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Petrolio
La tregua di Doha sul prezzo del barile
Ugo Tramballi
19/02/2016

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Dove c’è petrolio c’è immancabilmente geopolitica. È sempre stato così per qualsiasi materia prima: si è combattuto per il ferro nel momento in cui gli uomini hanno scoperto che le lance di quel metallo erano più resistenti. Si è combattuto per il cotone, il carbone, i merluzzi dell’Atlantico settentrionale.

Ariel Sharon che nel settore aveva una certa esperienza, sosteneva che le guerre mediorientali non si combattevano per il petrolio, ma per l’acqua. Tuttavia nulla come gli idrocarburi garantiscono da un centinaio di anni la ricchezza e le opportunità, l’instabilità e gli squilibri del Medio Oriente.

Produzione petrolifera congelata
Anche la decisione presa a Doha - nell’attesa fremente dei mercati mondiali - di congelare la produzione petrolifera, ha una valenza geopolitica quasi più importante dei suoi effetti economici.

L’hanno presa sauditi e russi, insieme a Qatar e Venezuela. Gli iraniani avevano rifiutato di adeguarsi. Poi, fatti due calcoli, hanno deciso di farlo anche se nella pratica si metteranno in riga fra qualche mese.

In realtà sauditi e russi hanno deciso di congelare la produzione ai livelli di gennaio: cioè sufficientemente alti per l’Arabia Saudita e molto alti per la Russia, praticamente i più alti nella storia dell’industria petrolifera post-sovietica. Non è dunque un grande sacrificio.

Il Qatar è una super potenza nella produzione di gas liquefatto, riguardo al petrolio è un nano: ha partecipato perché, appunto, contava geopoliticamente esserci. Il Venezuela alle soglie del disastro economico, chiedeva un congelamento quale esso fosse.

I sauditi tornano a mediare
I mercati hanno ringraziato, il prezzo del barile si è mosso un po’ verso l’alto. Non è stata però una rivoluzione, nessun ritorno a quel valore “non troppo alto né troppo basso”, che i sauditi avevano sempre cercato e imposto.

Perché l’Arabia Saudita prima di re Salman, e soprattutto del suo prediletto figlio Mohammed, vice principe ereditario, è sempre stato un protagonista calmieratore e pragmatico della scena petrolifera. Da qualche tempo non lo era più, alla ricerca di un ruolo da leader nella regione, dopo le evidenti riluttanze americane.

Per tornare a un valore equilibrato del barile occorre tempo, ma l’accordo di Doha ha in qualche modo ripristinato l’antico ruolo moderatore saudita.

Nel marzo del 2012 il barile di greggio valeva 125 dollari, nel gennaio 2016 era sceso sotto i 30. Nessun paese produttore può contenere a lungo una recessione di queste dimensioni. Un po’ di più l’Arabia Saudita che ne è stata la vera e consapevole causa.

Il petrolio assicura il 90% della ricchezza del regno e l’87 delle sue esportazioni. Ma il costo medio di estrazione del barile è di circa 5 dollari, il surplus fiscale saudita di 400 miliardi di dollari e i suoi assets nel mondo, soprattutto negli Stati Uniti, valgono circa 700 miliardi.

Tempo di austerity per la petromonarchia
Quella saudita non è una condizione ai limiti del fallimento come nel caso russo e ancora di più venezuelano. Il deficit di quasi mille miliardi ammesso nell’ultimo Bilancio, a dicembre, non è tuttavia un peso che si possa portare facilmente, ma sta aiutando il regno ad imporre a una società profondamente conservatrice, riforme economiche e tagli di spesa che altrimenti non sarebbe stato facile far passare.

Fra una guerra nello Yemen e una presenza militare in ogni altro conflitto e crisi regionale, il principe Mohammed è anche il responsabile della principale agenda economica: privatizzare e diversificare dalla assoluta rilevanza petrolifera nell’economia saudita.

Ma se alla fine, dopo aver fatto precipitare il valore del barile per fermare la rinascita petrolifera americana e contenere il ritorno iraniano, il regno ha deciso di congelare la produzione, la causa non è tanto il deficit di bilancio quanto la geopolitica.

Russi e sauditi impegnati in fronti separati nelle guerre in Siria, in Libia, Iraq e ovunque, nel cosiddetto accordo di Doha giocano invece nella stessa squadra con gli stessi interessi. È anche per questo che gli iraniani - comunque ancora privi delle tecnologie necessarie per aumentare rapidamente la loro produzione - alla fine hanno accettato di congelarla e di esserci nell’accordo.

È tuttavia difficile che questo sia il segnale di un cambiamento di alleanze e agende politiche: è solo una prova forse non necessaria di quanto intricato sia lo scenario mediorientale.

Ugo Tramballi è giornalista e inviato de Il Sole 24 Ore.
 
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