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Governance economica europea
Il rilancio di Padoan sull’Ue
Fabrizio Saccomanni
15/03/2016

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Una strategia europea condivisa per crescita, lavoro e stabilità, documento che il Ministro dell'Economia e delle Finanze, Mef, Pier Carlo Padoan, ha elaborato e reso pubblico a fine febbraio, ha una forte rilevanza politica sia sul piano interno italiano, sia sul fronte più ampio europeo.

Esso fa giustizia delle polemiche, rimbalzate tra Roma, Bruxelles e altre capitali europee, su un'Italia che "chiede solo e sempre flessibilità" e che non avrebbe una vera strategia economica coerente con le regole e gli impegni sanciti dai Trattati e dalla normativa europea.

In effetti, il documento del Governo italiano accetta di confrontarsi con tutte le tematiche e le proposte emerse nel dibattito sulla riforma della governance europea a partire dal programma presentato al Parlamento Europeo da Jean-Claude Juncker nel giugno del 2014 a sostegno della propria candidatura a Presidente della Commissione e fino al Rapporto dei Cinque Presidenti sul Completamento della Unione Economica e Monetaria del giugno 2015 già commentato su questa rivista.

Riforma della governance economica di ampio respiro
Il documento italiano rigetta di fatto la posizione che sembra aver prevalso in queste ultime settimane nelle istituzioni europee, ossia che con la crisi dei rifugiati, la minaccia del terrorismo e la prospettiva della Brexit, l’Unione Europea, Ue, abbia cose più importanti da discutere che non la riforma della sua governance.

Questa linea è apparsa purtroppo assai chiaramente in occasione del Consiglio Europeo del 17-18 dicembre scorso, quando i Capi di Stato e di Governo hanno di fatto rimesso in discussione i contenuti più innovativi del Rapporto dei Cinque Presidenti, rinviando ogni deliberazione in materia dopo ulteriori riflessioni e comunque alla fine del 2017.

Al contrario, il documento italiano giustamente postula che la riforma della governance debba avere un respiro ampio e tenere conto di tutti i problemi economici, sociali, di sicurezza che l’Ue si trova oggi ad affrontare. Non solo quelli della stagnazione e della disoccupazione, ma anche quelli che premono alle frontiere esterne dell'Unione e creano tensioni tra i paesi che fanno parte dell'Unione Economica e Monetaria e quelli che ne stanno fuori.

Del resto è ovvio che soluzioni permanenti alle emergenze delle emigrazioni di massa e della sicurezza interna non potranno essere trovate se non con misure che avranno implicazioni economiche e di bilancio significative.

Una governance economica riformata è indispensabile per evitare che si realizzi una violazione collettiva delle regole fiscali per effetto di misure individuali assunte in modo non coordinato per fronteggiare tali emergenze. Ne deriverebbe una grave perdita di credibilità dell'impegno per la sostenibilità fiscale che è uno dei capisaldi della Unione monetaria.

Rilancio degli investimenti, attuazione di riforme strutturali e promozione della responsabilità fiscale
Il tema centrale del documento è il richiamo all'esigenza di un "Comprehensive Policy Mix" che copra un ampio spettro di politiche economiche. Il capitolo ruota intorno ai tre pilastri della strategia europea, già ribaditi nel recente Annual Growth Survey della Commissione: il rilancio degli investimenti, l'attuazione di riforme strutturali e la promozione della responsabilità fiscale.

Niente di rivoluzionario quindi, salvo la sottolineatura che questi interventi si rafforzano vicendevolmente e quindi devono essere attuati simultaneamente, anziché in un’arbitraria sequenza temporale. Altro leit-motiv del capitolo è che il policy mix deve essere indirizzato a obiettivi per l'area dell'euro nel complesso e deve implicare un coordinamento degli interventi a livello dell'area.

La politica fiscale occupa qui un posto centrale. Non si propone nessun ulteriore aumento della "flessibilità" nell'ambito del Patto di Stabilità e Crescita rispetto a quanto già previsto dalla recente comunicazione della Commissione. Si richiede però che lo spazio fiscale disponibile venga utilizzato per sostenere la crescita.

