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Immigrazione
Braccio di ferro italiano sull’accordo Ue-Turchia
Enza Roberta Petrillo
28/01/2016

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Nei giorni in cui in Grecia centinaia di migranti fuggiti da Siria, Iraq e Afghanistan protestavano contro la barriera di sicurezza innalzata lungo il confine con la Turchia, chiedendo canali di accesso protetto in Europa e brandendo la fotografia di Aylan Kurdi, il bimbo siriano annegato nell’Egeo diventato simbolo dell’esodo forzato che sta destabilizzando l’Europa, il 25 gennaio Ankara e Bruxelles si sono fronteggiate per la seconda volta sul Piano d’azione Comune EU Turchia.

Sul tavolo lo sblocco dei tre miliardi di euro promessi alla Turchia, lo scorso 15 ottobre, dal Presidente della Commissione Jean Claude Juncker, in cambio di un rafforzamento dei controlli frontalieri volti ad arginare i flussi di migranti irregolari verso l’Europa. Programma lungi dal decollare, visto che ad oggi nessuna alternativa è stata offerta ai migranti forzati che in massa stanno abbandonando le aree di guerra, rischiando la vita nelle acque del Mar Egeo.

La trasferta turca di Mogherini
È toccato all’Alto Rappresentante Federica Mogherini volare ad Ankara per convincere il ministro degli Esteri Mevlut Çavuşoğlu e quello degli Affari Europei Volkan Bozkır ad agire immediatamente per indurre i migranti a fermarsi in Turchia e provare, così, ad arginare la débâcle dell’Unione. Ad affiancare Mogherini, il commissario all'Allargamento Johannes Hahn e il responsabile degli Aiuti Umanitari Christos Stylianides. Presenze che lasciano intendere quali siano i nodi cruciali della trasferta turca: offrire garanzie sulla velocizzazione dell’ingresso in Europa e sul rafforzamento degli aiuti umanitari chiesti dalla Turchia per gestire i quasi 2 milioni di rifugiati attualmente ospiti nel paese. Due fronti su cui già il primo ministro turco Davutoğlu aveva alzato il tiro durante l’ultimo meeting con la cancelliera tedesca Merkel, chiarendo a muso duro che la “Turchia non sta elemosinando soldi all’Unione europea” e che -questione non secondaria- i promessi tre miliardi di euro sono solo un anticipo dell’impegno richiesto all’Europa per occuparsi di una crisi bollata come “non turca”.

Messaggio tutt’altro che confortante per l’Italia, unico Paese dell’Ue che da giorni sta bloccando apertamente l’accordo sulla ripartizione dei contributi tra la Commissione Ue ed i Paesi membri. Un braccio di ferro, dietro cui sembra esserci non soltanto l’indisponibilità italiana ad elargire circa 300 milioni di euro in nome del burden sharing, ma anche la volontà di chiarire una volta per tutte che senza garanzie sulla “clausola migranti”, ovvero lo scomputo dei fondi elargiti alla Turchia dai parametri di bilancio del patto di stabilità, non ci saranno passi in avanti, tanto più se imposti dall’alto.

Italia esclusa dalla mini Schengen
Intanto, mentre il piano redistributivo dei rifugiati avviato dalla Commissione a settembre muore tra i ripensamenti delle cancellerie del nord Europa e la reintroduzione dei controlli frontalieri in Austria, Germania, Svezia, Danimarca Francia e Norvegia, per l’Italia, avamposto mediterraneo sulla crisi, si profila il rischio di un’esclusione dalla mini-Schengen, la macro-area che includerebbe Belgio, Lussemburgo, Olanda, Austria, Francia e Germania, i cui confini esterni verrebbero blindati per arginare i flussi migratori che passano da Grecia e Italia. Se a dicembre il piano lasciato intendere dal vertice della cancelleria olandese, Altmaier, aveva soltanto il sapore della provocazione lanciata per smuovere le acque stagnanti del piano europeo sull’immigrazione, oggi la sua “coalizione di volenterosi” sembra uno scenario tutt’altro che irrealizzabile.

Di fatto, la realtà è che non c’è stato membro che oggi possa sfuggire alla realpolitik. Discorso che vale soprattutto per Italia e Grecia, paesi che potrebbero trarre vantaggio da una Turchia attivata in modalità gatekeeper. L’ipotesi, però, non è esente da rischi. Il temporeggiamento turco, presumibilmente resterà tale almeno sino alla conferenza dei donatori per la Siriaprogrammata per il prossimo 4 febbraio a Londra. Occasione in cui la comunità internazionale sarà chiamata a mettere nero su bianco cosa intende fare per gestire i 13 milioni e mezzo di sfollati interni e i più di 4 milioni di rifugiati siriani che hanno trovato riparo nei paesi confinanti. Numeri che contrastano evidentemente con i tre miliardi di dollari offerti ad oggi dai donatori invece degli otto miliardi previsti.

Turchia, gatekeeper d’Europa
Per questo la Turchia, paese che da solo ospita 1,889,780 rifugiati, ha vincolato il piano d’azione nazionale sui rifugiati ad un impegno concreto da parte della comunità internazionale, Ue in testa. Per quanto rinverdite dal Joint Statement diffuso al margine del summit di questa settimana tra Mogherini e i rappresentanti del governo turco, restano quindi, per ora, congelate le iniziative finalizzate all’integrazione dei rifugiati siriani in Turchia, per i quali era stata prevista la “concessione di permessi di lavoro per diminuire la spinta ad andare altrove” e l’autorizzazione ad accedere al sistemo sanitario e scolastico.

Analogamente, restano indefinite le modalità con cui la Turchia dovrebbe svolgere il ruolo di gatekeeper d’Europa. La gestione spinosa del dossier sulla lotta ai trafficanti di esseri umani rischia di mettere in secondo piano la gestione umanitaria delle migrazioni forzate che si fermano o transitano in Turchia.

In un rapporto recente, Amnesty International ha documentato una serie di abusi commessi dalle autorità di Ankara ai danni dei titolari di protezione internazionale. Casi di arresti arbitrari, respingimenti in territori di conflitto e detenzione inumane in condizione di isolamento. In un’intervista al Guardian, Melanie Ward, dell’International Rescue Committee del Regno Unito, ha definito, per queste ragioni, l'accordo “preoccupante, proprio perché finalizzato principalmente a ostacolare il movimento di chi cerca rifugio in Ue”. Migranti forzati, in altre parole, che in assenza di vie legali e sicure di accesso in Europa continueranno a foraggiare le economie illecite dei trafficanti.

Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma. Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it).

 
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