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Medio Oriente
La politica della non-guerra in Libia
Giuseppe Cucchi
14/03/2016

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Per anni ci siamo lamentati che la Libia fosse in preda al caos senza che la comunità internazionale sentisse alcun dovere di intervenire. Abbiamo stigmatizzato il modo in cui Gheddafi era stato rovesciato, senza avere però alcuna idea sul come gestire il vuoto di potere creatosi. Non siamo arrivati a dire "si stava meglio quando c'era lui!" ma ce lo avevamo sulla punta della lingua.

Per anni abbiamo recepito con allarme la tendenza di Nato ed Unione Europea ad occuparsi solamente di quanto avveniva nell'Est continentale, dimenticando quella sponda sud del Mediterraneo così scomodamente e pericolosamente vicina a casa nostra.

Abbiamo pontificato asserendo che l'unica via possibile per arrestare il flusso di migranti che si abbatte incontrollabile sulle nostre coste consisteva nel rimettere ordine in quel caos libico che favoriva e proteggeva la criminale proliferazione degli scafisti.

Eppur si muove
Ora qualcosa si sta muovendo. Dopo tutto il tempo perso con la mediazione affidata ad un diplomatico spagnolo che, a conclusione del suo mandato, aveva fatto il possibile per screditare se stesso, l'organizzazione di appartenenza ed il risultato che sembrava aver raggiunto, le Nazioni Unite sembrano aver trovato la strada e la persona giuste per avviare il processo che dovrebbe, con una difficile traiettoria, riportare ad unità ciò che ancora appare come un puzzle di potere estremamente complesso.

È comprensibile come la definizione di un Governo unico, se non gradito, perlomeno accettabile per le maggiori parti in causa, stenti ancora ad imporsi nonostante i numerosi passi avanti già compiuti.

Rimane l'ostacolo non indifferente costituito non tanto dai Governi ed i Parlamenti che da Tobruk e Tripoli si contrappongono l'uno all'altro, con duplice dubbia legittimità, ma piuttosto dalle medie potenze regionali che sostengono i due campi contrapposti in quella che, se non una guerra, è perlomeno una feroce competizione per la leadership in campo sunnita, condotta " per “proxies" e senza esclusione di colpi.

I veri ostacoli all'accordo che dovrebbe aprire la strada, in progressiva successione, prima ad una richiesta di aiuto all'Occidente formulata da un Governo legittimo ed universalmente riconosciuto, ed in seguito ad un intervento di nation rebuilding che l'Italia appare da tempo destinata a guidare, non sono quindi tanto né i Parlamenti né le personalità militari e politiche contrapposte in Libia, bensì l'Egitto, la Turchia, l'Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan, e l'elenco potrebbe continuare.

I tre messaggi degli occidentali
In questa ottica gli avvenimenti delle ultime settimane, che hanno registrato un particolare, inedito attivismo tanto degli Stati Uniti, che con l'attacco a Sirte hanno sottolineato il loro ritorno sulla scena nord africana, quanto di parecchie nazioni europee - la Francia, l'Inghilterra, la stessa Italia - che hanno a più riprese sottolineato ufficialmente come reparti delle loro forze speciali siano da tempo in territorio libico, appaiono come un ben preciso messaggio politico indirizzato ad interlocutori di differente livello.

Il primo gruppo è ovviamente costituito dalle potenze regionali sunnite, cui l'Occidente sta comunicando (e per far ciò utilizza le proprie forze militari, ma il messaggio rimane squisitamente politico) come il lungo periodo in cui Stati Uniti ed Europa non si interessavano del Nord Africa sia definitivamente terminato. Con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Il secondo comprende le forze che si contendono sul terreno la sovranità della Libia, in primo luogo i Parlamenti di Tripoli e Tobruk, ma certo non soltanto quelli. A questo gruppo viene spiegato come esista per il momento una disponibilità occidentale ad aiutarlo nella lotta per la sopravvivenza contro l'Isis.

Come in tutte le cose vi è però un prezzo da pagare per poter fruire della mano tesa, e tale prezzo consiste nel rapido conseguimento di una unità nazionale che almeno nei primi tempi potrebbe anche essere soltanto di facciata. L'importante è che vengono rispettate le forme richieste per la legittimità di un intervento internazionale.

Per questo gruppo, alla offerta si associa anche una minaccia, che la stampa internazionale ha già abbondantemente ripresa conferendole rilievo, che è quella di un futuro consenso occidentale ad una eventuale spartizione della Libia nelle tre componenti distinte di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Si tratta di una ipotesi cui le passate storie coloniali europee conferiscono una particolare credibilità.

Il terzo gruppo riunisce tutta quella parte della popolazione libica che non dipende da una indefinita prosecuzione della instabilità nazionale per la propria materiale sopravvivenza ma che è invece disperatamente stanca di una situazione in cui la vita ed i beni di ciascuno sono messi a rischio ogni giorno.

Il caos libico ha ormai raggiunto il quinto anno: sta quindi superando quella soglia temporale oltre la quale si ha di norma, nei paesi in conflitto, un crollo della volontà di combattere che viene progressivamente sostituita da un insopprimibile crescente desiderio di pace.

Anche a questo terzo gruppo, che si potrebbe definire come "la società civile libica", si indirizza un particolare e preciso messaggio occidentale: " La pace è qui con noi e possiamo portarvela, sempre che anche voi lo vogliate".

L'idea di base è dunque quella che questi tre messaggi, diversi fra loro ma sostanzialmente convergenti ed indirizzati a tre gruppi diversi, possano, ciascuno a suo modo e nel proprio ambito, contribuire a ricreare nel paese quel clima di unitarietà che è premessa indispensabile per procedere oltre.

Il quarto messaggio e la guerra
Un quarto messaggio, di tenore ben diverso, è infine quello che le mosse effettuate dagli occidentali sulla scacchiera libica nel corso delle ultime settimane dedicano all'Isis, comunicandogli quanto fosse illusorio per il Califfato pensare di poter trasferire la propria sede dalla Siria/Iraq alla Libia sperando in un allentamento della tensione.

I raid americani, gli accordi sui droni di Sigonella, la presenza di vari contingenti di forze speciali, chiariscono come anche a Derna od a Sirte a quel tipo di estremismo islamico non sarà concesso alcun quartiere.

È dunque guerra questa, come hanno precipitosamente sostenuto alcuni fra i partiti politici italiani, innescando una polemica che sembra più ispirata ai normali contrasti fra gli schieramenti contrapposti del nostro Parlamento che basata su un lucido e lungimirante esame dei fatti.

Il recente e tempestivo intervento del Primo Ministro Renzi sembra ora aver chiarito come in sostanza non si tratti affatto né di mascherare la prematura adesione del nostro paese ad un conflitto, né di intraprendere una strada che ad esso inevitabilmente condurrebbe. Stiamo semplicemente facendo politica, sviluppando - per una volta tanto in concordia di intenti con i nostri alleati - una politica estera comune che ci consenta di prenderci cura coralmente di quanto sta avvenendo sull'altra sponda del Mediterraneo.

Spiace soltanto che, anche in presenza di temi tanto gravi e capaci di mettere in gioco le vite di cittadini italiani, come dimostrano i luttuosi avvenimenti dell’ultima settimana, la nostra politica non riesca a volare più alta innescando finalmente quel guizzo che consenta al nostro Paese di mostrare ad amici e nemici un volto bipartisan nel fronteggiare la grave necessità incombente!

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
 
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