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Afghanistan
Mosca, i talebani e il timore dei foreign fighters
Giovanna De Maio
05/03/2016

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Fino a pochi anni fa l’Afghanistan era un terreno dove gli interessi delle grandi potenze sembravano convergere, soprattutto in termini di stabilità politica, lotta al terrorismo e al narcotraffico.

Tuttavia, ora che la comunità internazionale è in stallo e cresce il pericolo dei foreign fighters affiliati al sedicente “stato islamico”, Isis, in Asia centrale, la Russia mette in pratica il pensiero laterale.

Alla fine del 2015, un funzionario anonimo del Cremlino ha rivelato che Mosca avrebbe stabilito contatti con i Talebani, fino a poco tempo prima temuti al pari dei terroristi del Caucaso, in un originale do ut des. “Il fine giustifica i mezzi” - sembra dire Mosca.

Talebani ancora attivi in Afghanistani
In Afghanistan è in corso la difficile transizione dopo 14 anni di guerra trapuntata da elezioni presidenziali controverse e dal lento consolidamento di un esercito che fatica a prendere il posto della Nato, il cui ritiro era previsto per la fine del 2014.

Solo qualche mese fa, i talebani hanno preso il controllo della città di Kunduz nel nord dell’Afghanistan. Tuttavia, già da qualche tempo stavano recuperando terreno nella regione grazie anche all’aiuto dei militanti dell’Asia centrale affiliati con il Movimento islamico dell’Uzbekistan (MIU), di matrice sunnita.

La sinergia tra questi due gruppi ha portato a un consolidamento delle posizioni talebane tra le comunità uzbeke, turkmene e tagiche e alla presa di tutte e otto le città del nord-ovest dell’Afghanistan.

In cambio i talebani hanno aiutato il MIU a installare piattaforme di reclutamento dei militanti e a lanciare attacchi in cinque delle ex-Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale a prevalenza musulmana.

Tuttavia, questo idillio non è durato molto e di recente i talebani hanno preso le distanze dai colleghi centro-asiatici a causa dell’emergere tra essi di gruppi che hanno giurato fedeltà al sedicente “stato islamico”.

Riprendendo uno dei fondamentali della logica realista che contraddistingue la politica russa, il nemico del mio nemico è mio amico, ecco che la Russia ha colto al volo questa opportunità.

I foreign fighters nell’Asia centrale che spaventano la Russia
Perfettamente in linea con i recenti sviluppi in politica estera, la Russia ha saputo destreggiarsi abilmente negli spazi lasciati vuoti dalle indecisioni e dai tentennamenti dell’Occidente.

Subito dopo aver annunciato l’intervento russo in Siria, il presidente russo Vladimir Putin si era espresso sulle precarie condizioni della sicurezza in Afghanistan facendo leva in entrambi i casi sul pericolo rappresentato dai foreign fighters nell’Asia Centrale.

Il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan sono per Mosca il cortile di casa e non c’è da stupirsi che la Russia si senta in pericolo.

Sin dalla guerra in Cecenia, i russi hanno sempre ribadito l’impossibilità di distinguere tra terroristi buoni e terroristi cattivi (i Talebani figurano nella lista russa delle organizzazioni terroristiche). Alla luce di ciò, questa collaborazione a livello di intelligence sembrerebbe del tutto contraddittoria, o quantomeno un altro colpo di teatro.

Certo la preoccupazione per la crescente penetrazione dell’Isis in Afghanistan non è una novità in Russia, come si evince dai ripetuti allarmi lanciati dal Ministro della difesa Sergej Shoigu.

Se i Talebani hanno negato, dal governo russo non è arrivata nessuna smentita. Il nocciolo della questione sarebbe un originale do ut des dove Mosca fa leva sul timore dei Talebani nei confronti dell’instaurazione di un grande Califfato che inglobi il territorio afghano.

In cambio di informazioni sui miliziani dell’Isis, Mosca promette un atteggiamento più flessibile riguardo all’alleggerimento delle sanzioni Onu contro i Talebani.

Rivalsa di Mosca
Sono in molti a pensare che dietro questo movente ci sia una sostanziale volontà di rivalsa nei confronti del mondo occidentale, di sfidare la NATO e indebolire gli Stati Uniti dove si trovano in una condizione di vulnerabilità.

Sembrerebbe una riproposizione alla rovescia di quanto accaduto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel ’79, in cui gli Usa appoggiarono la ribellione contro l’allora presidente afghano filo-comunista. Nel caso della Russia questa componente non può essere scartata a priori.

Tuttavia, in queste circostanze è opportuno operare un altro tipo di riflessione che concerne Mosca e il ruolo che intende giocare sul piano internazionale. Si sente spesso ripetere che la Russia vuole essere considerata un partner alla pari nelle relazioni internazionali, ma ancora più di frequente non si comprende la sostanza.

Per Mosca questa uguaglianza non si riferisce a una rappresentanza nelle organizzazioni internazionali o a un collegamento con Unione europea o Nato, ma piuttosto all’avere voce in capitolo nel dettare gli equilibri geopolitici mondiali.

Dire che la Russia stia aizzando i talebani contro il governo afghano sarebbe forse un po’ azzardato, ma la rivalsa russa potrebbe avere un valore molto più simbolico e dimostrativo: mostrare agli occhi di tutti il fallimento delle iniziative di democratizzazione occidentale, capaci di apportare solo violenza e instabilità.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
 
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