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Medio Oriente
Libia, i dubbi italiani sull’intervento
Roberto Aliboni
07/03/2016

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Il governo italiano ha recentemente deciso di contribuire, con cautela, all’azione di controterrorismo di Usa, Francia e Regno Unito verso l’ala libica dell’autoproclamatosi “stato islamico”, Isis. Sta invece riconsiderando l’eventualità di un intervento militare nel paese.

Di questo intervento si è molto parlato, anche perché l’insistente rivendicazione della sua guida da parte del governo ha fatto pensare che ci fosse un interesse politico a realizzarlo di più vasta portata.

Si è fatto riferimento a una missione dai 3 a 7000 uomini, per due terzi italiani, appoggiata da navi militari, con compiti di addestramento delle forze libiche e sostegno alla formazione di una forza militare nazionale destinata ad assorbire le milizie esistenti. Questo intervento avverrebbe in sinergia con le operazioni di controterrorismo a contrasto dell’Isis (forze speciali, sostegno a forze locali in funzione anti-Isis; bombardamenti).

Intervento in Libia, il dibattito italiano
Il dibattito in Italia sul merito di queste operazioni è stato poco consapevole. Quando si è iniziato a parlare di intervento non c’era l’Isis e si pensava soprattutto all’addestramento di una forza “a fini generali”, cioè nazionale, da mettere a disposizione dell’ex governo di Ali Zeidan, incapacitato e intimidito dalle milizie di parte, con il compito di difendere le sedi istituzionali, le grandi infrastrutture, la banca centrale e gli impianti petroliferi.

Il naufragio, nel marzo 2014, del governo Zeidan, la guerra civile e infine l’avvento dell’Isis hanno cambiato il paesaggio e hanno dato un nuovo significato e nuovi contenuti all’eventuale intervento dell’Occidente. Le finalità dell’intervento restano simili, ma il suo obbiettivo strategico è ora di costituire le condizioni perché la Libia si metta in grado, politicamente e quindi militarmente, di combattere l’Isis.

C’è una profonda logica obamiana in questa strategia: i paesi dell’Occidente sostengono con il controterrorismo le forze locali, che sono quelle che combattono e occupano il territorio: una “proxy strategy”. Non è riuscita in Siria; pena molto ad affermarsi in Iraq e, tuttavia, viene oggi tentata anche in Libia.

Efficacia delle operazioni di controterrorismo
I governi che hanno deciso di avviare operazioni di controterrorismo in Libia sanno che l’efficacia di una strategia di controterrorismo è condizionata dall’appoggio che essa può ricevere in loco da forze armate o di sicurezza nazionali. Se questo appoggio manca, nascono complicazioni e il successo della strategia è seriamente in forse.

In Libia non solo non esiste un governo con forze armate e polizia a disposizione, ma esiste invece un grave vuoto di potere e un’estesa frammentazione di milizie, l’una contro le altre armate, che non di rado sono bande criminali.

Si è atteso e sperato che il processo di costituzione di un governo di unità nazionale emergesse dalla lunga mediazione delle Nazioni Unite, ma - per errori e incidenti - questa ha messo capo a un processo debole e fratturato che partorirà un governo irrilevante o addirittura abortirà.

Questa situazione rende precaria l’azione di controterrorismo promossa dalla nascente coalizione che abbiamo visto. Ciò ha reso più urgente l’intervento militare di sostegno, perché esso dovrebbe assicurare quell’autorità nazionale cui appoggiare le operazioni di controterrorismo anti-Isis e creare le condizioni politico-militari di una lotta all’Isis condotta da forze nazionali libiche.

Date le condizioni, è un progetto che si muove sul filo di una corda. Le operazioni di controterrorismo che sono già iniziate vanno avanti in condizioni difficili perché in assenza di forze nazionali si devono appoggiare a questa o quella fazione, locale o regionale.

In un contesto in cui le fazioni sono innanzitutto in lotta fra loro (e solo secondariamente con l’Isis) l’appoggio a una determinata fazione (armi, risorse, intelligence) è visto dalle altre come una minaccia e costituisce un incentivo ad allearsi con l’Isis. Nel medio periodo un controterrorismo esercitato in condizioni come quelle libiche è destinato ad diventare controproducente e a far fallire l’intervento.

Il problematico sostegno al governo libico
Per questo motivo sono emerse le pressioni sull’Italia perché realizzasse l’intervento di cui peraltro il governo pareva tanto avido. L’Italia è invitata a indossare la maglietta di un intervento di sostegno “strutturale” alle operazioni di controterrorismo in corso per (a) addestrare le forze libiche; (b) proteggere infrastrutture e sedi istituzionali e (c) consentire le condizioni politiche e militari atte a far nascere forze libiche capaci di fronteggiare l’Isis (e portare a buon fine l’appoggio esterno del controterrorismo occidentale). Cioè sostenere il governo libico.

Questo appoggio si presenta molto problematico perché, come abbiamo detto, la base di partenza è nella migliore delle ipotesi un governo diviso e politicamente irrilevante.

Si può decidere di appoggiarlo lo stesso, ma a due condizioni: (1) che i sostenitori regionali dei contendenti (l’Egitto, il Qatar, la Turchia e, da ultimo, anche la Tunisia) vengano in qualche modo convinti a cessare le loro interferenze; (2) che si mettano in essere le condizioni perché abbia rapida ed efficace attuazione il programma di empowerment di un governo per ora inesistente mediante l’attuazione di una efficace e rapida riforma del settore di sicurezza.

Il successo della riforma, da un lato eliminerebbe alcuni ostacoli politici importanti, revocando l’ipoteca del generale Khalifa Haftar e dei suoi sostenitori sul governo, dall’altro grazie al formarsi di una forza di sicurezza nazionale coesa ed efficace darebbe l’autorità al governo.

Riforma del settore di sicurezza
Una riforma del settore di sicurezza non è facile. Innanzitutto, l’addestramento deve avvenire all’interno di una quadro di riforma che metta i militari addestrati sotto l’autorità di un governo centrale.

In secondo luogo, occorre che le risorse siano date solo a quei gruppi che accettino di subordinarsi al governo riconosciuto, che le risorse affluiscano solo attraverso il governo centrale e che siano posti in essere dei meccanismi di coordinamento militare a livello regionale e locale che servano da collettori delle milizie in attesa di un loro concreto dissolvimento e dell’integrazione degli uomini nelle nascenti strutture nazionali.

È necessario che il governo italiano spieghi al Parlamento e al Paese di che cosa si tratta (posto che la stampa continua a far credere che si tratti di un’operazione militare convenzionale e fa confusione fra l’Isis e la Libia).

Deve essere assicurata una forte e franca coordinazione politica fra i membri della coalizione occidentale, a cominciare dal contenimento dei padrini regionali. Si richiede, infine, da parte dei comandi e degli uomini una grande abilità “politica” e “diplomatica” nella gestione di un’impresa militare che è in realtà sensibilmente politica. Ha ragione il governo a dubitare e voler riflettere.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
 
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