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Relazioni Ue-Mena
Ue-Marocco e l'autodeterminazione dei sahrawi
Claudia De Martino
31/01/2016

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Nella crisi regionale che contraddistingue l’area Mena, la politica commerciale dell’Unione europea, Ue, oscilla tra buone relazioni e sostegno agli esempi riusciti di “Primavere arabe” - Tunisia e Marocco - pragmatismo con Paesi crescentemente autoritari -Turchia ed Egitto, e difficoltà a relazionarsi con i Paesi, come la Libia, dove all’ordine del giorno si pone con urgenza la necessità di trovare una soluzione politica.

Tuttavia, se le “Primavere arabe riuscite” sembrano casi più facili per rilanciare buone relazioni euro-mediterranee di vicinato, anche in questi casi la posizione Ue incorre nel rischio di essere considerata partigiana e faziosa, ovvero diversamente indifferente, punitiva o conciliante a seconda dei suoi interessi strategici e commerciali verso Paesi dell’area che presentano situazioni comparabili.

Nel momento in cui assume toni di critica più accesi verso la fallimentare politica di occupazione israeliana della West Bank - attraverso l’imposizione dell’etichettatura dei prodotti dei Territori occupati commercializzati nella Ue e la recente decisione del Consiglio per gli Affari Esteri dell’Ue, che ieri ha approvato una risoluzione che chiede che gli accordi tra lo Stato di Israele e l’Ue siano inapplicabili nei Territori Occupati -, non si pronuncia su dossier analoghi di dispute territoriali tuttora aperti in altri Stati.

Pragmatismo europeo
È il caso della Turchia che continua da 42 anni l’occupazione di Cipro Nord, e del Marocco, che contende da altrettanti 43 anni il territorio del Sahara Occidentale, contestando il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi. In entrambi i casi la Commissione europea legittima lo status quo per ragioni di interesse strategico, militare e commerciale dell’Ue.

Non stupisce, dunque, che in entrambi i casi la Ue adotti un atteggiamento a dir poco conciliante. Alla Turchia, la nota del Consiglio europeo n.389/2006 allocò, infatti, “un supporto finanziario” - pari all’incirca a 259 milioni di euro gestiti dal Direttorato Generale Ue per l’Allargamento alla comunità turco-cipriota - “che incoraggi lo sviluppo economico della comunità turco-cipriota”, che non è mai stata revocato.

Mentre al Marocco, nei recenti accordi siglati nel settore della pesca, riconosce ufficialmente il possesso di importanti risorse naturali, come le “risorse idriche [del Sahara Occidentale] (che) si possono considerare all’interno della giurisdizione del Regno del Marocco”.

Ue e Marocco: liberalizzazione dei prodotti agricoli e della pesca
Il Marocco è al momento al centro dell’attenzione perché oggetto di disputa tra differenti poteri europei che sembrano farsi portatori di visioni sensibilmente diverse sulla conduzione delle relazioni esterne dell’Ue.

Il 10 dicembre scorso, la Corte europea di giustizia ha infatti annullato l’accordo di reciproca liberalizzazione dei prodotti agricoli e della pesca tra Ue e Marocco, ordinando la modifica dei protocolli 1, 2 e 3 loro annessi e contestando la sua validità sul territorio conteso del Sahara occidentale.

L’accordo commerciale sollevava, a parere della Corte, una serie di problemi, dal momento che la stessa Ue non riconosce la sovranità integrale del Marocco sul territorio, sul quale sono in corso dei negoziati internazionali a livello Onu.

I rappresentanti del Sahara occidentale - il Fronte Polisario - avevano inoltre condannato l’accordo come un “tentativo di legittimare l’espoliazione delle risorse naturali dell’area da parte della potenza occupante”.

Tuttavia la Commissione Ue ha fatto subito appello contro la decisione della Corte e non sembra affatto disposta ad inserire un’esplicita clausola di esclusione del Sahara occidentale, che comunque verrebbe difficilmente accolta dal governo del Marocco, il cui Ministro delle comunicazioni, Mustapha Khalfi, ha bollato la sentenza come “politica” e tale da compromettere il complesso delle relazioni bilaterali con la Ue.

La sentenza della Corte europea di giustizia è infatti arrivata in completa controtendenza rispetto alla posizione tenuta dalla Commissione lungo tutte le negoziazioni: il Commissario Ue agli Affari marittimi e alla pesca, Enrico Brivio, aveva infatti affermato che l’accordo tra Ue e Marocco fosse perfettamente legale dal punto di vista del diritto internazionale e che dovesse applicarsi anche al Sahara occidentale, in quanto territorio non autogovernato, ma posto sotto l’amministrazione marocchina.

Il Protocollo n. 2, citato dalla Corte, definisce inoltre l’autorità marocchina come dotata non di“piena sovranità”, ma di “giurisdizione” sulle acque a largo del Sahara occidentale: un eufemismo utile a camuffare il pragmatismo tradizionalmente adottato dalla Commissione Ue nei negoziati commerciali con i Paesi mediterranei.

Colonizzazione del Sahara occidentale
A parere della Commissione, inoltre, l’Accordo avvantaggerebbe anche gli abitanti del Sahara occidentale che, dunque, esprimerebbero una certa miopia nel rifiutarlo.Tuttavia la Commissione sembra ignorare il fatto che la maggior parte delle proprietà agricole nella regione di Dakhla siano proprietà esclusiva della monarchia o di grandi multinazionali franco-marocchinee che quasi nessun sahrawi risulti proprietario di piantagioni.

Inoltre, è noto che il governo marocchino promuove attivamente una politica di colonizzazione del Sahara occidentale offrendo programmi ed incentivi ai lavoratori stagionali marocchini per trasferirvisi e risiedervi stabilmente.

Infine, l’Unione africana stessa denuncia l’occupazione del Sahara occidentale da parte del Marocco, ragione per la quale il paese non è stato accolto tra i suoi membri.

Sembra che l’Ue conduca con una certa schizofrenia i suoi accordi commerciali, cercando di premere sul conseguimento dei suoi obiettivi economici sui dossier controversi sui quali l’attenzione internazionale non è alta, appellandosi invece al diritto internazionale ed all’autodeterminazione dei popoli laddove gli interessi politici e strategici europei sono invece determinanti.

Per risultare più credibili, Parlamento, Commissione e Consiglio Ue dovrebbero pertanto concordare una strategia coerente nei confronti dei Mena.

Claudia De Martino è ricercatrice presso Unimed, Roma e autrice di “I mizrahim in Israele”, Carocci editore.
 
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