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Economia e affari internazionali
Crollo dei prezzi del petrolio, un problema di tutti
Marco Magnani
09/03/2016

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L’andamento dei prezzi delle materie prime - dal petrolio al gas naturale, dai minerali ai prodotti agricoli - è sempre stata una variabile macroeconomica con conseguenze abbastanza semplici da decifrare.

Per le economie industrializzate che importano materie prime - Europa, Giappone e Stati Uniti - il rialzo dei prezzi è generalmente un fatto negativo mentre il calo è positivo.

I periodi di prezzi bassi delle materie prime hanno spesso coinciso con fasi di espansione delle economie avanzate, come negli anni '60 e '90, e il mercato delle commodity si è quasi sempre mosso in controtendenza rispetto alle borse.

Come spiegare allora il quadro macroeconomico di questi mesi, caratterizzato contemporaneamente da materie prime al collasso, crescita economica anemica e mercati finanziari in crisi?

Economia globale e aumento della complessità
In un mondo “semplice”, prezzi bassi delle commodity avvantaggiano le economie industrializzate che le importano e prezzi alti favoriscono le economie emergenti che le producono ed esportano.

L’impennata del prezzo del greggio durante i due shock petroliferi degli anni ’70 ha prodotto inflazione e recessione nei paesi industrializzati, mentre i paesi produttori accumulavano surplus commerciali e riserve in valuta, aumentando il proprio peso politico internazionale.

Al contrario, a fine anni ’80 e nel corso degli anni ’90, la caduta dei prezzi delle commodity ha contribuito a un lungo periodo di crescita dei paesi industrializzati e ha causato seri problemi ad alcuni produttori di petrolio, come Messico, Indonesia e Russia, e di materie agricole, come Brasile e Argentina.

Nel mondo complesso di oggi, con economie molto interdipendenti, l’impatto della volatilità delle commodity è più articolato che in passato. Il paradigma tradizionale fatica a spiegare la situazione attuale.

La caduta verticale dei prezzi delle commodity, iniziata poco più di quattro anni fa dopo il picco del 2011, è fonte d’instabilità per i paesi emergenti, ma presenta rischi anche per Europa e Stati Uniti.

Attraverso diversi canali: 1) crollo di consumi, investimenti e importazioni dei paesi emergenti, che ha effetti negativi sulla domanda aggregata di quelli industrializzati; 2) “spiazzamento” di alcuni settori delle economie industriali; 3) possibilità di deflazione e d’instabilità finanziaria; 4) instabilità sociale e politica dei Paesi emergenti, con conseguenze negative per il resto del mondo.

Calo della domanda e spiazzamento degli investimenti
Le economie di molti paesi produttori di petrolio, gas e altri minerali sono in seria difficoltà a causa del crollo dei prezzi. Il Venezuela è sull’orlo della bancarotta, la Russia ha difficoltà a finanziare il deficit pubblico, Brasile e Sud Africa sono in grave affanno.

La prima conseguenza è la caduta in questi paesi di consumi e investimenti, che si traduce in minori importazioni dai paesi industrializzati. La domanda aggregata di questi ultimi è ridimensionata, con influenza negativa su tassi di crescita, occupazione e profitti delle imprese.

Le economie dei Paesi industrializzati sono influenzate negativamente anche per un altro motivo. Esemplare è il caso del petrolio, il cui prezzo è passato nel giro di due anni da oltre 110 dollari il barile ai circa 30 attuali. Il crollo ha spiazzato interi settori delle economie industrializzate.

L’estrazione di shale gas negli Stati Uniti è oggi meno competitiva. Il prezzo del petrolio basso è inoltre un forte disincentivo agli investimenti nella green economy. Più in generale, sono penalizzate le attività e lo sviluppo di tecnologie di estrazione, raffinazione e trattamento di materie prime, che spesso fanno capo a gruppi americani ed europei. Un discorso analogo vale per gli investimenti nel settore agricolo.

Rischio di deflazione e d’instabilità finanziaria
Storicamente l’andamento dei prezzi di materie prime agricole ed energia non è il centro dell’attenzione delle Banche Centrali. Infatti, la dinamica dei loro prezzi - salvo quello del petrolio che è trasferito sul prezzo della benzina - non incide in modo radicale sugli indici dei prezzi al consumo, che misurano l’inflazione.

Il costo del lavoro è, in questo senso, una variabile molto più pesante. Oggi tuttavia la grande paura di Fed e Banca centrale europea non è l’inflazione bensì la deflazione. Un prezzo delle commodity troppo basso è insidioso perché aumenta le aspettative di prezzi costanti o decrescenti da parte di famiglie e imprese, che quindi rallentano le decisioni di consumo e d’investimento.

Un secondo aspetto da considerare è il rischio d’instabilità finanziaria che può derivare dalle difficoltà economiche dei Paesi emergenti e che avrebbe ripercussioni internazionali. Nel caso della Russia ad esempio, il già fragile sistema bancario rischia di essere travolto da crisi economica e indebolimento del rublo. Com’è noto, stabilità dei prezzi e dei mercati finanziari sono obiettivi fondamentali delle Banche Centrali.

La spia di allarme dei mercati
Ai rischi economici si aggiungono quelli d’instabilità politica. Nel 2011 il picco dei prezzi delle materie prime, in particolare di quelle alimentari, è stato all'origine dei movimenti di protesta sfociati nella Primavera araba.

L’attuale livello dei prezzi delle commodity rende difficile ad alcuni paesi, le cui entrate sono drasticamente ridimensionate, mantenere il consenso sociale e la stabilità politica. Anche grandi produttori di petrolio come l’Arabia Saudita, nonostante le importanti riserve valutarie accumulate, potrebbero presto avere difficoltà.

In certi casi le minori risorse possono addirittura ridurre la capacità di contenere il terrorismo, come per Nigeria, Algeria e gran parte del Medio-Oriente. Le ripercussioni negative sulle economie dei paesi industrializzati sono evidenti.

Il nervosismo dei mercati finanziari nei primi mesi dell’anno riflette la complessità e l’incertezza che l’economia mondiale sta attraversando. Il mondo industrializzato non è ancora completamente uscito dalla grave crisi iniziata nel 2008 e la fragile crescita degli ultimi tempi è dovuta in gran parte agli interventi espansivi delle Banche Centrali, che non potranno continuare a lungo.

Le economie della Cina e degli altri BRICs hanno rallentato. Le incertezze politiche all’orizzonte - futuro di Ue ed eurozona, elezioni presidenziali negli Stati Uniti, instabilità in Medio Oriente - sono molteplici.

In questo difficile contesto i prezzi delle commodity sono in una fase di collasso che, anziché avvantaggiare i paesi industrializzati, costituisce per loro una fonte di ulteriori rischi e incertezze.

Marco Magnani è docente di Monetary & Financial Economics alla LUISS, Senior Research Fellow a Harvard Kennedy School e non-resident fellow dello IAI. Ha pubblicato i saggi economici Sette Anni di Vacche Sobrie (UTET, 2014), Creating Economic Growth (PalgraveMacmillan, 2015), Terra e Buoi dei Paesi Tuoi, UTET, 2016 (www.magnanimarco.com, twitter @marcomagnan1).
 
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