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Iran
La vittoria del centro che premia Rohani
Nicola Pedde
29/02/2016

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Il 26 febbraio oltre 55 milioni di iraniani sono stati chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti, due delle più importanti istituzioni elettive della Repubblica Islamica.

Si è trattato di un appuntamento elettorale importante, che ha costituito di fatto un vero e proprio banco di prova per il presidente Rohani, confermando al tempo stesso sia il generale gradimento per l’operato dell’esecutivo, sia l’orientamento moderato e cauto dell’elettorato.

Nonostante la stampa internazionale si sia affrettata a diramare comunicati inneggianti alla vittoria dei riformisti, l’analisi del dato elettorale mostra chiaramente come la vera componente politica risultata trionfatrice in queste elezioni sia quella delle forze principaliste, ovvero coloro che sintetizzano in Iran le posizioni ideologiche dei conservatori più moderati, dei conservatori tradizionali e di una parte degli stessi pragmatici, favorendo la prevalenza delle posizioni centriste.

Il voto e gli schieramenti
Mentre si concludono le fasi di spoglio del voto, sembra potersi affermare con un buon margine di certezza che l’afflusso alle urne abbia interessato tra il 58 e il 62% dell’elettorato - circa 30 milioni di aventi diritto - facendo registrare una lieve flessione rispetto alle precedenti elezioni parlamentari, ma al tempo stesso una crescita rispetto alle precedenti elezioni per l’Assemblea.

I risultati sono ancor oggi parziali, in funzione dello spoglio ancora in corso e della necessità di procedere al ballottaggio per circa 70 seggi non assegnati per mancato raggiungimento dello sbarramento.

Il mero calcolo algebrico del voto indica quindi una stima in base alla quale i candidati delle liste conservatrici e di estrazione principalista tradizionale avrebbero conquistato circa 98/100 seggi, mentre quelle della Coalizione Riformista si starebbero attestando sugli 82/85 seggi, a cui devono essere poi aggiunti gli indipendenti (con circa 36/38 seggi), le minoranza religiose con 5 seggi e, come già detto, i circa 70 a ballottaggio.

A Tehran ha trionfato la Coalizione Riformista, conquistando 30 seggi su 30 e sbaragliando la formazione principalista presieduta da Haddad Adel che si è invece imposta nelle province minori e nelle aree rurali.

Non dissimile l’esito delle elezioni per l’Assemblea degli Esperti, dove i candidati principalisti hanno ottenuto il maggior numero di voti, risultando anche in questo caso la vera forza vincitrice delle elezioni.

Vengono eletti con ampio margine tra gli 88 membri dell’Assemblea sia Hassan Rohani che Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, mentre esce pesantemente sconfitto l’ultraradicale Ayatollah Mesbah Yazdi, che non raggiunge un numero di voti sufficiente ad essere eletto.

Chi ha vinto le elezioni?
Le elezioni del 2016 rivestono un’importanza particolare, a dispetto del tentativo di minimizzarne la rilevanza soprattutto in seno alla diaspora iraniana in Occidente. Lo dimostra palesemente il tentativo di tutti gli schieramenti di proclamarsi vincitore con una schiacciante maggioranza.

Si è trattato tuttavia di elezioni alquanto particolari, ostacolate inizialmente dalla squalifica di numerosissimi candidati da parte del Consiglio dei Guardiani (delle oltre 12 mila domande, solo 5.500 candidati si sono effettivamente presentati al voto, tra squalifiche e rinunce), ma anche caratterizzate dalla presenza di schieramenti molto trasversali tra loro, che hanno permesso fortunatamente il superamento della elementare dicotomia tra riformisti e conservatori così cara allo stereotipo di lettura occidentale della politica iraniana.

La gran parte delle “liste” elettorali presentatesi all’appuntamento dei seggi è il risultato di alleanze che includono al loro interno gruppi di diversa estrazione ed orientamento, che non possono essere quindi sommariamente quanto arbitrariamente suddivisi in “conservatori” e “riformisti”, favorendo al contrario l’unione di posizioni spesso anche molto distanti tra loro.

Voto trasversale
La pretesa di leggere la vittoria delle formazioni che sostengono il presidente Rohani come una vittoria del riformismo è concettualmente errata e poggia su dati che ne smentiscono con chiarezza la validità.

Al contrario, si sono imposti nel voto - come singoli candidati - soprattutto i principalisti. Sebbene in alcune liste alleati dei riformisti, questo non può determinarne una loro assimilazione e, anzi, ne rafforza il connotato autonomo e l’estrazione essenzialmente conservatrice.

Non bisogna dimenticare, inoltre, come anche tra le forze dei principalisti non facenti parte della Coalizione Riformista, ci fossero numerosi candidati e movimenti che sostengono in ogni caso la linea del presidente Rohani, dimostrando ancora una volta come la trasversalità del voto sia stata particolarmente accentuata in questa occasione.

L’esito complessivo sembra quindi potersi sintetizzare da una parte con la conferma del sostegno popolare alla linea politica ed economica espressa del presidente Rohani, che esce fortemente rafforzato da queste elezioni, e dall’altra con il consolidamento delle forze politiche di ispirazione centrista, che si confermano il vero ago della bilancia politica iraniana e che rappresentano la migliore garanzia per il delicato processo di transizione politica e generazionale in atto in Iran.

Nicola Pedde è Direttore dell'Institute for Global Studies, School of Government.
 
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