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Tra Usa e Ue
A che serve la politica estera italiana?
Pierangelo Isernia
16/02/2017

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L’Italia si trova in un momento di grande difficoltà. Per la prima volta entrambe le stelle che hanno orientato l’azione dei decisori italiani di politica estera negli ultimi settanta anni sono appannate. Stati Uniti e Unione europea, Ue non sono più gli ovvi e scontati riferimenti cui ispirare le scelte di politica estera.

Gli Stati Uniti proseguono, in forme con Trump imprevedibili, un processo di progressivo sganciamento dalle problematiche europee. L’Ue è in un travaglio in cui le spinte dissolutive sembrano prevalere su quelle integrative.Quali effetti ha tutto ciò sulla politica estera del nostro Paese?

Doppia sfera, concreta e simbolica
Se la politica estera di un Paese come il nostro serve essenzialmente a preservare l’ordine politico interno dalle pressioni internazionali, l’Italia lo ha fatto in forme particolari. La strategia adottata è stata quella di saldare la politica interna a quella estera, facendo dipendere la sopravvivenza dell’ordine interno dalla stabilità di quello internazionale.

La soluzione adottata dall’Italia per realizzare questo stretto collegamento tra interno ed esterno è stata quella di condurre la politica estera - con le sue implicazioni interne - su due tavoli paralleli e tra loro non comunicanti: il tavolo della politica concreta, quello sul quale le cose devono essere fatte, e il tavolo della politica simbolica, quello più proprio della politica politicienne o - appunto - simbolica.

La sfera della politica simbolica è il terreno dello scontro sul quale si è giocata la saldatura tra assetto interno ed internazionale, allo scopo di rendere impossibile modificare il primo e di rendere più facile accettare le richieste del secondo.

Nella sfera della politica concreta, la politica estera è stata caratterizzata da tre aspetti: “offuscare” l’esatto contenuto delle decisioni, sfruttando le asimmetrie informative tra Governo e Parlamento, tra élite politiche e opinione pubblica; delegare quanto più possibile ad altri attori, siano essi burocratici (ad es. i militari), religiosi (ad es. la Chiesa), economici (ad es. l’Eni) o sociali (ad es. la Comunità di Sant’Egidio) le cose che comunque dovevano essere fatte e i modi in cui farli; infine,vendere le decisioni inevitabili come “packages” pre-confezionati, che, se sfidati, assurgono a scelte esistenziali, oggetto di un referendum simbolico in cui le alternative sono solo due, accettarli in toto o rigettarli.

Le cose cambiano, gli stili restano?
Dagli anni ’50 ad oggi questo stile non è cambiato molto. Le principali scelte di oggi, si pensi a quelle economiche, come il fiscal compact, o militari, come l’intervento in Libia e in Iraq sono prese oggi in modo non dissimile da come lo erano in passato.Potrà la politica estera essere condotta con gli stessi obiettivi e modalità con cui era condotta in passato?

Molto è cambiato negli ultimi vent’anni e ciò rende difficile continuare come se nulla fosse. La convergenza tra gli interessi italiani e quelli dei nostri alleati è oggi meno ovvia di ieri e trovare un punto di equilibrio richiede uno sforzo di cooperazione che, come si è detto poc’anzi, costa. Mantenere la separazione tra il tavolo ideologico e quello decisionale è molto più problematico.

Per gli attori politici interni è più facile e maggiormente remunerativo politicizzare la politica estera. Infine, vi è un problema di reputazione. In un sistema congelato, come lo è stato per tanti anni quello italiano, la bassa reputazione può essere compensata apparendo con le mani legate; una strategia negoziale spesso efficace, come ricordò tanti anni fa Schelling. Quando i lacci si sciolgono, anche contro la nostra volontà,e la debolezza non è più una risorsa negoziale, la reputazione va costruita e conservata.

Quando la debolezza non è più una risorsa
Potrà allora l’Italia continuare con la strategia dei due tavoli ancora a lungo?Io credo di no, perché questo modo di fare politica estera ha costi elevati per il Paese. Per brevità, ne segnalo uno: la tendenza a non valutare con avvedutezza le conseguenze degli impegni che si prendono. Prendiamo ad esempio il negoziato sul fiscal compact. Sulla base delle ricostruzioni disponibili, appare chiaro che l’adesione all’accordo impone all’Italia costi potenzialmente devastanti per la stabilità sociale e politica del nostro Paese.

Come mai impegni di tale portata, per le presenti e future generazioni, sono stati presi con una tale indifferenza, se non sostanziale ed acritica adesione? Ovviamente la spiegazione è complessa ma, tra le ragioni, vi è la tendenza tutta italiana - e frutto di una consolidata tradizione - a enfatizzare gli aspetti simbolici e politici a scapito di quelli materiali e (re)distributivi, a oscurare le implicazioni di lungo termine delle scelte a favore dei vantaggi tattici e di breve periodo, a delegare ai ‘tecnici’ i problemi.

A fronte di questi problemi, l’Italia si sta rivelando però un Paese difficile da riformare. Il recente fallimento della riforma costituzionale e il dibattito che ne è seguito, a prescindere dal merito, evidenzia la tendenza a privilegiare la rappresentatività sulla accountability, i veto players a scapito dell’autonomia dell’Esecutivo dalle pressione delle forze sociali, il breve termine al lungo periodo.

In un crescendo di sfide esterne e con poche risorse interne, riesce sempre più difficile gestire lo spazio di manovra entro il quale il sistema politico italiano può operare, stretto tra le pressioni di coloro che usano l’Europa come strumento di mobilitazione politica anti-sistema e di coloro (sempre meno?) che ritengono sia ancora sufficiente invocare il “vincolo esterno” per passare riforme impopolari e i cui benefici effetti non sempre appaiono ovvi. Per quanto tempo ancora potremo permetterci un tale modo di fare politica estera?

Pierangelo Isernia, Università di Siena, Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive.
 
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