affarinternazionali

Fratellanza Musulmana
Cruz, vittoria di Pirro contro la Fratellanza
Azzurra Meringolo
19/03/2016

  più piccolo più grande
La campagna dalle tinte islamofobiche delle primarie repubblicane ha un vincitore. E non è Donald Trump, l’istrionico tycoon che ha proposto di sbarrare le porte ai musulmani intenzionati ad entrare negli Stati Uniti. Ma Ted Cruz, l’evangelico che con Marco Rubio ha preso le distanze dalle dichiarazioni oltranziste di Trump (per il quale simpatizza solo il 4% degli elettori arabi americani).

Mentre la sua corsa per la nomination repubblicana si è trasformata in una scalata sempre più faticosa, Cruz ha portato il dibattito sull’Islam all’interno del Congresso, chiedendo che la Fratellanza Musulmana venga inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche.

Approvata dalla commissione degli affari giudiziari, se diventasse operativa, la proposta di Cruz impedirebbe l’ingresso negli Stati Uniti di tutti gli stranieri che hanno rapporti con la Fratellanza e congelerebbe i beni del Movimento su suolo statunitense.

Anche se Cruz dichiara vittoria, il condizionale è d’obbligo. La Commissione che ha approvato il testo non è l’organo deputato a prendere tali decisioni che spettano in realtà al Dipartimento di Stato. E John Kerry dovrà ora fare i conti non tanto con i democratici che, guidati da John Conyers, si oppongono alla legge, ma soprattutto con quanti ritengono la proposta di Cruz un’arma utile per tagliare le gambe agli islamisti che sotto cappelli diversi sostengono Hamas, minando quindi la sicurezza di Israele.

Qualora questa legge diventasse operativa, sono tanti gli arabi che percepirebbero gli Stati Uniti come una potenza alleata dei regimi più autoritari. Non solo dell’Egitto di Abdel Fattah Al-Sisi - che ritenendo la Fratellanza il suo principale nemico l’ha nuovamente confinata alla clandestinità - ma anche di diverse potenze del Golfo - in primis Arabia Saudita - che dal 2011 al 2013 ha fatto il possibile per fare lo sgambetto agli islamisti al potere, sostenendo istanze molto più estremiste. La ricaduta sull’immagine degli Stati Uniti, almeno tra i sudditi di questi regimi, sarebbe certamente negativa.

Incerte sono poi le conseguenze a cui questa legge condurrebbe, aprendo probabilmente le porte a un’indagine come quella già commissionata lo scorso anno dal governo britannico.

I risultati di quest’ultima, che ha visto coinvolto anche l'ex ambasciatore saudita a Londra, non hanno portato all’inserimento della Fratellanza in alcuna black list, ma hanno evidenziato i rischi di estremizzazione verso i quali sembra andare la comunità musulmana locale.

Fratellanza, barriera o amplificatore di estremismo?
Anche se è probabile che quella di Cruz resti una vittoria temporanea che non porti a evoluzioni future, il dibattito che ha sollevato - anche alla luce dell'evoluzione indicata dall'inchiesta inglese - presenta un’occasione per interrogarsi sul ruolo giocato dalla Confraternita islamista in questo periodo.

Quella che è stata inaugurata dal golpe del 2013 è infatti un’epoca particolare, a livello nazionale-regionale e globale, nella storia dell’Islam politico che non può più essere analizzata utilizzando le stesse lenti del decennio scorso.

La Fratellanza di oggi è infatti molto diversa rispetto a quella di un paio di anni fa. In primis perché, non provvedendo più quella serie di servizi sociali con i quali sopperiva alle lacune dello stato egiziano, non può contare sullo stesso sostegno popolare - seppur nascosto - che godeva un tempo. E anche la sua struttura è stata totalmente scombussolata dagli arresti di massa, i processi e le condanne a morte sommarie post 2013.

Molto è cambiato da quando, all’indomani dell’11 settembre, ci si chiedeva se questa Confraternita era una barriera contro la diffusione dell’estremismo religioso o un suo amplificatore.

In un’epoca in cui l’ascesa dell’autoproclamatosi “Stato islamico” e il revival di Al-Qaeda coincide con un’ondata repressiva nei confronti della Fratellanza, è evidente che la Confraternita, diversamente da quanto parzialmente accaduto a inizio secolo, non riesce a svolgere alcuna funzione di contenimento dell’estremismo. A prescindere dalla volontà politica, quello che manca sono gli strumenti per farlo.

Guerra fratricida
In primis una struttura coesa che dia alla leadership del Movimento la capacità di imporre le sue decisioni alla base, scongiurando forze centrifughe. La Fratellanza di oggi è infatti un movimento attraversato da una guerra fratricida che ha esacerbato la battaglia tra quanti - sopravvissuti alla repressione e ora attivi dal Cairo e dalla diaspora - vogliono tenere le redini del movimento. E lo scontro si riflette anche sulla strategia politica da utilizzare.

Se dieci anni fa la Fratellanza faceva il possibile per affermare che la sua battaglia politica aveva rinunciato all’arma della violenza, la sconfitta del 2013 ha messo in discussione l’efficacia di questa strategia, il cui corollario era il tentativo di socializzare con le pratiche e le norme dello stato.

Ora che non c’è più alcun tentativo di essere assorbiti nella struttura dello stato, significativi settori della Confraternita si interrogano sull’opportunità di una revisione strategica che preveda anche il ritorno - per ora parziale - alla violenza.

Stagione estremista all’orizzonte?
Tutto ciò non vuol dire che la Fratellanza è destinata a diventare un’organizzazione terroristica. Anzi, alcuni analisti sono addirittura sorpresi di non aver assistito, negli ultimi due anni, a un’escalation di violenza.

Ciononostante, l'evoluzione del movimento rende necessaria l'adozione di un nuovo approccio per analizzare la Confraternita. Anche quanti fino ad ora hanno ritenuto il Movimento una barriera utile - se pur parzialmente - al contenimento di forze estremiste devono ora confrontarsi con spinte che vanno invece in questa direzione.

Sollecitazioni sempre più costanti che, pur non avendo portato a risultati evidenti, coinvolgono soprattutto quei giovani per anni esclusi dalla gestione verticistica della Fratellanza. Ragazzi che fino ad ora si accontentato di ricorrere alla violenza limitata, ma che potrebbero anche essere pronti ad arruolarsi in quei movimenti estremisti che stanno sconvolgendo il Medio Oriente.

Mentre Cruz insiste per inserire la Fratellanza nella lista delle organizzazioni terroristiche, il candidato che vincerà la corsa dalla quale lui è destinato a uscire dovrà capire come comportarsi con la Fratellanza.

Erede dell'apertura islamista accennata da Barack Obama, il prossimo presidente dovrebbe trovare la ricetta per evitare che la Confraternita si affidi alla violenza. L'ingrediente necessario per scongiurare il peggio sono proprio i giovani più a rischio.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
 
Invia ad un amico - Stampa 
Vedi anche
Primarie Usa, gli arabi cambiano canale, Ugo Tramballi
Sermoni unificati e predicatori certificati, così Al-Sisi costruisce il consenso, Azzurra Meringolo

Temi
ElezioniMedioriente
Usa

Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti