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Casa Bianca
Trump-Italia: no a relazione privilegiata
Ferdinando Nelli Feroci
13/02/2017

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Ora che abbiamo potuto costatare che Donald Trump fa sul serio, e che mantiene le promesse fatte in campagna elettorale, c’è da chiedersi che cosa comporterà per un Paese come l’Italia l’arrivo alla Casa Bianca di un leader che sembra intenzionato a rimettere in discussione gli assi portanti tradizionali della politica estera americana.

Si è molto speculato sul possibile impatto del ciclone Trump sull’Unione europea, Ue (nei cui confronti il presidente americano ha manifestato indifferenza o ostilità) e sulla Nato (che lo stesso Trump ha definito obsoleta per poi correggersi e ridimensionare l’affermazione). Vale la pena di provare a interrogarsi su cosa significherà la Presidenza Trump per un Paese come l’Italia, che ha tradizionalmente puntato su Ue, Nato e solidarietà transatlantica come contesti di riferimento irrinunciabili della propria proiezione internazionale.

La prima telefonata Trump-Gentiloni
Gli scarni resoconti della prima conversazione telefonica tra Trump e il premier Paolo Gentiloni non hanno fornito indicazioni sotto questo profilo. Abbiamo per il momento solo potuto registrare una evidente maggiore prudenza da parte italiana nel pronunciarsi sulle prime iniziative del nuovo Presidente americano, rispetto alle più esplicite prese di distanza di dirigenti di altri Paesi europei (al punto che il Financial Times qualche giorno fa si chiedeva, con qualche malizia, se l’Italia non stia furbescamente prendendo le distanze da una linea comune europea nei confronti delle nuova Amministrazione statunitense).

Sul fronte interno, ci sarà da fare i conti con il fattore “imitazione” da parte di quei partiti e movimenti di opposizione che rivendicano un’agenda nazionalista, sovranista e protezionista, considerano l’Ue come una insopportabile limitazione della sovranità nazionale e sembrano essere i primi beneficiari netti della vittoria di Trump alle presidenziali Usa. Non a caso esponenti di questi partiti hanno espresso esplicita ammirazione e sostegno nei confronti di Trump.

Riflessi interni e internazionali
L’ascesa del magnate ha sicuramente fornito una sorta di legittimazione a queste formazioni politiche più dichiaratamente anti-establishment o anti-sistema. Ma non è affatto scontato che l’implicito sostegno americano sia destinato a tradursi in un corrispondente aumento dei consensi e delle intenzioni di voto per queste formazioni politiche. Tuttavia, l’allineamento delle piattaforme politiche dei partiti e movimenti anti-globalizzazione e anti-sistema con l’agenda politica di Trump potrebbe creare qualche problema addizionale al governo e alla maggioranza che lo sostiene.

Sul fronte internazionale la prevedibile tendenza della nuova amministrazione americana a ignorare l’Ue per privilegiare rapporti bilaterali con singoli Paesi membri porrà un’altra sfida all’Italia. Certamente dovremo mantenere un rapporto collaborativo con Washington; ma dovremo anche fare capire agli americani che è ancor più nel nostro interesse un’Ue forte, unita e protagonista, che sappia dialogare da pari a pari con gli Usa.

Sarebbe invece miope e sbagliato pensare di costruire un rapporto privilegiato con gli Usa a scapito dell’Ue. E proprio perché nella amministrazione americana si va affermando una netta preferenza per un’Europa debole e divisa, l’Italia dovrebbe assumere una iniziativa politica di alto profilo per restituire alla costruzione europea autorevolezza, credibilità e sostegno popolare.

Sul fronte della Nato, e più in generale delle garanzie di sicurezza, c’è da aspettarsi che nei prossimi mesi cresceranno le pressioni americane perché anche l’Italia (come gli altri alleati) si assuma maggiori responsabilità e maggiori oneri per la difesa collettiva. In una fase di contenimento della spesa pubblica, e con la necessità di rispettare le regole in materia di disciplina di bilancio, sarà una richiesta che rischia di metterci in difficoltà.

Anche per rispondere alle prevedibili pressioni americane, l’Italia dovrebbe quindi sostenere con convinzione una iniziativa mirata a rilanciare forme più efficaci di collaborazione fra europei nel campo della difesa, verso un Unione della difesa, da realizzare eventualmente sulla base di una coalizione di Paesi “able and willing”.

