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Brexit
Johnson, il sindaco alla guida del fronte anti-Ue
David Ellwood
24/02/2016

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Non è chiaro perché Boris Johnson, il controverso sindaco di Londra, abbia avuto bisogno di tanto tempo per decidere la sua posizione sulla ‘Brexit, ma leggendo l’articolo da lui scritto sul Daily Telegraph non ci sono dubbi sulla sua posizione sull’Unione europea, Ue, ritenuta un mostro di Frankenstein pronto a divorare ogni spazio di libertà giuridica, economica e - potenzialmente - politica che rimane ai suoi poveri membri.

La Gran Bretagna avrebbe una grandissima tradizione - incarnata nell’eroica figura di Winston Churchill - di opposizione radicale a ogni forma di progetto egemonico sul continente e con la sua sempre più marcata corsa verso lo super-stato federalista, l’Ue sarebbe niente altro che l’ennesimo esempio del vecchio vizio.

Le ambizioni politiche di Boris Johnson
La stampa cartacea - tutta londinese al midollo - è sempre affascinata dalle mosse di questa curiosa figura politica, Boris Johnson, il quale non lascia passare una settimana senza fornirgli qualche vicenda o dichiarazione di cui parlare.

L’unico vero sindaco in tutta la nazione, Johnson può comparire un giorno come il buffone disposto a trasformare qualsiasi episodio in gioco, in un altro come il rivale più serio al leadership di David Cameron, col quale ha condiviso lunghi anni alla scuola (Eton) e all’Università (Oxford) più prestigiosi del regno.

Alla stampa piace presentarlo come l’uomo politico più amato del paese, ma in una società che dimostra un disprezzo sconfinato per tutti i politici, e dove i possibili altri concorrenti di Cameron sono pochissimi (2-3 al massimo), dimostrare una spiccata ambizione a svolgere un ruolo più grande di adesso, non ha molto significato.

Le prossime elezioni non possono svolgersi prima del 2020, e a meno che qualche disastro politico o personale non travolga Cameron, la sua posizione è fortissima. Sono pochi a credere che lui darebbe le dimissioni se perdesse il referendum di giugno.

Campagna elettorale sulla Brexit
Eppure le discussioni sui media, sempre intenti a personalizzare tutto, non esitano a spiegare la decisione di Johnson in termini di ambizioni politiche. Suggeriscono che lui è popolarissimo tra i militanti dei Tory - di grande maggioranza anti-Ue - e poiché Cameron, con una mossa insolitamente goffa per lui, ha fatto capire che su questa questione non bisogna dare troppo ascolto alla base, allora Johnson d’ora in poi non può che guadagnare consensi in quell’area, ma oltre?

Non si sa se Johnson ha mai messo piede negli altri ‘paesi’ del regno: Scozia, Galles, Irlanda del Nord - ma è difficile credere che potrebbe suscitare gli stessi entusiasmi lì, o in qualsiasi altra zone del paese al nord di Oxford che, a quanto pare, trova sempre sulle strade di Londra.

Eppure un nuovo sondaggio indica in 9% gli intervistati disposti a spostare il loro punto di vista pro-Europa verso il campo degli indecisi dopo aver sentito Johnson (dati del 22/2/16).

Al disorientato elettorato britannico spettano quattro mesi di intensa battaglia politica e mediatica sulla Brexit. Il tutto in un Paese dove le campagne per le elezioni politiche durano non più di tre settimane e dove la comprensione e l’interessamento per le problematiche dell’integrazione europea sono sempre stati debolissimi.

Entusiasmo per la prospettiva europea?
Poiché qualsiasi forma di entusiasmo per la prospettiva europea è esclusa dalla forza attuale dei fatti e poiché l’Ue medesima non può parlare, è chiaro che le voci sempre più forti e chiare per l’alternativa isolazionista trovano un’ampia risonanza.

Quanti, tutti i partiti scozzesi e i laburisti di Jeremy Corbyn, sostengono la causa dell’Ue devono confrontarsi con coloro che insistono sulla storica sovranità della nazione e del suo parlamento, sull’inviolabilità dei confini, sulle possibilità di rilanciare il commercio britannico nel mondo e sul valore incomparabile del suo antico esempio democratico.

Se i sondaggi danno ancora in testa i sostenitori del ragionamento di Cameron, chi si può ancora fidare di loro? La partita che inizia in questi giorni è tutto da giocare, il suo esito assolutamente imprevedibile. Rimane comunque da vedere quali altri esponenti della vita nazionale - non solo i politici o i chief executives - vorranno seguire l’esempio di Johnson e scendere apertamente in campo da una parte o dall’altra.

David Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Bologna Center.
 
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