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Asia
Longa manus di Pechino su Hong Kong
Elisabetta Esposito Martino
25/03/2016

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Spesse e grigie nubi coprono il cielo di Hong Kong: siamo nel 2025, in una città stretta nella morsa di Pechino, dove non si sentono più risuonare gli otto toni del cantonese, tra storie tragiche ed inquietanti.

Questo è lo scenario di TenYears, una pellicola prodotta con un ridottissimo budget, che ha ricevuto la nomination al 35°Hong Kong Film Awards, ed ha già incassato 6 milioni di HK$.

Questo successo, inaspettato, ha però suscitato in Cina acerrime critiche: il Global Times ha stroncato i cinque racconti, definendoli assurdi e pessimistici, un “virus della mente”. Di conseguenza il film non sarà proiettato nel continente, né sarà trasmessa la premiazione, anche se rappresenta uno degli eventi cinematografici più importanti di tutta l’Asia; stessa sorte spetterà al Taipei Golden Horse Film Awards che si svolgerà alla fine dell’anno a Formosa.

I librai desaparecidos
Questo cinema indipendente, veicolo di critica sociale e politica, viene collegato agli scontri di Mong Kok, durante i festeggiamenti per il nuovo anno della scimmia, sfociati nella La Rivoluzione delle polpette, ultimo epigono della Rivoluzione degli Ombrelli che, dal settembre al dicembre 2014, ha veicolato molto vivacemente la richiesta di compiuta democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali, ancor più in bilico dopo la sparizione e la successiva ricomparsa di cinque librai, che pubblicavano testi non graditi al governo centrale.

La TV satellitare Phoenix ha mandato in onda un’intervista ad alcuni di loro, annunciando che Gui Minhai sta scontando nel continente crimini pregressi (ammessi) mentre gli altri sarebbero liberi. Lee Bo, in Cina per contribuire ad un’inchiesta, avrebbe ammesso alcuni reati e rinunciato, probabilmente sotto pressione, alla cittadinanza del Regno Unito: forse un escamotage a fronte delle azioni, paventate dalla Corona Britannica, di agire contro la palese violazione del diritto internazionale. Dopo l’intervista è ricomparso nell’isola anche Cheung Chi-ping, che non ha lesinato dichiarazioni rassicuranti sulla vicenda.

L’autonomia garantita ad Hong Kong
La longa manus di Pechino sta violando lo status di Hong Kong, enclave in cui è garantito l’habeas corpus, presidio della libertà individuale contro ogni forma di arbitrio, garantito dallo speciale regime vigente dal 1° luglio 1997?

La tutela dell’ex colonia discende dalla Costituzione del 1982, che aveva previsto l’istituzione delle SARs (Special Administrative Regions) per predisporre il futuro inglobamento di Hong Kong e Macao, vagheggiando il grande ritorno, quello di Taiwan.

Da allora è sempre stato rispettato il principio “un paese due sistemi”, in base al quale in un unico Stato, la RPC, coabitano due sistemi politico-istituzionali: quello socialista e quello capitalista. La formula permette ai residenti di quelle aree di godere di una certa rappresentanza democratica, di un sistema giudiziario indipendente e di un’organizzazione multipartitica, atta a garantire una lenta transizione dell'ordinamento economico e giuridico che si compirà definitivamente nel 2047.

La parabola di Hong Kong
Nel rispetto delle peculiarità riconosciute ad Hong Kong, il Comitato permanente della XII Apn, nel 2014, aveva modificato il sistema elettorale, abrogando il precedente, che prevedeva sia un sistema proporzionale, a suffragio universale diretto, in circoscrizioni delimitate geograficamente (GeographicalConstituencies) sia una rappresentanza di categorie professionali (FunctionalConstituencies).

Il nuovo procedimento contemplava il suffragio universale, delimitando però l’elettorato passivo ai soli candidati (due o tre) selezionati da un Comitato di Designazione. Tali modifiche non hanno ottenuto, nel 2015, l’approvazione del Consiglio Legislativo, con un voto che ha sorpreso Pechino e il mondo, ma che le elezioni locali dello scorso novembre, per certi versi, hanno vanificato.

Utopie e distopie
A questo punto il Life Style dei sette milioni di abitanti di Hong Kong pare vacillare. Fino a pochi mesi fa, il governo cinese aveva evitato eccessive intromissioni, consentendo il godimento delle libertà costituzionali e persino le veglie commemorative dei fatti di piazza Tian’anmen.

Negli ultimi tempi, invece, forme di controllo sempre più stringenti stanno tracimando dai limiti del continente, attraverso un articolato sistema che coinvolge cultura, media, editoria, istruzione, come profetizzato in TenYears. Si allungano così precocemente le ombre del tramonto dell’autonomia di Hong Kong?

Intanto a Pechino le due Assemblee, Liǎnghuì两会, (il Parlamento e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese) hanno discusso i target del 13° Piano quinquennale, già delineati dal CC del Pcc, basati su un’economia dell’offerta (per nuovi orizzonti di Reaganomics?), innovazione, lotta alla povertà, apertura, Internet Plus Plan, per raggiungere una crescita tra il 6, 5 ed il 7%, che non può prescindere dall’hub di Hong Kong.

Le periferie dell’ortodossia
Se la Rpc intende rivestire pienamente lo status di active participant allo sviluppo globale, in un mondo multilaterale, deve far attenzione alle periferie dell’ortodossia, Hong Kong e Taiwan, dove, dall’interazione tra il rispetto della sovranità e quello della libertà, può nascere un modello alternativo, retaggio dei cinquemila anni di cultura cinese declinati con i diritti umani affermati dall’Illuminismo.

Il coraggio di affrontare gli epigoni della rivoluzione colorata di giallo nel laboratorio di Hong Kong, melting pot di popoli e civiltà, di common law e civil law, Western-style democracy e socialismo con caratteristiche cinesi, misurerà la credibilità internazionale della leadership del Paese di Mezzo e, tra nuovi percorsi e millenarie tradizioni, svelerà se e in che misura la Cina tutta possa aspirare alla leadership del mondo globalizzato.

Elisabetta Esposito Martino è sinologa e costituzionalista. Responsabile Ufficio Affari generali dell'INdAM. Componente del Redress Committee del Progetto INdAM Cofund -VII Programma Quadro dell'Unione Europea.
 
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