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Contenzioso Italia-Ue
Dopo i pugni sul tavolo, quo vadis Renzi
Riccardo Perissich
04/02/2016

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È normale che un leader abbia due priorità: governare il paese e vincere le prossime elezioni. La trappola sta in una celebre battuta di Juncker (proprio lui!) di alcuni anni fa: “Sappiamo perfettamente che cosa dovremmo fare, ma non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto”. La verità e che con rare eccezioni i leader danno la priorità al secondo obiettivo, quello di essere rieletti. Non si può quindi rimproverare a Matteo Renzi di impostare la sua “campagna d’Europa” sul recupero del consenso interno.

Sposando l’europeismo spinelliano spruzzato di socialismo e l’attacco frontale all’Ue che esiste, Renzi spera evidentemente di coniugare la fedeltà alla “vera” Europa con il diffuso euroscetticismo presente anche nel nostro paese, recuperando così consensi che il fronte populista rischia di erodere. Difficile dargli torto a priori.

Dopo aver fatto (per finta?) pace con Angela Merkel, adesso apre il secondo fronte che forse ritiene più facile, quello con la Commissione. Può darsi che tutto ciò gli procuri i desiderati vantaggi elettorali. Proiettata nel medio periodo, la tattica comporta tuttavia un errore e un grave rischio.

Caratteristiche dell’europeismo italiano
L’europeismo italiano ha sempre avuto tre caratteristiche. In primo luogo, abbiamo un’immagine mitologica dell’Europa molto diversa da quella reale. Come per ogni mito, c’è il rischio che cada a pezzi a ogni difficoltà.

A fronte di questo c’è però stata una pratica di governo finalizzata spesso con successo a difendere quello che si è ritenuto essere, a torto o a ragione, l’interesse nazionale. Essa ha avuto tra l’altro momenti gloriosi: con de Gasperi, poi con Gaetano Martino ed Emilio Colombo, con Craxi e Andreotti e infine con Ciampi, Giorgio Napolitano e Mario Monti cui va il merito di aver provocato, nel 2012, la vera svolta della politica europea, quella che ha permesso a Mario Draghi di agire per salvare l’euro.

Infine soffriamo di una sistematica incapacità di adattare le strutture del Paese alle decisioni prese. In sostanza, agli italiani non è mai stata raccontata bene la vera storia dell’Italia in Europa. La narrativa del “vincolo esterno” che Monti ha tentato senza successo di correggere, ha aggravato le cose.

Non è detto che la retorica renziana permetta di colmare questo vuoto. Ben venga l’opera di verità, ma è un errore denigrare la politica europea di tutti i governi passati, bollandola come imbelle e rinunciataria. Così facendo si rischia di demolire in modo durevole l’immagine dell’Europa presso gli italiani che sarebbero legittimati a pensare di essere stati ingannati per sessant’anni.

Renzi batte i pugni sul tavolo
Dopo l’errore c’è il rischio. Renzi ha deciso di mettere nel paniere del contenzioso pubblico le cose più disparate. È una tattica come un’altra che però non sembra molto convincente perché avvalora la tesi di un’Europa a noi ostile. Basta pensare ai due capitoli più importanti: l’economia (banche e politica di bilancio) e la crisi dei migranti/rifugiati.

Sul primo capitolo l’Italia ha le sue ragioni, ma il negoziato è complesso; andrebbe spiegato agli italiani perché troviamo così poche sponde non solo a Berlino e a Bruxelles, ma anche altrove. Sul problema dei rifugiati le ragioni per cui l’Europa si muove lentamente e male sono molteplici; nessuno è innocente, noi compresi.

A un paese frustrato e convinto di “non contare nulla” può far piacere vedere che il governo “batte i pugni sul tavolo”. D’altro canto sappiamo che nel frattempo i nostri valenti diplomatici e alcuni ministri negoziano in privato per raggiungere un compromesso soddisfacente. È legittimo chiedere se non sarebbe meglio abbassare i toni in pubblico e riservare i “pugni sul tavolo” ai negoziati privati.

David Cameron aveva proclamato la volontà di voler “riformare” l’Ue e di cambiare radicalmente il rapporto del paese con l’Europa. Dovrà ora presentare come un successo un risultato obiettivamente abbastanza modesto. Gli va comunque riconosciuto il merito di non aver mai alzato i toni.

Renzi, dopo aver dichiarato di voler “cambiare verso” all’Europa, guidare i socialisti europei, spezzare l’asse franco-tedesco ed essersi candidato alla guida dell’Ue, potrebbe scoprirsi prigioniero della sua stessa retorica. Potrebbe avere difficoltà a rimettere il genio nella bottiglia e spiegare gli inevitabili compromessi a un paese che continua a sognare un’Europa mitologica, ma nel frattempo è stato educato a detestare quella reale.

Usare ogni disaccordo con Juncker per bollarlo come “burocrate” è un altro errore che potevamo evitare, non solo per la tradizionale ragione che l’Italia ha interesse a una Commissione forte. Juncker avrà molti difetti, ma è tutto tranne che un burocrate e, come tutti i politici, deve tener conto di una constituency più vasta e complessa di quella di Renzi. Del resto far rispettare le regole è il primo compito di un’istituzione politica.

Le due carte di Renzi
Renzi ha in mano due carte forti: la consapevolezza che ogni alternativa di governo in Italia sarebbe peggiore per l’Europa e l’aver impresso una salutare accelerazione al processo di cambiamento del Paese. Tuttavia, se può presentarsi dicendo “abbiamo voltato pagina”, non può ancora dire “abbiamo riformato l’Italia”. Per leggere fondate critiche alla legge di stabilità e vedere il cammino che resta da fare nelle riforme, non c’è bisogno di andare a Bruxelles; basta la stampa italiana.

Né vale molto raccontarci che l’Europa ha bisogno di noi più di quanto avesse bisogno della Grecia e forse persino della Gran Bretagna. È vero, ma lo è altrettanto che noi abbiamo bisogno dell’Europa forse più della stessa Germania. Se dovesse intervenire la catastrofe, la domanda non è chi soffrirà (tutti). Bisogna invece chiedere chi soffrirà per primo è chi è più capace di parare il colpo.

C’è da sperare che i principali protagonisti, Merkel, Juncker, ma soprattutto Renzi, siano capaci di volteggiare sul trapezio e atterrare in piedi. Ci sono però rischi che superano l’abilità tattica dei giocatori. Gli dei accecano coloro di cui vogliono la rovina; si chiama hubris e proprio i greci meno di un anno fa ne hanno apprezzato in pieno il significato.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
 
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