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Cattive coscienze
Migranti: ricordiamoci il dopoguerra
Francesco Fresi
16/02/2017

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Le migrazioni dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa hanno assunto dimensioni bibliche e costituiscono un problema gigantesco. In primo luogo, per tutti i Paesi di provenienza, in particolare dell’Africa, le cui popolazioni sono alla disperazione per le persecuzioni, le guerre civili o semplicemente la fame: Paesi che non hanno risorse per promuovere nuove attività economiche sufficienti ad offrire ai loro cittadini un minimo vitale, per indurli a restare.

E, in secondo luogo, anche per l’Unione europea, Ue, che non dispone, nell’immediato, di strutture di accoglienza adeguate per fare fronte al fenomeno. Attraversiamo, inoltre, da molti anni una crisi economica che ha messo a nudo la fragilità dei nostri sistemi produttivi e dell’organizzazione del lavoro. L’arrivo in massa di migranti, con una formazione talvolta solo rudimentale, trova il nostro mercato del lavoro chiuso o impreparato a creare nuove opportunità d’impiego.

Il cattivo esempio dell’accordo con la Turchia
Spendiamo cifre importanti per aiutare Paesi come la Turchia o il Libano a fare fronte al flusso dei migranti. Sembra, però,un gioco a scaricabarile, mentre tutti, noi europei per primi, riserviamo ai migranti condizioni di vita miserabili.

Per evitare il peggio l’Unione ha concluso un accordo con la Turchia che impegna Ankara, con un lauto corrispettivo economico, a bloccare il flusso di migranti in provenienza da quell’area. L’efficacia dell’intesa dipende quasi esclusivamente dal buon volere delle Autorità turche, la cui domanda di adesione è ancora oggetto di negoziati. L’intesa fu fatta prima che la deriva autoritaria spingesse la Turchia verso forme di governo che non sembrano più garantire una rappresentanza democratica pluralista.

Esiste attualmente nell’Unione una leadership in grado di proporre un’azione politica seria in tema d’immigrazione? All’evidenza, no! Dovremmo poter disporre di risorse finanziarie adeguate allo sviluppo di tutta l’area di provenienza. Le abbiamo? No.

È ora che l’Unione si svegli e metta in piedi iniziative consistenti, serie e credibili, per gestire il fenomeno delle migrazioni dal Medio Oriente e dall’Africa, con strumenti capaci di bloccare in partenza il traffico di esseri umani, senza farli arrivare sulle nostre coste e apprestando procedure di controllo e di identificazione di quanti fuggono le persecuzioni e hanno titolo per ottenere asilo, nella loro qualità di rifugiati politici o per ragioni umanitarie.

I flussi dal Medio Oriente e dall’Africa
Possiamo ritenere che le migrazioni in provenienza dal Medio Oriente possano cessare quando l’area sarà pacificata. Ma quelle che provengono dall’Africa sono destinate a crescere nel tempo. La fuga di quelle popolazioni dalle guerre, le persecuzioni e la miseria era già sufficiente a determinare l’esodo da quelle contrade. Ma vi si aggiunge l’istigazione di chi incoraggia quella gente a tentare l’avventura: una volta lasciate le loro terre, i mercanti di uomini hanno buon gioco a sfruttare la loro situazione,costringendoli, anche con la forza, a continuare il viaggio e ad imbarcarsi.

Sul fronte mediorientale, la deriva autoritaria delle Autorità turche non lascia prevedere niente di buono. Il flusso ininterrotto di migranti da quell’area, che la Turchia trattiene solo in parte, anche per dimostrare che se allentasse le briglie l’Europa sarebbe in una situazione senza via d’uscita, rappresenta una specie di spada di Damocle.

Sul fronte africano la situazione è peggiore , perché non disponiamo di un Paese nostro alleato , autorevole e serio, che si faccia carico di un compito tanto improbo, né si può sperare che lo faccia la Libia nelle sue attuali condizioni.

Un piano Marshall per l’Africa
Forse è giunto il momento per le Autorità dell’Unione di ripensare l’approccio al problema, con un massiccio programma di investimenti nei Paesi di origine, in tutta l’Africa, per creare in loco nuove occasioni di sviluppo e di lavoro. Questa operazione di mantenere in loco le popolazioni e costruire le condizioni per sventare migrazioni planetarie potrà riuscire solo coinvolgendo gli Stati dell’Ue, quelli che sono in grado di apportare un serio contributo e anche una partecipazione significativa alla costituzione di un Fondo.

A garanzia della riuscita del progetto, occorrerebbe convincere gli Stati Uniti a parteciparvi , così da potere raggiungere la massa d’urto necessaria a fare decollare un piano di sviluppo per l’Africa, dotandolo di risorse e strumenti adeguati e di un quadro di riferimento per la sua gestione che, senza innovare troppo, potrebbe essere un organismo sul modello di quello che fu l’Oece.

La stragrande maggioranza dei leader politici europei odierni, per ragioni di età, non hanno conosciuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e magari ignorano che, per tirar fuori dal baratro le nazioni europee, gli Stati Uniti misero in piedi, nel 1948, il ‘Piano Marshall’, con risorse più o meno equivalenti a quelle di cui potremmo disporre noi oggi, se vi concorriamo tutti.

L’Ue potrebbe ispirarsene e prenderlo a modello tanto per definire la natura degli investimenti che le modalità e i criteri di intervento e gestione. Ciò potrebbe costituire il nocciolo duro di una politica dell’immigrazione, europea ed occidentale, finanziata con fondi comunitari e cofinanziata con fondi nazionali, pubblici e privati, di tutti coloro che vorranno e potranno, gestirlo secondo il medesimo modello dell’Oece.

Una diversa soluzione dei Paesi Ue, attraverso i Fondi europei esistenti , quale che ne sia il carattere, sembra di difficile attuazione e di aleatoria efficacia. Anche perché i Paesi dell’Europa centro-orientale, oggi nell’Unione, hanno tutti dimenticato lo sforzo di solidarietà che la Comunità e i Paesi che ne facevano parte compirono per venire loro incontro e lenire le loro difficoltà: una solidarietà che essi negano in blocco a tutti coloro che la invocano oggi.

Francesco Fresi, Direttore onorario della Commissione europea.
 
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