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Tragedie europee
Nous sommes l’Europe
Nicoletta Pirozzi
22/03/2016

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La reazione emotiva collettiva alle tragedie delle studentesse Erasmus morte in un incidente stradale a Tarragona e agli attentati terroristici all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles ci restituisce il senso dell’Europa come comunità di popoli e culture.

Le conquiste dell’Europa unita sono spesso sottovalutate o date per scontate: sia dalle generazioni che le hanno costruite e che troppo spesso le guardano ormai con occhi disillusi e cinici, sia dalle nuove generazioni, che le trattano come diritti acquisiti e poco rilevanti.

Eppure il fatto di sentire il peso dei fatti drammatici di Tarragona e di Bruxelles come fossero le proprie è un effetto poderoso della costruzione europea e forse quello che può salvarci dalla disgregazione in atto nel nostro continente.

Generazione Erasmus
Il programma Erasmus, che consente agli studenti di tutta Europa di acquisire esperienza e conoscenza in Paesi stranieri e di entrare in contatto con culture diverse e nuove, ha formato generazioni di cittadini europei non più avvezzi alle limitazioni dei confini, delle lingue, delle monete.

Eppure in anni recenti il programma ha rischiato di finire sotto la scure dei tagli al bilancio europeo, salvo poi essere recuperato nel nuovo pacchetto Erasmus + per il periodo 2014-2020, con un finanziamento complessivo di 14,7 miliardi di euro.

Il processo di integrazione ha garantito la creazione e lo sviluppo di istituzioni e simboli comuni che fanno di Bruxelles la capitale d’Europa, la sede di studio e delle prime esperienze lavorative di tanti giovani europei, un luogo di aggregazione che è ormai diventato parte delle coscienze individuali dei cittadini europei e il punto di riferimento per le élite politiche che ci governano.

Se a volte è difficile comunicare l’importanza che le conquiste dell’euro e di Schengen rivestono nella nostra vita quotidiana, è in frangenti come quello che stiamo vivendo che il bagaglio di esperienze condivise si mostra in tutta la sua potenza.

Occorre quindi sottolinearne la valenza, presentarla anche agli spiriti più critici e sbandierarla come traguardo storico europeo rispetto al resto del mondo. È sulla tenuta di questo terreno comune e sulla percezione di un demos europeo che si deve basare una rinascita del progetto di integrazione e il freno alle dinamiche di rinazionalizzazione e frammentazione dell’Unione.

Siamo forse disposti a rinunciare alla libertà e all’arricchimento assicurati dal mercato unico, dalla libera circolazione e da uno spazio culturale europeo? Possiamo permettere a dinamiche nazionaliste, populiste e financo terroristiche di privarci di questi pilastri della nostra esistenza nello spazio pubblico e privato europeo?

La risposta è ovviamente negativa e dovrebbe portare a conseguenze imprescindibili a livello politico ed istituzionale, oltre che culturale e sociale.

È essenziale in primo luogo promuovere un’Europa della cultura e della cittadinanza, dove possano sentirsi a casa tutti coloro che si riconoscono nei valori europei di democrazia, rispetto della stato di diritto, dei diritti umani e delle libertà fondamentali. È possibile investendo più risorse, umane e finanziarie, nell’integrazione culturale, nella lotta alla povertà e alla disoccupazione soprattutto delle giovani generazioni, nella protezione di un welfare europeo sostenibile.

Intelligence europea
Serve superare le barriere nazionali in materia di condivisione dell’intelligence, delle forze di polizia e dei sistemi giudiziari. La creazione di un’intelligence europea si impone in tutta la sua urgenza, insieme al rafforzamento delle istituzioni che sono state create per garantire una risposta europea alle minacce alla sicurezza, da Europol a Eurojust a Frontex.

Sul fronte dell’intelligence anti-terrorismo, va ricordato che l’Unione europea ha creato la figura del Coordinatore anti-terrorismo nel 2004, all’indomani degli attentati alla metropolitana di Madrid, ed ha elaborato una Strategia contro il terrorismo nel 2005. Tuttavia, la capacità di coordinare le azioni degli Stati membri in un’azione efficace di contrasto al terrorismo è ancora embrionale e limitata dalle competenze nazionali in materia.

All’interno del Servizio europeo per l’azione esterna, il nuovo servizio diplomatico europeo, esiste un Intelligence Centre (Intcen) che però non ha capacità autonome di raccolta e funziona soltanto su fonti open source o sulle informazioni volontariamente condivise dai governi nazionali.

L’azione politica e militare nei confronti dei Paesi che alimentano il terrorismo, materialmente e ideologicamente, deve essere coordinata attraverso istituzioni e capacità comuni. Un attacco a uno dei Paesi membri dell’Unione è un attacco a tutta l’Europa, e allo stesso tempo richiede una risposta coordinata e compatta che sia credibile sul fronte internazionale.

L’invocazione della clausola di difesa reciproca, introdotta dal Trattato di Lisbona all’indomani degli attentati terroristici di Parigi del novembre scorso è stato un segnale incoraggiante, salvo poi tradursi in negoziazioni bilaterali tra la Francia e i singoli Stati dell’Ue al fine di alleggerire le forze di sicurezza francesi dai numerosi impegni internazionali.

Non ci sono più scuse per ritardare l’utilizzodegli strumenti creati col Trattato di Lisbona del 2009 in materia di sicurezza e difesa, e per andare oltre nella creazione di un quartier generale unico che traduca in azione le decisioni di una Politica estera e di sicurezza comune.

L’Europa è nostra, noi siamo l’Europa. È il nostro patrimonio culturale che siamo chiamati a tutelare per non soccombere e scomparire.

Nicoletta Pirozzi è responsabile di ricerca presso lo IAI.
 
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