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Successo italiano
Onu mobilitata per tutela patrimonio culturale
Marina Mancini
30/03/2017

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È frutto di un'iniziativa italo-francese la prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza (CdS) dell’Onu interamente dedicata al tema della protezione dei beni culturali in situazioni di conflitto armato. Adottata all'unanimità il 24 marzo, la risoluzione n. 2347 era stata proposta dalla Francia e dall'Italia, che nell'anno in corso è membro non permanente del CdS.

Innanzitutto, la risoluzione condanna la distruzione, il saccheggio e il traffico di beni culturali durante i conflitti armati, in particolare da parte di gruppi terroristici, facendo espresso riferimento all'Isis, ad Al-Qaida e ai loro affiliati. Nella loro delirante visione del mondo, questi gruppi si accaniscono contro siti, edifici e monumenti che rappresentano l'eredità dell'intera umanità.

Basti pensare alla distruzione dei siti archeologici di Palmira in Siria e di Nimrud in Iraq da parte degli uomini di Al-Baghdadi. D'altra parte, il traffico di reperti archeologici è un'importante fonte di finanziamento per il Califfato ed Al-Qaida.

Il CdS ricorda anche che l'attacco contro monumenti storici, siti archeologici ed edifici dedicati alla religione, all'istruzione, alle arti e alle scienze può costituire un crimine di guerra. Crimine per il quale nel settembre 2016 la Corte penale internazionale ha condannato a nove anni di reclusione il maliano Al Faqi Al Mahdi, giudicato colpevole per la distruzione nel 2012 di dieci mausolei e moschee a Timbuktu, all'epoca sotto il controllo di Ansar Dine e di Al-Qaida nel Maghreb Islamico.

Misure da adottare
La risoluzione esorta gli Stati membri che non ne siano ancora parti ad aderire alle convenzioni internazionali pertinenti, tra cui la Convenzione dell'Aja del 1954 sulla protezione del patrimonio culturale in caso di conflitto armato e i suoi due Protocolli. Il secondo di essi, entrato in vigore nel 2004, prevede, tra l'altro, un regime di protezione rafforzata per i beni culturali "della più grande importanza per l'umanità" e si applica sia nei conflitti internazionali che in quelli interni. Né la Siria né l'Iraq ne sono parti.

Il CdS raccomanda poi agli Stati membri l'adozione di un articolato complesso di misure tra cui: la sottoposizione al Comitato delle sanzioni nei confronti dell'Isis e di Al-Qaida dei nomi di individui ed enti ad essi affiliati coinvolti nel traffico di beni culturali; l'instaurazione di ampie forme di cooperazione nella lotta al traffico in questione; la messa a punto di misure preventive per la salvaguardia del rispettivo patrimonio culturale, incluso l'allestimento di "rifugi sicuri" nel rispettivo territorio; la predisposizione di inventari, possibilmente digitalizzati, di detto patrimonio; l'emanazione di una regolamentazione efficace sull'importazione ed esportazione dei beni culturali, inclusa la previsione di un certificato di provenienza; e la creazione di unità specializzate nel contrasto al commercio illegale di beni culturali.

Su quest'ultimo punto l'Italia ha molto da insegnare, essendo stato costituito già nel 1969 il Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, come illustrato nella riunione del CdS.

Operazioni di peacekeeping
Infine, il CdS per la prima volta afferma in via generale che il mandato delle forze di peacekeeping dell'Onu può comprendere l'assistenza delle autorità nazionali, su loro richiesta, nella protezione del patrimonio culturale in situazioni di conflitto armato, in collaborazione con l'Unesco.

Finora soltanto alla Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) è stato affidato questo compito. La Missione, istituita nel 2013 e tuttora in corso, è incaricata tra l'altro di assistere le autorità maliane nella tutela da attacchi dei siti storici e culturali del Paese, in collaborazione con l'Unesco.

La risoluzione non fa espresso riferimento al Cap. VII della Carta Onu come propria base giuridica e non impone di per sé obblighi agli Stati membri. Ciononostante, è stata giustamente salutata dalla direttrice generale dell'Unesco, Irina Bokova, come una risoluzione storica che esprime la presa di coscienza del ruolo del patrimonio culturale per la pace e la sicurezza internazionale.

È di tutta evidenza, infatti, che la distruzione e il saccheggio di beni culturali, cancellando le radici storiche di interi gruppi umani e negando la diversità culturale, contribuiscono ad esacerbare i conflitti armati ed ostacolano la riconciliazione nazionale dopo la cessazione delle ostilità. Il commercio illegale di beni culturali, inoltre, alimenta i conflitti, costituendo un canale di finanziamento per gruppi insurrezionali come l'Isis.

Italia protagonista di risoluzione storica
La risoluzione n. 2347 è certamente un successo italiano, oltre che francese. Il nostro Paese si conferma così protagonista nella mobilitazione della comunità internazionale per il rafforzamento della protezione del patrimonio culturale in situazioni di conflitto armato.

È da ricordare che, nel febbraio 2016, l'Italia è stata il primo Stato a concludere con l'Unesco un accordo sull'invio all'estero, nell'ambito della Coalizione "Unite 4 Heritage", di una task force di esperti e componenti del Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, con il compito di assistere i Paesi sconvolti da conflitti armati o disastri naturali, su richiesta di questi ultimi.

Finora, tuttavia, l'unica missione dei membri della task force, impropriamente soprannominati "caschi blu della cultura", è stata in casa, nelle zone terremotate dell'Italia centrale.

Il 30 e 31 marzo, inoltre, il nostro Paese ha organizzato a Firenze il cosiddetto G7 della Cultura, la prima riunione dei Ministri della Cultura degli Stati del G7, con l'obiettivo di promuovere la cultura come strumento di dialogo tra i popoli.

Come le iniziative appena citate, la risoluzione n. 2347 dà lustro all'Italia, consentendole di ritagliarsi un ruolo di guida in un ambito delle relazioni internazionali di crescente importanza alla luce degli avvenimenti degli ultimi anni. È da auspicare che il nostro Paese continui ad essere in prima fila in questo settore, quando dalle parole bisognerà passare ai fatti!

Marina Mancini è professore associato di Diritto internazionale nel Dipartimento di Giurisprudenza ed Economia dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria e docente di Diritto internazionale penale nel Dipartimento di Giurisprudenza della LUISS Guido Carli.
 
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