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Medio Oriente
Libia: il governo autocertificato di Al-Sarraj
Roberto Aliboni
21/03/2016

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Esiste veramente un governo libico, come si apprende dai media e dalle dichiarazioni dei governi occidentali? Fra gennaio e oggi la Camera di Tobruk ha condotto un crescente boicottaggio per impedire che il governo presentato dal primo ministro Fayyed al-Sarraj sia eletto.

La settimana passata una deputata della Camera, Siham Sirsiua, ha ben descritto la situazione dichiarando che 101 membri del parlamento sostengono la fiducia ,ma che “Tutti gli altri membri si oppongono al voto e boicottano le sessioni di modo che il quorum non sia raggiunto”.

In questa situazione, con la pressione dell’Onu e dei governo occidentali alle spalle, il 12 marzo il primo ministro libico al-Sarraj ha emesso un comunicato che autocertifica la legittimità del governo sulla base delle dichiarazioni extraparlamentari dei 101 ed esorta le istituzioni libiche e la comunità internazionale a riconoscere l’autorità del governo da lui designato e a sostenerlo.

L’Occidente trova il governo libico
Il giorno dopo, 13 marzo, nel dare notizia di quanto appena detto, la Associated Press informa che “Alcuni governi europei e gli Stati Uniti subito hanno dato il benvenuto alla dichiarazione e il Dipartimento di Stato ha definito la nuova entità come ‘il solo governo legittimo in Libia’ esortando tutte le parti ad ‘agire responsabilmente’ e ‘dargli pieno sostegno’.

Nello stesso giorno si sono incontrati al Quai d’Orsay a Parigi i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti per sancire l’appoggio al governo al-Sarraj. Il 14 marzo si è riunito il Consiglio Affari Esteri dell’Ue che ha imposto sanzioni su tre leader dell’opposizione al governo al-Sarraj, che dunque diventa l’unico e valido interlocutore dell’Occidente (e chi non è con lui, peste lo colga).

L’Occidente perciò ha finalmente trovato quel “governo legittimo” che costituisce la condizione formale e politica dell’intervento militare destinato a stabilizzare la Libia. Quindi un intervento ci dovrebbe essere, accanto ed oltre quello di controterrorismo che è già in corso.

Tuttavia, se a Tobruk le condizioni formali per l’elezione del governo al-Sarraj sono mancate e continuano a mancare è perché mancano innanzitutto quelle politiche. A mostrarlo anche il rifiuto, da parte dei governi di Tripoli e Tobruk, dell'ingresso in città del governo di Serraj. Il “premier" di Tripoli in particolare aveva minacciato Serraj dicendo che qualora provasse “ad entrare in Libia ci saranno delle conseguenze".

Fuori Haftar
In Libia è in corso un ennesimo, estremo scontro di potere su più fronti. Al-Sarraj è l’espressione di una coalizione di liberali nazionalisti, misuratini e islamisti moderati - buona parte dei Fratelli Mussulmani - che si ispira alle finalità e ai principi cui l’Onu ha puntato nella sua lunga mediazione e ha poi riversato nell’accordo di Skhirat.

Questa coalizione ha due forti avversari. Innanzitutto, una coalizione che vede il progetto Onu come un ostacolo all’affermazione delle correnti islamiste più intransigenti nonché come un impedimento esterno ad un’intesa “fra libici”. In secondo luogo, la coalizione di militari e funzionari ex-gheddafiani, tribù cirenaiche e separatisti che fa riferimento al generale Khalifa Haftar e al suo progetto di “zero islamisti” nel paese, in alleanza innanzitutto con l’Egitto.

In questo quadro, al-Sarraj ha subito nominato un ministro della Difesa, il generale Mahdi al-Barghati, che non fa parte della cerchia di Haftar, con il compito di attuare l’obiettivo politico centrale del suo governo, sulla base dell’articolo 8 dell’accordo di Skhirat: ritirare il comando supremo delle forze armate e il portafoglio della difesa a Haftar e partire da qui per ricostituire la catena di comando e procedere, con l’aiuto dei paesi occidentali, a quella riforma del settore della sicurezza che in effetti è indispensabile sia per la democrazia libica di domani sia per mettere fine allo scontro civile in atto e alle interferenze straniere che lo alimentano

Ma la nomina di al-Barghati e il progetto sottostante alla nomina sono stati immediatamente osteggiati nel Consiglio presidenziale da due membri del Consiglio, alleati di Haftar e delle forze che lo appoggiano in Cirenaica, al-Qatrani e al-Aswad. Questa opposizione si è riflessa nel parlamento di Tobruk che alla fine di gennaio ha approvato l’accordo di Skhirat, ma non l’articolo 8 e, appena più tardi, ha iniziato il boicottaggio del governo al-Sarraj da parte dei deputati vicini alle due coalizioni che gli si oppongono. Non solo è diviso il parlamento, ma anche il Consiglio presidenziale, che negli accordi di Skhirat è una sorta di guida collettiva del governo.

Politici, più voglia di avventure militari dei militari
Se queste sono le condizioni politiche che prevalgono in Libia, è evidente che avere un appiglio di legittimità formale non serve a superare le obiezioni che si sono fin qui fatte a un intervento militare senza che questo abbia alle spalle il requisito dell’unità nazionale libica.

Al-Farraj non fornisce questo requisito e quindi la coalizione occidentale che intervenisse - come spesso asserito anche nelle dichiarazioni dei governi - diverrebbe la scintilla di una nuova fase di guerra civile, nel cui ambito la crisi libica si aggraverebbe, il governo al-Farraj subito apparirebbe un governo marionetta e, di conseguenza, susciterebbe un’ondata di nazionalismo che rafforzerebbe i radicali d’ogni genere. Con tutto ciò le stesse, scarse possibilità di condurre con successo la lotta all’Isis sarebbero compromesse.

Che farà l’Italia? Nelle ultime settimane il presidente del consiglio Matteo Renzi era sembrato più stringente e cauto sulle condizioni dell’intervento italiano, ma le dichiarazioni del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alla riunione di Parigi accettano pienamente l’autocertificazione di al-Sarraj come condizione necessaria di tale intervento. Si va quindi verso un intervento?

Un’intervista di Paolo Valentino al ministro italiano della Difesa, Roberta Pinotti, sul Corriere della Sera del 14 marzo, suona accenti più pacati. Del resto, una teleconferenza del 15 marzo fra i ministri della Difesa dei paesi riunitisi a Parigi il 13 marzo in presenza di un governo patentato come legittimo, ma assolutamente non rappresentativo di qualsiasi unità nazionale ha ripresentato le note riserve all’intervento.

Come si è visto in altre occasioni, i politici hanno più voglia di avventure militari dei militari. Resta ora da sentire il Parlamento, ma anche da conoscere il piano di contingenza che il governo intende attuare, non dimenticando che i libici, anche gli “amici” del governo al-Sarraj, si aspettano solo un intervento tecnico che non faccia la guerra al loro posto, ma solo li metta in condizioni di farsela tra loro.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
 
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