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Contenzioso Italia-India
Caso Marò, l’effetto della diplomazia internazionale
Antonio Armellini
02/02/2016

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L’attenzione per la vicenda dei marò è diventata un po’ come l’onda di marea: arriva rapidamente, sommerge tutto e poi si ritira senza lasciare tracce, a parte qualche detrito (ovvero - nel nostro caso - qualche strascico poco informato). Indignazione gridata e scetticismo rassegnato si alternano con regolarità e può essere utile cercare di fare un po’ di chiarezza.

Sarà il Tribunale arbitrale a stabilire il prossimo destino dei due fucilieri di Marina. Non nella sostanza, si badi bene, ma solo per quel che riguarda la giurisdizione competente per il processo che si dovrà tenerein Italia o in India, a seconda della decisione.

Tutto ciò non prima del 2018: scandalizzarsi - come è avvenuto da noi nei giorni scorsi - non ha molto senso e vorrebbe dire solo non avere cognizione del fatto - noto a chiunque abbia esperienza della materia - che i tempi delle decisioni arbitrali sono sempre lunghi (anche prescindendo dalla tendenza dei giudici di prendersela comoda, per varie ragioni).

La domanda, piuttosto, dovrebbe essere perché si è atteso quasi quattro anni prima di ricorrere a una procedura che avrebbe fatto guadagnare tempo e, a detta di molti, sarebbe stata uno strumento di pressione efficace nei confronti dell’India.

La lunga attesa dei Marò
Mi sono chiesto più volte come mai il Tribunale del Mare di Amburgo non avesse accolto la scorsa estate la richiesta italiana di consentire a Massimiliano Latorre di restare e a Salvatore Girone di rientrare in Italia, rimettendo il tutto all’arbitrato.

Molti segnali lasciavano pensare che il governo di Narendra Modi - una volta esaurita l’utilità strumentale del tema marò per la campagna elettorale contro Sonia Gandhi - condividesse il desiderio di facilitare una via d’uscita da una controversia che per l’India era abbastanza marginale.

Lasciar partire Girone avrebbe significato rinunciare a un chip negoziale valido, ma sarebbe servito ad abbassare il livello della tensione e far sì che la fase giurisdizionale si svolgesse senza per l’Italia la spina nel fianco di un suo militare forzosamente trattenuto in India.

L’opposizione indiana alla richiesta italiana ad Amburgo fu inaspettatamente dura: segno che seppure un qualche accordo si era profilato, si è scontrato con resistenze non previste, forse ad opera della magistratura indiana.

La sospensione della giurisdizione di entrambi i paesi decretata ad Amburgo, col congelamento delle procedure connesse, ha comportato che per l’Italia non vi è più alcun obbligo di chiedere proroghe della permanenza di Latorre in Italia.

Correlativamente però, l’India non ha la possibilità di modificare lo status di Girone. Non abbiamo perso tempo nel rinnovare la richiesta di una misura provvisoria che consenta a entrambi di attendere in Italia il lodo arbitrale e la decisione del Tribunale arbitrale, prevista per marzo, è di importanza fondamentale.

Se la misura dovesse essere accordata tutto si farebbe più piano, ma se dovesse essere rifiutata il garbuglio si farebbe grosso: Latorre non soffrirebbe granché, ma Girone resterebbe nella posizione di ostaggio a tempo indefinito, che una problematica assegnazione all’ambasciata di Delhi servirebbe in parte a mascherare, ma non certo a superare.

L’India, che era sembrata contestare in un primo tempo la competenza arbitrale, ha modificato i toni e il segnalepotrebbe essere positivo. Anche se la sua rigidità negoziale - e l’imprevedibilità della magistratura - possono sempre riservare sorprese.

Per Latorre e Girone si prospetta un’attesa di ancora due, tre anni per sapere chi dovrà processarli, e di almeno altrettanti - se non di più - per avere un verdetto definitivo che ne sanzioni, come mi auguro, la non colpevolezza.

Sui tempi della giurisdizione non c’è molto da fare; l’unico modo per accorciarli è quello di un’intesa fra i due governi che chiuda politicamente la questione senza aspettare l’esito dell’arbitrato.

Un fastidio per la diplomazia internazionale
Per il governo di Modi, come si è detto, il tema dei marò non costituisce una priorità. È però un fastidio che potrebbe complicarsi ulteriormente, nei rapporti con gli altri paesi europei e con gli Usa come sul piano internazionale, dove i margini di ambiguità nella vicenda - che non sono pochi - rischiano di riverberarsi sulle ambizioni di un paese che si vede già membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

L’India in politica estera ragiona in primo luogo in termini di rapporti di forza e la sua hubris porta a chiedersi come mai, mentre il mondo intero fa la fila a Delhi dall’Italia le presenze siano state sporadiche (ben prima che i marò rendessero le cose più difficili).

Noi siamo demandeurs; godiamo di un buon capitale di simpatia, ma dobbiamo correggere una immagine di debolezza che ci fa apparire politicamente irrilevanti (debolezza, sia detto per inciso, che abbiamo contribuito non poco a rafforzare con alcune mosse difficilmente comprensibili, specie nelle prime fasi della crisi).

Fatte le differenze del caso, fra Modi e Matteo Renzi vi sono somiglianze di visione che un dialogo diretto potrebbe far risaltare a nostro vantaggio, a condizione di svolgersi direttamente, senza troppe mediazioni. Non è necessario venire a Canossa: basterebbe l’occasione di un G20 o altro per imbastire un discorso che sin qui è stato troppo fugace.

La diplomazia dovrebbe aiutare, sfruttando fuori dal fascio dei riflettori le non molte carte a nostra disposizione e facendo bene attenzione all’equilibrio fra il dare e l’avere. In tema di Nazioni Unite abbiamo strumenti per una pressione efficace, ma sinora in pratica non ne abbiamo usati.

L’economia indiana è cresciuta più di tutti nel 2015 e restare ai margini di quel mercato significa rinunciare a recuperare almeno parte delle posizioni che in passato abbiamo avuto. Le opportunità non mancano, come dimostra la recente acquisizione di Pininfarina da parte del gruppo Mahindra.

Separare la questione dei marò dai rapporti commerciali non risponde solo ad un discorso economico: rendendo più consistente la rete delle reciproche interdipendenze, e stimolando un maggior flusso di investimenti indiani, potremmo dare al rapporto di forze una diversa sostanza.

Adesione al Mtcr e accordo di libero scambio con l’Ue
Abbiamo bloccato l’adesione dell’India al Mtcr - l’accordo sul controllo della missilistica militare - che costituisce un passaggio importante per il suo definitivo sdoganamento come potenza nucleare, con l’ingresso nel Nuclear Suppliers Group, NSG, l’organo di governo del Trattato di non Proliferazione.

C’è una certa ironia in tutto ciò, visto che il TNP nacque proprio in reazione all’esplosione della prima bomba nucleare indiana, ma le cose sono cambiate: americani, europei e fra questi anche noi abbiamo a lungo premuto perché l’India si uniformasse pienamente al regime di controlli internazionale sul nucleare.

Bloccando l’adesione al Mtcr, ritardiamo un processo che risponde a un fondamentale interesse occidentale, mentre per l’India attendere non è un peso. L’accordo di libero scambio Ue-India, sul quale pure abbiamo posto una riserva,interessa i paesi europei forse più dell’India, che è alla radice dei ritardi che hanno rallentato sin qui il negoziato: ostacolandone la ripresa non è chiaro a chi facciamo più danno.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
 
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