Su questo punto, il documento del Mef solleva una questione interessante dal punto di vista analitico generale quando argomenta che le regole fiscali del Patto di stabilità si sono rivelate inefficaci a fronteggiare l'impatto negativo della bassa inflazione sulla crescita potenziale e sulla dinamica del debito; ne segue la proposta, che meriterebbe di essere più dettagliatamente articolata, di "incorporare gli andamenti dei prezzi nelle regole fiscali".

In questo contesto, il documento auspica anche che il nuovo European Fiscal Board, recentemente proposto dalla Commissione Europea, formuli "raccomandazioni di politica fiscale per la zona euro nel suo complesso"; si tratta di una critica implicita alla timidezza con cui la Commissione Europea ha finora svolto questo compito che pure rientra nelle sue competenze.

Procedura per gli squilibri macroeconomici
Un altro spunto rilevante è la proposta di introdurre maggiore simmetria nel processo di aggiustamento macroeconomico, essenzialmente applicando la Procedura per gli Squilibri Macroeconomici, Psm, in maniera più efficace a questo fine. Questo è un punto cruciale del dibattito europeo sul quale finora non si è fatto alcun progresso.

La Psm non viene infatti applicata a paesi, come la Germania, con un elevato surplus della bilancia dei pagamenti corrente, ossia che realizzano un volume di investimenti molto inferiore alla massa di risparmio nazionale. La Germania ha sempre sostenuto di non poter correggere lo squilibro attraverso una politica di bilancio più espansiva perché ciò sarebbe in contrasto con la strategia di mantenimento della sostenibilità fiscale nel lungo periodo.

La Commissione non è stata in grado finora di individuare meccanismi alternativi per rendere pienamente operativa la procedura e forse sarebbe opportuno mettere formalmente all'agenda dei lavori dell'Ecofin una riforma della Psm.

In quella sede si dovrebbe forse affrontare il problema della non-compliance della Germania in termini diversi da quelli fin qui usati. Si prenda atto che la Germania non è disponibile a perseguire una politica di sostegno alla domanda interna ampliando il disavanzo pubblico; si chieda alla Germania di ridurre gradualmente, ma con impegni vincolanti, il divario tra risparmio e investimento, eventualmente incanalando i deflussi di capitale che sono la contropartita del suo avanzo commerciale, verso il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, Feis, creato lo scorso anno per realizzare il piano Juncker per gli investimenti.

Investimenti strutturali
Il documento del Mef dà grande rilievo al tema del rilancio degli investimenti infrastrutturali e sottolinea come il Feis si debba impegnare a finanziare "progetti che non verrebbero altrimenti realizzati a causa di rischi elevati, fallimenti del mercato o vincoli finanziari e di bilancio". Il punto analitico è molto valido e si integra bene con la proposta di finanziare "beni comuni europei" come le grandi reti o l'Unione energetica.

Il documento collega il rilancio degli investimenti all'approfondimento del Mercato unico, superando gli interessi dei monopoli nazionali (specie in campo energetico), le barriere istituzionali e i colli di bottiglia che hanno finora impedito di realizzare a pieno tutti i vantaggi dell'aperture dei mercati. Su questi temi fondamentali, tuttavia, non si sono finora realizzati progressi significativi nelle sedi europee e l'Italia dovrebbe proporre un esame approfondito nel Consiglio Ecofin delle cause dei ritardi nell'attuazione del piano Juncker.

Strettamente collegato al tema degli investimenti e dell'apertura dei mercati è il sostegno del Mef alla piena realizzazione dell'Unione bancaria e dell'Unione dei mercati dei capitali. Anche qui viene sollevato un importante punto analitico quando si sostiene la necessità che l'Unione bancaria, ancora incompleta, venga dotata di strumenti efficaci per la gestione delle crisi sistemiche. In tal modo si accrescerebbe la fiducia nella stabilità del sistema bancario europeo, contribuendo quindi alla riduzione del rischio sistemico, in un contesto in cui condivisione e riduzione del rischio si rafforzano vicendevolmente.

Fabrizio Saccomanni, economista, è Vicepresidente dello IAI. Ministro dell’Economia del governo Letta dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014. Già Direttore generale della Banca d’Italia.

Vedi anche:
L'Italia e la riforma della governance economica europea

 
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