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Corte Suprema Usa
Morto Scalia non se ne farà un altro
Gabriele Rosana
27/02/2016

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Sono lontani i tempi del 98 a 0. Tempi in cui l’intero Senato - repubblicani e democratici insieme senza colpo ferire - procedette alla conferma di Antonin Scalia per il seggio vacante alla Corte Suprema.

Era il luglio 1986 e il regno di Ronald Reagan era al massimo del suo splendore. Persino l’allora senatore del Delaware Joe Biden, futuro vicepresidente, diede il suo favore a Scalia, primo italo americano a varcare la soglia della Corte.

Un tale plebiscito fu da qualche maligno imputato alla peculiare provenienza del nominato mentre da altri, e più realisticamente, all’estenuante dibattito che quello stesso giorno aveva prodotto una frattura in Senato dovuta alla promozione interna del già giudice William Rehnquist quale Chief Justice della Corte. Quel vasto consenso produsse, tuttavia, quello che si sarebbe rivelato come il seggio più divisivo in seno all’organo giurisdizionale.

Il textualism dell’ultra conservatore
Divisivo, ma al contempo brillante, nel divenire presto la stella polare del fronte conservatore a lungo maggioritario in Corte, Scalia ha serrato i ranghi di una stretta interpretazione testuale della Costituzione a stelle e strisce che tenesse il testo fondante della democrazia Usa al riparo dal judicial activisme la determinazione politica del legislatore dalle incursioni dei togati.

Proprio Nino Scalia - morto improvvisamente in un ranch texano a metà febbraio - ha contribuito in maniera decisiva a orientare il dibattito sui canoni ermeneutici, sposando la tesi della deferenza verso il processo politico odierno e, soprattutto, nei riguardi della formulazione testuale della Costituzione: un approccio storico che rifugge ogni creatività giurisprudenziale e, in misura massima, sposa il rifiuto dell’aggiornamento delle letture della Carta fondamentale secondo i mutati contesti socio-politici e sensibilità collettive.

“Oggi a decidere in nome di 320 milioni di americani dalla East alla West Coast è la maggioranza dei nove giuristi della Corte Suprema, facendo massima applicazione del potere che essa richiama per sé: il potere di creare nuove libertà che la Costituzione e i suoi emendamenti neppure menzionano”.

È questo didascalico estratto dalla dissenting opinion nella sentenza del 2015 sui matrimoni omosessuali solo un assaggio del rigido argomentare di Scalia, prolifico estensore di opinioni dissenzienti, il mezzo a disposizione dei Justices per far pubblicamente valere un diverso inquadramento giuridico della questione o un orientamento minoritario, così tuttavia destinato a ispirare futuri mutamenti nella giurisprudenza della Corte.

L’advice and consent del Senato repubblicano
Con la scomparsa di Scalia, la fazione tradizionalista si trova quantomeno spaesata, se non orfana, e in sostanziale pareggio con l’un tempo sguarnita pattuglia liberal (4-4); senza contare che il presidente John Roberts, nominato da Bush junior e stella nascente dei conservatori, si è più volte trovato a spostare la bilancia verso sinistra, come accaduto l’estate scorsa con il via libera alla riforma sanitaria varata dal presidente Barack Obama.

Per ristorare il plenum la palla passa ora al presidente che per Costituzione nomina i giudici supremi secondo l’aggravata procedura dell’advice and consent: un passaggio di compromesso per tutelare un maturo balance of power a livello federale.

Dopo l’audizione del prescelto dalla Casa Bianca, infatti, i senatori devono votarne la nomina alla Corte: una contingenza politica, spesso figlia anche di mutamenti di mid-term, che si traduce in un impatto di potenziale lunga durata sulla politica del diritto statunitense, essendo i giudici eletti a vita (ma possono volontariamente lasciare il seggio).

Da quando i democratici ne hanno perso il controllo, l’opposizione del Senato repubblicano ai provvedimenti dell’amministrazione Obama che richiedono un lasciapassare della Camera Alta del Congresso è divenuta sistematica.

Non da ultimo, a stretto giro dalla morte di Scalia, è giunta la ferma intenzione di non avallare in alcun modo il nome che Obama ha già annunziato farà, bloccando la procedura di sostituzione per poco meno di un anno.

Di fronte a una Corte “appesa”, nell'esercizio dell'appellate jurisdiction, la parità nei voti non si risolverebbe - come invece accade in Italia, ad esempio - attribuendo maggior peso al voto del presidente dell’organo, ma di fatto mantenendo lo stato dell’arte, “confermando” la decisione delle corti federali di grado inferiore.

GOP e democratici allo scontro frontale?
L’anatra zoppa ch’è il presidente nell’ultimo anno di mandato non può e non deve influenzare ulteriormente la composizione della Corte. È questa la tesi dei repubblicani, che puntano allo scontro frontale: la parola spetterebbe al prossimo presidente.

The winner takes it all, insomma: il seggio vacante entra così a gamba tesa nella campagna elettorale. Può esserci anche dell’altro: perché la prassi costituzionale imporrebbe al presidente un esercizio prudente del potere di nomina per far sì che il consesso rappresenti il più possibile la società americana.

Il presidente, che ha sinora nominato come giudici due giuriste dal pedigree obamiano - Sonia Sotomayor (prima ispanica) e Elena Kagan - ha ben presente questa cornice. E i commentatori dubitano intenda forzare la mano con un’altra personalità marcatamente liberal, avendo già in passato, d’altronde, riposto fiducia in repubblicani eterodossi (su tutti, l’ex segretario alla Difesa Chuck Hagel).

Il nome, insomma, arriverà, e sarà verosimilmente un guanto di sfida lanciato alla maggioranza conservatrice: un moderato ragionevole che ha già ottenuto in altre occasione il via libera del partito o persino un nome interno allo stesso GOP.

Brian Sandoval, atipico governatore repubblicano del Nevada, era in cima alla lista, ma si è già chiamato fuori dalla corsa; resta ottimo invece il piazzamento di Sri Srinivasan che - per l’antica predilezione della Corte per i primati - diverrebbe il primo Justice indo-americano e induista.

Ted Cruz lo ha definito un amico di lunga data, ma non basterà questo per assegnare il seggio che fu di Scalia a un altro campione dell’ultraconservatorismo, come invece chiede a gran voce Donald Trump. Morto Scalia non se ne farà un altro.

Gabriele Rosana è giornalista pubblicista, assistente alla comunicazione dello IAI (Twitter: @GabRosana).
 
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