Il ‘reset’ con la Russia: meglio la prudenza
Le ripetute aperture di Trump sull’ipotesi di un “reset” delle relazioni con la Russia potrebbero costituire un’opportunità per un Paese come il nostro, che non ha mai fatto mistero dell’interesse ad una normalizzazione del rapporto con Mosca. Ma pure in questo caso occorre prudenza. Anche sull’idea di una ripresa del dialogo con Putin dovremmo muoverci in un contesto di concertazione con i nostri partner europei e atlantici; capire cosa effettivamente ha in mente Trump (le sue esatte intenzioni non sono per ora chiare); e soprattutto avere chiaro cosa chiedere a Vladimir Putin come contropartita.

Sarebbe controproducente seguire Trump su questa strada acriticamente e al di fuori di una posizione comune europea. Al contempo l’Italia dovrebbe assumere una iniziativa in Europa mirata ad una riflessione complessiva sul rapporto con la Russia, anche con l’obiettivo di evitare che l’Europa possa essere spiazzata da una eventuale tentativo americano di una intesa diretta con Putin.

In Medio Oriente e nel Mediterraneo è più difficile, nella attuale congiuntura, capire cosa ha in mente Trump. Dalle prime dichiarazioni del presidente americano sono per ora emerse con chiarezza solo alcune indicazioni: un riaffermata priorità alla lotta al contrasto dell’Isis, il sedicente Stato islamico, e del terrorismo di matrice islamica; una visione dell’Iran come ostile e pericoloso; un sostegno apparentemente incondizionato al governo israeliano.

Da queste scarne indicazioni non è agevole trarre indicazioni sulla linea che l’Amministrazione americana vorrà tenere sui principali teatri di crisi, a partire dalla Siria e, per quanto ci riguarda più direttamente, soprattutto per la Libia.

Le incognite Medio Oriente e Mediterraneo
Se il criterio prevalente che orienterà le scelte di Washington nella regione sarà il contrasto dell’Isis e del terrorismo islamico, se ne dovrebbe dedurre che gli Usa avrebbero tutto l’interesse a favorire una soluzione politica delle crisi in corso in Siria e Libia, che consenta la formazione di governi stabili, riconosciuti internazionalmente e all’interno, e in grado soprattutto di controllare i rispettivi territori.

Potrebbe essere per noi una opportunità rispetto alla quale ci converrà sondare rapidamente la nuova amministrazione Usa, nella speranza di riuscire a coinvolgere Washington in un disegno di stabilizzazione della Libia.

Il Vertice G7 di Taormina, del prossimo maggio, sarà una prima occasione per testare gli orientamenti di Trump sui temi che tradizionalmente figurano nell’agenda di questo tipo di incontri. Oltre tutto Taormina potrebbe essere la prima uscita all’estero di Trump per un vertice multilaterale, un contesto che il presidente americano non considera come il più idoneo per la tutela degli interessi nazionali americani.

Se si dovesse far fede ai primi annunci di Trump in materia di commercio internazionale,di regolamentazione dei mercati finanziari, e verosimilmente di coordinamento delle politiche macro-economiche, appare difficile immaginare un interlocutore più distante di Trump dalla “conventional wisdom” che ha ispirato finora le conclusioni di questi vertici.

La sfida e l’occasione del G7 di Taormina
La sfida per la presidenza italiana del G7 sarà quindi quella di riuscire a smussare gli spigoli su temi sui quali non sarà agevole concordare conclusioni condivise (commercio, coordinamento politiche macro-economiche, stabilizzazione dei mercati finanziari, ma anche ambiente, cambiamento climatico, e forse rapporti con la Russia ecc.) e ricercare un minimo di consenso su temi (quali?) meno controversi.

In conclusione si può capire (e per certi aspetti anche condividere) la prudenza dei dirigenti italiani, che per ora hanno evitato di seguire l’esempio di altri leader europei in una critica aperta a Trump. Ma sarebbe sicuramente un errore cadere nella tentazione di giocare la carta di una presunta intesa diretta con gli Usa di Trump a prescindere da, o addirittura in contrasto con, i nostri tradizionali referenti: Ue e Nato.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI.
 
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