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Usa 2016: primarie
Parte male Trump, gli altri se la cavano
Giampiero Gramaglia
03/02/2016

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Sono già tutti nel New Hampshire, almeno quelli che contano e che ancora ci credono.

Dopo avere speso in Iowa più tempo di quanto non avrebbero mai desiderato - per fare due esempi, 140 visite Bernie Sanders, 104 Hillary Clinton -, gli aspiranti alla nomination per la Casa Bianca, democratici e repubblicani, hanno lasciato lo Stato del MidWest, in questi giorni un’unica distesa di neve e gelo: due di essi ci torneranno per fare campagna fra otto mesi, dopo le convention; gli altri, forse, non ci torneranno mai più, lo hanno ormai visto in lungo e in largo.

Fra i democratici, c’è stato un equilibrio non aritmetico, ma sostanziale: la Clinton e Sanders sono alla fine divisi da uno scarto dello 0,3%, il che basta perché l’ex first lady canti vittoria e il senatore del Vermont dichiari “un pareggio virtuale”.

In qualche assemblea, è stata la monetina del sorteggio a dare il successo all’una o all’altro. C’è chi evoca una verifica, di fatto impossibile perché il voto avviene per crocchi - il più numeroso vince - e non per schede. I dati confermano che i giovani preferiscono Sanders - quattro su cinque -, le donne di misura Hillary.

Fra i repubblicani, vincono Ted Cruz, che è primo, e pure Marco Rubio, che è terzo. Perde di sicuro Donald Trump: l’Iowa per lui è una campagna di Russia dove il magnate dell’immobiliare lascia, tra la neve e il gelo, l’aura di sicumera e di imbattibilità che s’era costruito con il suo stile aggressivo e urticante. Il Daily News già lo liquida come “dead clown walking”, bruciando i tempi.

La gente dello Iowa ce l’ha, da sempre, con i battistrada, quelli troppo sicuri di sé o troppo forti; e, spesso, li castiga. Talora, sono lezioni che lasciano il segno: nel 2008, Hillary Rodham Clinton perse e non si risollevò più. Talora, sono batoste d’un giorno: nel 2012, Mitt Romney fu battuto, ma poi ottenne la nomination.

Che cosa comporti il risultato di lunedì per Trump è difficile dirlo: lo showman ne esce con la coda fra le gambe, anche se non lo ammette, ma non ha ancora esaurito il suo repertorio. Cruz e Rubio emergono come candidati possibili dei Tea Party e degli evangelici - il senatore del Texas- e dell’establishment repubblicano moderato - il senatore della Florida.

Rubio in particolare è ormai destinato ad assumere a pieno il ruolo che i pronostici attribuivano a Jeb Bush, l’ex governatore della Florida, ancora una volta deludente (ma non rassegnato: afferma che “la vera corsa comincia ora”).

Il quarto uomo repubblicano è per ora un ‘Mister X’, che potrebbe farsi largo fra la mezza dozzina di comprimari più o meno folkloristici, dal guru nero Ben Carson, ex neurochirurgo, che dà però l’impressione di non crederci - parte per la Florida invece che per il New Hampshire, spiegando “lì fa più caldo” -allo stesso Jeb, passando per i governatori del New Jersey Chris Christie e dell’Ohio John Kasich, senza dimenticare, per cavalleria, l’unica donna, Carly Fiorina.

Le assemblee dello Iowa, i caucuses, che aprono la stagione delle primarie per designare i candidati dei due maggiori partiti alla Casa Bianca, in vista delle convention di luglio e dell’Election Day dell’8 novembre, creano sorprese - la sconfitta di Trump è inattesa - e fanno vittime: si ritirano così il democratico Martin O’Malley, ex governatore del Maryland, sempre irrilevante nei sondaggi - e ora pure nei voti-; e l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, che nello Iowa vinse nel 2008 (questa volta, ha preso il 2% dei voti e nessun delegato).

I risultati dello Iowa ricevono un’attenzione persino sproporzionata al loro peso effettivo: assegnano infatti solo 44 delegati democratici (su un totale di 4.763) e 30 delegati repubblicani (su 2.472). Quelli repubblicani già attribuiti sono andati 9 a Cruz (28% dei voti), 7 a Trump (24%), 7 a Rubio (23%); e poi 3 a Ben Carson (9%) e uno ciascuno a Rand Paul (5%), Jeb Bush (3%), John Kasich(3%) e Carly Fiorina (3%). Gli altri aspiranti alla nomination sono finiti più indietro, senza delegati.Quelli democratici attribuiti sono andati 23 a Hillary e 21 a Sanders.

Nel New Hampshire, la partita repubblicana è apertissima: Trump è davanti nei sondaggi, Rubio spera di fare meglio di Cruz (e vorrebbe poi vincere in South Carolina). Quella democratica è apparentemente già decisa: Sanders, che gioca quasi in casa, dovrebbe vincere; Hillary dovrebbe poi rifarsi in Nevada e South Carolina, prima del Super-Martedì, il 1° marzo, con 14 Stati in lizza.

Nelle ultime 48 ore della campagna elettorale in Iowa, i candidati si erano scambiati stilettate: Cruz critica Trump perché “troppo liberal”, mentre lo showman mette sotto accusa la Corte Suprema sui matrimoni omosessuali - e insiste sull’ineleggibilità del rivale perché nato in Canada.

Hillary è tornata sulla controversa vicenda delle e-mail inviate dal suo account privato, invece che da quello ufficiale, quando era segretario di Stato, definendolo una “bega fra amministrazioni”. Sanders l’ha sfidata a un dibattito a Brooklyn, dove lei ha il quartier generale della sua campagna.

Il confronto tra Hillary e Sanders è aperto pure sul fronte della raccolta fondi: a gennaio, il senatore del Vermont ha ricevuto 20 milioni, mentre in tutto il trimestre precedente ne aveva messi insieme 33 milioni (contro i 37 di Hillary). "Siamo ben piazzati per battere l'obiettivo della Clinton, cioè 50 milioni di dollari nel primo trimestre 2016", dice Jeff Weaver, direttore della campagna di Sanders, precisando che i donatori a gennaio sono stati 770mila. E i risultati dello Iowa possono portare entusiasmo e, quindi, altri soldi.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
 
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