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Medio Oriente
Libia, guerra delle risorse tra Tripoli e Tobrouk
Umberto Profazio
15/02/2016

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Con l’attacco al terminal di Es Sider, lo scorso gennaio i seguaci del “Califfo” hanno dimostrato ancora una volta le loro capacità di proiezione offensiva.

Dopo essere stata allontanata da Derna lo scorso anno, la provincia libica dell’autoproclamatosi “Stato islamico” ha stabilito la sua roccaforte a Sirte, espandendosi lungo la costa in direzione del “crescente petrolifero”, la zona dove si trovano le principali infrastrutture per l’esportazione del greggio.

Già a inizio gennaio il gruppo terrorista aveva tentato una sortita in direzione di Es Sider, causando la distruzione di sette cisterne. Anche in quel caso l’attacco era stato respinto. Il prezzo pagato fu la morte di 18 miliziani delle Guardie Petrolifere - una milizia federalista guidata da Ibrahim al-Jathran e facente parte della coalizione Karama (Dignità) che sostiene il Parlamento di Tobruk - e la perdita di circa 1,3 milioni di barili di greggio secondo quanto riportato dal portavoce della National Oil Corporation, Noc, Mohamed al-Harari.

L’offensiva dello “Stato islamico” ha come obiettivo il controllo delle “infrastrutture critiche” e la rendita di posizione che ne deriva. In tale contesto, il gruppo terrorista è agevolato dalle numerose fratture presenti in Libia.

La stessa Noc, preoccupata dalla progressiva avanzata dello “Stato islamico”, (che metterebbe a rischio altri 3 milioni di barili di greggio) aveva predisposto piani di svuotamento dei terminal sotto attacco. Tuttavia le operazioni sono state impedite dalle Guardie Petrolifere che a fine gennaio hanno allontanato la petroliera inviata in loco per l’occasione.

La National Oil Company si sdoppia
La lotta per il possesso dei giacimenti e delle infrastrutture correlate aggiunge un ulteriore fattore di complessità alle già intricate vicende libiche, oltre a essere uno dei principali driver a muovere le dinamiche di frammentazione del Paese.

L’avvertimento lanciato dalla Noc l’8 febbraio scorso lo dimostra chiaramente: la compagnia nazionale hainfatti diffidato le principali società di trading dal rifornirsi presso il porto di Marsa al Hariga.

Secondo fonti di stampa, sono sei o sette le compagnie straniere che hanno firmato contratti d’acquisto con la Noc rivale, istituita dal governo di Beida lo scorso anno nell’est del Paese, nonostante le proteste della sede di Tripoli, il cui Presidente Mustafa Sanalla rivendica l’esclusiva legittimità in base alle più recenti risoluzioni delle Nazioni Unite.

Queste ultime sono state interpretate diversamente tra l’altro dalla Lloyd Capital Management LP che ha affermato di essere entrata in trattative con Beida dopo aver ricevuto richieste per la consegna di greggio anche da parte di governi occidentali.

Nonostante le conseguenze legali di tali sviluppi non siano ancora chiare, dal punto di vista politico la situazione sembra essere definita.

La Libyan Investment Authority
Dopo il Parlamento e il governo, la crisi libica ha avuto come risultato lo sdoppiamento di un’altra istituzione, la compagnia petrolifera nazionale, procedendo verso un modello che più che federalista sembra dirigersi verso la bipartizione secessionista.

L’importanza di mantenere intatte le istituzioni finanziarie libiche è stata spesso auspicata dalla comunità internazionale. Nonostante la Noc si trovi a operare in un contesto difficile (rappresentato numericamente dai 362.000 barili di petrolio al giorno prodotti attualmente, meno di un quarto rispetto al 2011), il fattore petrolifero rappresenta al momento l’unico in grado di garantire il futuro sviluppo economico del Paese.

Ne è la riprova la Libyan Investment Authority, Lia, il fondo sovrano libico costituito dai proventi delle vendite petrolifere negli scorsi decenni. La sua importanza è stata spesso sottolineata, così come le sue partecipazioni azionarie in diverse società occidentali.

Anche in questo caso tuttavia la situazione risulta complessa. Circa l’85% degli asset del fondo (il cui valore totale è stimato in 67 miliardi di dollari) è congelato dal 2011, in base alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E anche in questo caso, il rischio di uno sdoppiamento rimane elevato.

Il governo di Beida ha infatti nominato il Presidente del fondo sovrano, scegliendo Hassan Bouadhi, mentre l’ex Presidente Abdul Magid Breish da Tripoli rivendica la carica, in base a una sentenza giudiziaria di una Corte d’appello che ha riconosciuto la non applicabilità nel suo caso della Legge sull’isolamento politico che impediva agli ex funzionari del regime di Gheddafi di accedere alle cariche pubbliche.

L’attuale situazione d’incertezza pesa sul futuro del fondo. Anche in considerazione delle nazionalizzazioni di alcuni asset decise da diversi stati africani e contro cui la Lia ha presentato ricorso.

La Banca Centrale libica
A completare il quadro infine, la Banca Centrale. Nonostante alcuni tentativi di clonare questa istituzione anche a est, finora l’istituto di credito è riuscito a mantenere una certa neutralità sotto la direzione di Saddek Omar Ali Elkaber. Tuttavia, la sua politica sta contribuendo alla confusione generalizzata nel Paese.

Almeno secondo le parole dell’ambasciatore britannico Peter Millet: in una dichiarazione resa a un’audizione presso la Camera dei Comuni lo scorso 8 febbraio, il diplomatico ha affermato che la Central Bank of Libya sta alimentando la guerra civile nel Paese, continuando a pagare salari ai membri delle principali milizie che, secondo recenti stime, sono aumentati dalle 30.000 unità del 2012 fino alle 140.000 attuali.

Umberto Profazio è dottore di ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma “Sapienza”,Maghreb Analyst per la NATO Defence College Foundation e Junior Researcher per il Centre for Geopolitics and Security in Realism studies. Il suo primo e-book “Lo Stato Islamico: origini e sviluppi”, è edito da e-muse.
 
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