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Unione Europea
L’Italia e la ristrutturazione dell’Ue
Marinella Neri Gualdesi
28/01/2016

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Di fronte alle sfide impegnative che l’Europa deve affrontare, mentre si avvicina nel marzo 2017 la scadenza dei sessant’anni dalla firma dei trattati di Roma, l’Italia punta a conquistare un ruolo centrale per rilanciare il progetto europeo e ribadire le ragioni di una crescente integrazione, riconoscendo che è necessario riformare profondamente l’Unione europea, Ue. L’ambizione del governo italiano è di contribuire da protagonista a un dibattito che faccia uscire l’Ue dalle secche della crisi.

Per le difficoltà interne al quadro europeo, e per la necessità di proporre idee intorno alle quali si coaguli il consenso di più partner, si apre una partita diplomatica non facile. La ricerca degli alleati giusti è quindi un passaggio di rilievo.

Perché non inseguire l’improbabile intesa con Londra
Nel funzionamento dell’Ue si sono registrati alcuni cambiamenti strutturali. I più evidenti sono l’incepparsi del motore franco-tedesco, diventato ormai a trazione esclusivamente tedesca, e il ruolo sempre più dominante nel sistema decisionale assunto dal Consiglio europeo. Il negoziato diretto tra i capi di governo esalta inevitabilmente il peso decisivo del paese più forte, ancora la Germania.

Giusto contestare una costruzione europea troppo sbilanciata su interessi e priorità stabilite a Berlino. Senza dimenticare però che la Germania resta un partner chiave per ogni ipotesi di riforma dell’Ue.

La soluzione per contrastare il primato tedesco non sta nell’inseguire un’improbabile intesa con Londra. La nota congiunta Gentiloni-Hammond del 15 dicembre scorso richiama un’altra iniziativa, la dichiarazione anglo-italiana del 4 ottobre 1991 sulla difesa europea presentata durante il negoziato per il trattato di Maastricht. Oggi come allora, un’iniziativa che rappresenta più il tentativo di sfuggire al peso dell’asse franco tedesco, che il tassello di una chiara strategia per portare avanti iniziative politiche comuni. Non si vede del resto come potrebbe essere possibile costruire una proposta che porti al superamento delle difficoltà dell’Ue con un paese che ha un piede fuori dalle principali politiche comuni, che ha giocato sistematicamente al ribasso delle risorse da assegnare al bilancio comune e ha una visione molto riduttiva dell’integrazione europea rispetto a quella coltivata sulle rive del Tevere.

A Roma i Ministri degli Esteri dei paesi fondatori dell'Europa
Dall’Italia viene del resto un’altra iniziativa che di fatto ridimensiona il “giro di valzer” con Londra. A inizio febbraio a Roma si incontreranno i ministri degli Esteri dei sei paesi fondatori dell'Europa unita. Un’iniziativa voluta dal governo italiano, anch’essa in realtà non nuova, perché riprende un’idea del 2003 dell’allora Presidente della Repubblica Ciampi di giungere a un accordo tra i sei paesi fondatori per dare un impulso ai lavori della Convenzione. L’iniziativa non ebbe molta fortuna.

Prima ancora della formula in ogni iniziativa ciò che conta sono i contenuti. Su questi ancora non si intravede una strategia chiara del governo italiano. Il ministro degli Esteri Gentiloni in una recente intervista rilasciata a La Repubblica ha dichiarato che “II governo italiano lavora per rafforzare un europeismo possibile che deve rispondere ai cittadini”. Un approccio pragmatico che potrebbe trovarsi in sintonia con gli obiettivi appena delineati dalla presidenza olandese del Consiglio entrata in funzione il 1 gennaio scorso. La presidenza olandese ha dichiarato di impegnarsi per un’Ue che si concentri sulla creazione di crescita e lavoro attraverso l’innovazione e che sappia connettersi con la società civile.

Europa a cerchi concentrici
Nella nota Gentiloni-Hammond l’Italia dichiara di sottoscrivere un modello di funzionamento dell’Ue imperniato sul principio di flessibilità, in modo da consentire di avere diversi livelli di integrazione. Una soluzione che possa permettere ai paesi che vogliono approfondire l’integrazione di andare avanti, e a quelli che non intendono procedere oltre di potersi chiamare fuori. Nella Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Ue presentata al parlamento lo scorso dicembre, il governo italiano si dichiara disponibile a valutare l’ipotesi di un percorso che potrebbe sfociare in un’Europa “a cerchi concentrici”, che avrebbe al centro un’Eurozona rafforzata e aperta a un’evoluzione verso l’Unione politica, contornata da un cerchio di paesi interessati principalmente alle politiche riguardanti il mercato unico.

L’ “Europa differenziata”, senza escludere l’ipotesi di cambiare i trattati, sembra essere quindi l’obiettivo cui tende il governo italiano. Uno scenario non privo di incognite, perché dalla differenziazione potrebbe venire anche una dinamica di disintegrazione.

Ci si deve anche chiedere se esista davvero tra i Sei una visione comune sul futuro dell’Europa. Il gruppo dei sei fondatori è molto meno compatto di quanto sembri e sarebbe un errore non tenere conto del potere residuale dell’asse franco-tedesco.

Se una proposta comune sulla riforma dell’Ue emergesse tra i sei andrebbe poi presentata agli altri partner. Con una Spagna senza governo entrata in una fase di instabilità, una Grecia marginale e indebolita, la Gran Bretagna ripiegata sul Brexit, un gruppo di paesi nordici e di recente ingresso nell’Ue più “sovranisti” che “integrazionisti”, tessere la tela per le riforme non sarà una facile impresa.

Unione dei cittadini cercasi
Se da un lato va comunque riconosciuto all’iniziativa italiana il merito di puntare a un chiarimento delle posizioni sul futuro dell’architettura istituzionale dell’Ue, dall’altro non si deve trascurare di mettere in primo piano quello che chiedono gli europei, meno interessati a soluzioni istituzionali e più propensi a ottenere dall’Ue soluzioni efficaci alle grandi questioni di questi difficili tempi. L’ultimo Eurobarometro mostra che per rafforzare il sentimento di una cittadinanza europea gli europei chiedono ad esempio prima di tutto un sistema sociale europeo armonizzato tra gli Stati membri per sanità, educazione, pensioni. Fissare una soglia di protezione sociale, magari attraverso un Fondo europeo di assicurazione contro la disoccupazione - una proposta inserita dall’Italia nel contributo presentato nel maggio 2015 per il rafforzamento dell’Uem-risponde alla richiesta sempre più pressante di un’Unione dei cittadini.
Questa proposta, che può essere introdotta senza alcuna modifica dei trattati, è stata  recentemente rilanciata dal ministro Padoan in un dibattito al Parlamento europeo.

Vincere la disaffezione verso il progetto europeo di tanta parte dell’opinione pubblica europea è la sfida più impegnativa.

Marinella Neri Gualdesi Professore di Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Pisa

 
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