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Medio Oriente
La Turchia invade la Siria e ricalibra la sua politica estera
Roberto Aliboni
02/09/2016

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Il 24 agosto scorso una piccola forza turca di carri armati e truppe speciali ha varcato il confine siriano accompagnata da alcune brigate dell’Esercito libero siriano (Faylaq al-Sham, la Divisione Sultan Murad, Liwa al-Mutasim, e il Movimento Nour al-Din al-Zinki).

La forza ha dapprima attaccato e conquistato con facilità la cittadina di Jarablus, importante varco al confine fra il territorio settentrionale della Siria controllato dall’Isis e la Turchia. Successivamente ha investito - e gli scontri sono tutt’ora in corso - i curdi siriani.

Molti hanno visto in questo sviluppo l’emergere nella dimensione siriana di una fase nuova della politica estera turca, in qualche modo collegata al fallito colpo di stato di metà luglio, ai drammatici aggiustamenti che ancora non hanno finito di conseguirne e in linea con le rilevanti correzioni di rotta nei confronti di Israele e Russia avviati già prima del colpo di stato. Ci sono cambiamenti nella politica estera turca? E quanto sono significativi?

Occorre prendere in considerazione tre sviluppi: lo scontro con i curdi siriani, il riavvicinamento con la Russia, i rapporti con gli Usa. Vediamoli nell’ordine.

Ankara e il contenimento dei curdi
Le “Forze democratiche siriane” - una coalizione curdo-araba a guida curda, promossa e fortemente appoggiata dagli Stati Uniti in funzione anti-“Califfato” - dopo aver varcato alla fine di maggio l’Eufrate, ha assediato la cittadina di Manbij, riuscendo a sloggiarne l’autoproclamatosi “stato islamico” a metà agosto.

Dilagando oltre l’Eufrate, i curdi combattono i jihadisti in accordo con l’alleato americano, ma puntano soprattutto a ricongiungere l’attuale nord-est siriano, sotto il loro controllo, con l’enclave a maggioranza curda di Afrin nell’ovest, onde arrivare a dominare una fascia continua di territorio al confine con la Turchia.

Ma come quella curda - e come d’abitudine nella guerra siriana - anche l’operazione turca è a obiettivi congiunti. La conquista di Jarablus è presentata agli Usa e all’Occidente come un contributo turco alla lotta contro l’autoproclamatosi “stato islamico”, ma si tratta di un’azione che ha avuto soprattutto lo scopo di prevenire l’eventuale espansione curda a nord da Manbijal confine turco-siriano.

La maggiore intraprendenza curda e i più stretti rapporti Usa con i curdi hanno imposto maggiore intraprendenza anche ai turchi, ma questa non è però destinata a tradursi in una diretta entrata della Turchia nel conflitto siriano. Almeno per ora, l’obiettivo resta il contenimento, che non disturba i russi e non chiude le porte ad una normalizzazione con gli americani.

In merito ad Assad, l’ostilità nei suoi confronti resta ugualmente un obiettivo primario, anche qui con qualche modulazione tattica. Dopo il fallito colpo di stato della metà di luglio si è molto parlato di una riconsiderazione di questa ostilità, e qualcuno l’ha poi collegata al riavvicinamento di Ankara a Mosca dopo l’acuta crisi scatenata nel passato autunno dall’abbattimento di un bombardiere russo da parte della contraerea turca.

Erdogan e Putin fanno pace
Dall’incontro fra Erdogan a Putin risulta chiaro che il riavvicinamento non avviene sul terreno della Siria. Da parte turca, riguarda il ripristino del progetto del Turkish Stream e la possibile riconsiderazione della costruzione di un impianto per la produzione di energia nucleare a Akkuyu (nel sud della Turchia) nonché la ripresa del turismo russo (si può notare che anche il riavvicinamento con Israele è all’insegna dell’energia e contempla in modo prominente il transito via tubo in Turchia delle emergenti risorse energetiche di Cipro).

Da parte russa, riguarda la necessità di revocare un regime di sanzioni che punisce, assieme a quella turca, anche la molto debole economia del paese. Al revirement russo può inoltre non essere estraneo il desiderio di accrescere ansia e confusione nel campo occidentale.

Dunque, mentre è del tutto possibile che Erdogan - come risulta da alcune sue vaghe dichiarazioni - sia propenso ad annacquare i suoi obiettivi anti-assadiani, questo ha un valore solo tattico, una patata bollita sul piatto del riavvicinamento con la Russia.

Se c’è un cambiamento nella dimensione siriana politica estera della Turchia, esso non riguarda l’opposizione ad Assad, non è un accostamento strategico alla Russia e men che meno un voltafaccia rispetto a quelle opposizioni siriane che la Turchia appoggia più o meno di conserva con le altre potenze sunnite della regione, quanto piuttosto un più chiaro e diretto coinvolgimento in chiave anti-curda nell’ambito dei supremi interessi nazionali di politica estera, che serve come fattore largamente unificante all’interno del paese e facilita la trasformazione istituzionale che Erdogan persegue.

Usa-Turchia, una relazione da ricalibrare
Ci sono rimodulazioni di obiettivi esistenti più che cambiamenti. Queste nondimeno, intrecciandosi con le ambiguità del colpo di stato, creano seri imbarazzi, e forse qualche rischio, nei rapporti con gli Usa e la Nato. È da tempo che c’è tensione fra Turchia e Usa a causa dell’alleanza di Washington con i curdi dello Ypg e del distacco Usa dalle sorti sunnite.

Le vicende di Manbij, Jarablus e della piccola invasione turca della Siria la stanno riproponendo. Gli Stati Uniti hanno protestato per gli “attacchi” contro i loro alleati curdo-arabi. Parallelamente hanno intimato ai curdi di rientrare al di là dell’Eufrate. Questo è stato l’argomento portato dal vicepresidente Biden nella sua recente visita ad Ankara. Ma né i turchi si fermano, né i curdi arretrano.

La Turchia non intende certamente metter fine alla sua alleanza con gli Usa e la Nato, anche perché l’Alleanza la rafforza e la protegge nei suoi rapporti, caldi o freddi che siano, con la Russia. Ha però degli obiettivi nazionali e agisce con spregiudicatezza e durezza per realizzarli. D’altra parte, nel giocare duro i turchi sanno che non solo sono a rischio i rapporti fra Turchia e Usa-Nato bensì anche quelli fra Usa-Nato e Turchia e tirano la corda.

Gli Stati Uniti hanno già rimodulato alcune loro posizioni per tenerne conto. Il richiamo di Washington ai curdi perché si ritirino oltre l’Eufrate e l’accettazione da parte di Ankara di questa misura indicano una reciproca intenzione di ricalibrare la bilancia, ma di tenerla in piedi.

Il colpo di stato, arrivato al culmine di una politica estera che aveva isolato la Turchia, indica una ricalibratura ancora più accentuata, ma non dei cambiamenti strategici. L’Occidente non ha convenienza a drammatizzare, ma a trovare i necessari aggiustamenti.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
 
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