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Test nucleari
La Corea del Nord sfida la comunità internazionale
Francesco Celentano
26/02/2016

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In Corea del Nord il 2016 si è aperto con due nuovi esperimenti in ambito militare che non smettono di far discutere la comunità internazionale e soprattutto i Paesi vicini.

Il 6 gennaio e il 7 febbraio il “Grande successore” Kim Jong-un ha autorizzato personalmente, in piena violazione del diritto internazionale, il test di una presunta bomba all’idrogeno e il lancio di un missile in orbita.

Il Paese eremita continua quindi la propria corsa verso il primato internazionale delle violazioni, senza alcun cenno di voler dare attuazione a quanto pattuito in sede di Six-Party Talks tra il 2003 e il 2009. A distanza di sette anni, nemmeno questi negoziati, finalizzati alla denuclearizzazione della bellicosa penisola coreana, sono riusciti a sortire effetti, replicando quanto accaduto con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza e con gli svariati altri provvedimenti delle Nazioni Unite, anche in materia di gross violations dei diritti umani.

Denuclearizzare il Paese, missione (quasi) impossibile
I recenti episodi, come ricordato anche dal segretario generale delle Nazioni Unite BanKi-moon, hanno messo nuovamente a dura prova l’intero sistema di non proliferazione nucleare che trova negli atti di soft law dell’Assemblea generale, nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e nel Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) le proprie basi giuridiche.

Con la risoluzione 69/52 sulla completa eliminazione delle armi nucleari, approvata il 2 dicembre 2014 con il solo voto contrario della Corea del Nord, l’Assemblea Generale ha voluto rimarcare l’importanza dell’adesione al Tnp, sollecitando i Paesi aderenti a rafforzare il regime giuridico da questo derivante (e gli Stati non firmatari ad aderire, promuovendo anche l’istituzione di nuove zone denuclearizzate).

In questo contesto giuridico, il Paese asiatico non trova pertanto alcuno spazio di legittimazione in materia di implementazione e sperimentazione nucleare, che è vietata, tra l’altro, anche dal Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (Ctbt), non ancora entrato in vigore per la mancata adesione - in termini di firma o ratifica - di otto dei quarantaquattro Paesi previsti quali necessari ai fini dell’attivazione del Trattato (Nord Corea inclusa).

Per Pyongyang nuove sanzioni all’orizzonte
Il Consiglio di sicurezza straordinario del 7 febbraio 2016 ha condannato duramente l’ennesima violazione nordcoreana, rammentando le precedenti risoluzioni - 1718(2006), 1874(2009), 2087(2013) e 2094(2013) - con cui si contestava il programma nucleare, si implementavano le sanzioni economiche e si intimava a Pyongyang di cessare i test militari e avviare un dialogo con la comunità internazionale.

Il venezuelano Ramirez, presidente di turno del Consiglio, ha così comunicato che saranno imposte nuove sanzioni, già in fase di discussione dopo il primo test di gennaio: testare ordigni nucleari o lanciare satelliti in orbita senza alcuna legittimazione giuridica sono infatti da reputarsi minacce alla pace secondo il capitolo VII della Carta Onu.

Mentre la comunità internazionale discute dell’eventuale pericolosità del missile lanciato in orbita, le autorità nordcoreane accampano giustificazioni con riferimento alla cosiddetta libertà di utilizzo dello spazio extra-atmosferico, effettivamente sancita dall’Outer Space Treaty firmato nel 1967. Secondo questo strumento giuridico, tuttavia, tale libertà va esercitata nei limiti del diritto internazionale ed escludendo qualsiasi utilizzo di materiale nucleare o militare in orbita.

Tra operazioni muscolari e diritti umani calpestati
Nonostante l’opinione pubblica internazionale continui a focalizzare l’attenzione sul dossier nucleare, in Corea del Nord la situazione dei diritti umani resta negativamente immutata.

Il rapporto redatto nel 2014 da un’apposita commissione d’inchiesta, istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani su iniziativa di Giappone e Unione europea, descrive, in 400 pagine, una popolazione priva di qualsivoglia libertà, vittima del proprio governo e sottoposta a un regime di terrore equiparato a quello nazista.

Campi di prigionia con circa centomila detenuti, incluse intere famiglie, e torture di ogni tipo per i prigionieri politici sono la normalità in un Paese che invece continua a parlare di complotto internazionale ai propri danni e di libertà assicurate ai propri cittadini, i quali ciononostante sempre più spesso tentano la fuga.

Su queste basi, l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein ha di recente chiesto al Consiglio di sicurezza di deferire Pyongyang alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità aggiungendo che “the institutional nature and severity of which pose a threat to internationalpeace and securuty”.

Prossimo passo: colpire l’élite
Appare chiaro, dunque, che nell’annosa questione nordcoreana gli strumenti sanzionatori e i moniti, in materia di nucleare quanto di diritti umani, siano insufficienti.

Sarebbe senz’altro più utile, invece, l’adozione di provvedimenti incisivi, tra cui nuove misure che colpiscano direttamente l’élite del regime e non la popolazione, che siano pubblicamente sostenute anche dalla Cina, partner storico del Paese e oggi sempre meno tollerante rispetto a un alleato le cui azioni potrebbero determinare un incremento della presenza statunitense nella regione, a sostegno di Tokyo e Seul, di fatto destabilizzando ulteriormente un’area dall’equilibrio già precario.

Francesco Emanuele Celentano è dottorando di ricerca in principi giuridici ed istituzioni tra mercati globali e diritti fondamentali (curriculum diritto internazionale e dell'Ue) presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Bari.
 
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