nonostante Giulio fosse cittadino italiano e studente internazionale in un ateneo di un Paese europeo, dunque portatore di diritti che devono essere difesi anche dagli altri paesi aderenti all’Ue. Se non vi fosse stata una rappresentanza italiana al Cairo, per esempio, la difesa di Regeni sarebbe stata presa in carico da una delle ambasciate dell’Ue presenti in Egitto.

Realpolitik: interessi economici vs diritti individuali
E arriviamo, così, alla questione dei nostri rapporti economici con l’Egitto. Rapporti importanti, imponenti. Nel 2016 il nostro export è arrivato a 3 miliardi di euro. Abbiamo interessi petroliferi, bancari, manifatturieri. In Egitto non ci sono solo Eni ed Edison, c’è una società dell’Ital Cementi, perché il cemento è un altro degli affari d’oro nell’importante Paese arabo. Dunque, secondo la lettura ‘realista’, i diritti di un cittadino italiano debbono piegarsi agli interessi dello Stato italiano. Agli interessi economici, per la precisione.

È davvero così? Io credo di no. E non solo perché, dal punto di vista delle garanzie al cittadino, lo Stato non può avere una posizione diversa da quella della difesa e della giustizia senza prescrizione. Credo anche che gli interessi economici tra Egitto e Italia siano già tutelati non solo dalla nostra macchina diplomatica, ma anche (se non soprattutto) da quella diplomazia non ufficiale che l’Eni esercita in tutti i Paesi in cui è presente.

In Egitto, in primis, dove l’Ente nazionale idrocarburi è presente da mezzo secolo. Chi ha vissuto al Cairo sa bene quanto l’Eni esercitasse ed eserciti un ruolo tutto suo, non solo con la presenza dei suoi dirigenti in loco, ma con un tessuto fatto di tecnici, di investimenti non solo petroliferi, di esperti, di rapporti diretti con la macchina amministrativa egiziana. Con o senza la presenza dell’ambasciatore italiano al Cairo.

Un’assenza che non danneggia il Paese
L’assenza del nostro ambasciatore, in sostanza, non danneggia i nostri interessi in Egitto. Non c’è il nostro rappresentante diplomatico, ma c’è l’ambasciata. Gli interessi dei nostri connazionali che vivono al Cairo sono protetti. Perché a proteggerli è, per competenza, il consolato, deputato alla tutela dei nostri cittadini. Chi ha vissuto all’estero sa che la diplomazia è fatta di persone e di meccanismi. In mancanza di un ambasciatore, la struttura dell’ambasciata e del consolato continua a funzionare. Come sempre.

L’assenza del nostro ambasciatore, però, segnala che non è business as usual tra Italia ed Egitto. Segnala, attraverso la freddezza dei rapporti, che non si può passare sopra a un omicidio di Stato, e a un omicidio commesso in un Paese retto da un regime profondamente compromesso dal punto di vista delle violazioni dei diritti umani e civili. Tra i 40mila e i 60mila detenuti politici, a seconda delle fonti. Centinaia di desaparecidos. Libertà di stampa ai minimi storici. E cittadini egiziani fatti oggetto di pressioni illegali durante la loro presenza in Italia, come successo recentemente a Roma, quando alcuni intellettuali egiziani sono stati molestati da agenti dell’intelligence del Cairo.

La dignità di Giulio vale più dell’interscambio commerciale
Di fondo, comunque, la domanda è una e una sola. Quanto valgono la vita, la dignità, i diritti di un cittadino italiano? I cinque miliardi del nostro interscambio con l’Egitto? Non è un po’ poco? Perché la difesa della dignità di Giulio Regeni, violata sin troppe volte in questi sedici mesi, ha un prezzo ben più alto dell’interscambio tra Italia ed Egitto.

Non riuscire a difendere la dignità di Giulio Regeni significa non difendere lo Stato di diritto italiano, e neanche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, nella regione araba, nel grande Medio Oriente. Non è chinando il capo ai rinvii del regime egiziano che si riusciranno a difendere, per esempio, gli interessi strategici italiani in Libia, dove l’Egitto esercita pressioni fortissime attraverso il suo alleato, il generale Khalifa Haftar. Chinare il capo, mostrarsi deboli e pronti a un compromesso disonorevole non proteggerà i nostri militari in Libano, né i soldati e gli uomini dell’intelligence che abbiamo in altri quadranti.

La storia delle nostre relazioni nel Mediterraneo negli ultimi quarant’anni ci dovrebbe aver insegnato che non c’è bisogno di essere servili per ottenere un profilo importante nei negoziati e nella difesa dei nostri interessi strategici. Al contrario, la fermezza è quella che, nelle volte in cui l’abbiamo esercitata, ci ha dato una statura che ancora si ricorda nell’area. Un esempio tra tutti: la guida che il generale Carlo Angioni ebbe della nostra prima missione di peacekeeping all’inizio degli anni Ottanta. A Beirut, se la ricordano ancora bene.

Paola Caridi è analista e scrittrice (@invisiblearabs).
 
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