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Gran Bretagna-Ue
Brexit, rischio effetto domino
Eleonora Poli
16/02/2016

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Alla vigilia dell’atteso vertice europeo dei prossimi giorni, il dilemma della Brexit continua ad accendere dibattiti nei Paesi europei e non solo.

In un’arena globale sempre più interconnessa, il referendum sulla membership indetto da Cameron spaventa non solo quanti temono i rischi di un indebolimento della stabilità Ue, ma anche coloro che sono preoccupati di ripercussioni internazionali di più ampio raggio.

Gli ultimi risultati presentati da What Uk Thinks sull’attitudine dei cittadini britannici al referendum, vedono il 51% a favore dell’Ue contro un pericoloso 49% che è contrario. Di fatto, una possibile Brexit non rimane quindi esclusa dai giochi.

Nonostante, nella sua lettera ai governi europei, Donald Tusk abbia in effetti adottato un approccio conciliatorio alle richieste di Cameron, soprattutto per quanto riguarda la questione dei benefit agli immigrati europei e della governance economica, bisognerà vedere che cosa i leader dei 28 Paesi saranno in grado di negoziare al vertice e soprattutto come reagiranno gli elettori britannici.

In effetti, il voto al referendum sembra dipenderà principalmente da come l’Ue verrà percepita in relazione agli andamenti economici e sociali del Regno Unito. In altre parole, nel caso in cui i vantaggi economici e politici della membership sembrino superare gli svantaggi, gli elettori britannici dovrebbero optare per rimanere nell’Ue.

Brexit, prospettiva britannica
Nonostante gli andamenti economici molto positivi rispetto alle controparti europee, la crescita britannica non è più così elevata (2,3% nel 2015 contro il 2,9% del 2014). Inoltre, i tagli ai benefit sociali perpetuati dal governo di Cameron al fine di ridurre il deficit pubblico sembrano aver contribuito ad allargare la forbice di disparità sociale.

Secondo l’ultimo rapporto della Joseph Rowntree Foundation, nonostante la disoccupazione si sia ridotta di circa il 30%, nello stesso periodo la percentuale di famiglie con reddito minimo è passata dal 21% nel 2008/09 a quasi il 28% nel 2013/14.

Questi dati potrebbero senza dubbio legittimare i partiti populisti come l’Ukip che spingono verso l’uscita da un’Ue ormai in declino, affinché la Gran Bretagna riacquisti piena autonomia nelle politiche economiche nazionali e rilanci la propria economia.

Certamente il mondo del business e dell’altra finanza non è di questo parere. Non solamente la Brexit porterebbe il Regno Unito fuori dal mercato unico, ma provocherebbe ingenti perdite di capitale umano, rendendo il Paese meno accessibile ai migranti europei.

Infatti, secondo il Centre for Research and Analysis of Migration della University College London, circa il 62% dei cittadini dell’Europa occidentale che si sposta nel Regno Unito dispone di un livello di educazione e preparazione altissimo.

Brexit e panorama europeo
Sul fronte europeo invece, sembra che tutti i paesi vogliano evitare il male maggiore, rappresentato da un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Infatti, non solo il 53,2% delle importazioni britanniche provengono dall'Unione, ma il contributo netto del paese verso l'Ue è stimato a 13,5 miliardi di euro.

Una Brexit quindi colpirebbe certamente sia il bilancio interno europeo che i suoi trend commerciali. Diminuirebbe inoltre la capacità di difesa europea, rendendo l'Ue più dipendente dagli Stati Uniti. È quindi probabile che i leader europei cercheranno di trovare un compromesso. Tuttavia, un accordo che conceda alla Gran Bretagna troppe libertà potrebbe comunque essere svantaggioso.

Molti dei partiti euroscettici o eurocritici degli Stati membri, già notevolmente contrariarti dalla crisi migratoria, potrebbero infatti cavalcare l’onda della Brexit per chiedere un referendum simile a quello britannico e ottenere maggiore indipendenza da Bruxelles.

D’altro canto, la Brexit rappresenta anche una nuova opportunità per i movimenti indipendentisti. Nel caso in cui l’esito del referendum spingesse la Gran Bretagna a uscire dall’Ue, il Partito Nazionalista Scozzese potrebbe chiedere una nuova consultazione per l’indipendenza dal Regno Unito al fine di rimanere nell’Ue. Richiesta che Bruxelles potrebbe difficilmente non sostenere.

Questo darebbe nuovo impeto ai movimenti indipendentisti catalani in Spagna, Paese che stenta ancora a trovare una stabilità di governo proprio per questo motivo.

Brexit nella scacchiera globale
A livello internazionale, la Brexit potrebbe avere risvolti importanti per numerosi paesi. Gli Stati Uniti perderebbero un prezioso alleato all’interno dell’Ue. La Germania rimarrebbe l’unica forza trainante dell’Ue, causando malcontenti interni e delegittimando maggiormente il progetto di integrazione in un momento in cui gli Stati Uniti hanno più che mai bisogno di un alleato forte a Occidente.

In maniera simile, la Cina vede il Regno Unito come un membro strategico, in grado di esercitare un ruolo costruttivo nello sviluppo di relazioni economiche e politiche solide con l’Ue.

La Russia invece ne uscirebbe probabilmente favorita. In effetti, se la Gran Bretagna uscisse dall’Unione, Paesi europei come Germania e Italia potrebbero più agilmente ridurre o eliminare le sanzioni europee contro la Russia, visti gli ingenti interessi economici che legano i paesi dell’Europa continentale a Mosca.

Su un altro versante invece, anche la Turchia potrebbe giovarne visto che la Brexit costringerebbe la Gran Bretagna a negoziare un accordo economico con l’Ue per avere accesso al mercato unico e mantenere qualche forma di influenza sul processo decisionale di Bruxelles in relazione alle politiche commerciali. Questo porterebbe alla creazione di forme di partnership alternative che potrebbero essere usate anche nel caso turco, facilitandone l’iter di adesione.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.
 
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Brexit, gli strumenti giuridici per un accordo, Gian Luigi Tosato
L’ombra di Brexit sulla grandeur inglese, Stefano Marcuzzi

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