affarinternazionali

Medio Oriente
Siria, il processo di Vienna non naviga in buone acque
Roberto Aliboni
23/01/2016

  più piccolo più grande
Secondo i patti stabiliti nell’ambito del Processo di Vienna, il 25 gennaio le parti siriane dovrebbero riunirsi a Ginevra sotto la guida di Staffan de Mistura, al fine di negoziare entro sei mesi un esecutivo nazionale che dovrebbe poi nel giro di un anno e mezzo sovrintendere alla redazione di una nuova costituzione e alle elezioni di un nuovo governo.

Tuttavia, de Mistura non ha voluto inviare gli inviti poiché manca fra le parti un accordo sulle delegazioni. In teoria, poiché il negoziato è sotto la mediazione dell’Onu, de Mistura potrebbe prendere lui le decisioni necessarie. In realtà, si può ben capire l’esitazione dell’inviato a compiere un gesto legittimo, ma inutile e forse anche controproducente.

È dunque possibile non solo che il negoziato avvenga - come ormai sembra deciso - senza che le parti s’incontrino direttamente - con de Mistura che parla separatamente con entrambe e poi riferisce - ma che ci sia un rinvio.

Il processo di Vienna per la risoluzione del conflitto in Siria
Perché tante difficoltà? Il processo di Vienna è basato su due pilastri: (a) la selezione delle opposizioni al regime, che per poter partecipare devono essere riconosciute come non terroristiche dal gruppo di contatto che ha lanciato il Processo (l’International Syria Support Group-Issg), in particolare da Russia, Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Turchia; (b) la decisione di soprassedere all’estromissione preventiva di Assad - che è la posizione ufficiale degli Usa, dell’Europa, degli arabi e della Turchia - nella convinzione che il processo possa far maturare le condizioni perché la questione cessi di costituire la pregiudiziale che ha finora fatto fallire i precedenti tentativi.

Nella fase preliminare all’inizio del negoziato, che si è svolta fra novembre e dicembre, la selezione delle opposizioni volta alla costituzione della loro delegazione nel negoziato non ha prodotto il necessario consenso nell’Issg. Inoltre, la delegazione risultante ha riproposto con forza la questione di Assad che doveva invece essere accantonata.

Perciò, arrivati al momento di iniziare il negoziato sia pure tra molte difficoltà, l’Onu è costretto a constatare che i due pilastri non reggono e che, di conseguenza, appare difficile e rischioso lanciare il negoziato, anche perché le delegazioni si stanno mettendo su un piano pregiudiziale e minacciano di non partecipare.

Opposizione siriana, lo scontro sulle delegazioni
La selezione diretta a definire la delegazione delle opposizioni, escludendo quelle di stampo terrorista, è alla base delle difficoltà attuali.

Mentre nei due schieramenti è risultata scontata l’esclusione di Isis e Jabat al Nusra (in quanto legato ad al-Qaida), sul resto l’accordo non riesce a coagularsi per almeno due ragioni.

In primo luogo, perché esiste una divergenza sui curdi: la Turchia - considerandoli terroristi - ha ostacolato la loro partecipazione alla formazione della delegazione. Al contrario, i russi li vogliono assolutamente dentro e, in questo, gli americani - per i quali oggi i curdi costituiscono la punta di diamante della lotta sul terreno all’Isis - li appoggiano.

In secondo luogo, la delegazione dell’opposizione - che si è intanto costituita nella conferenza di Riad appositamente organizzata dall’Arabia Saudita il 10 dicembre - è risultata coesa nei suoi intenti (un risultato che forse neppure Riad si aspettava) e composta da gruppi che in effetti non sono terroristi o difficilmente potrebbero essere considerati come tali.

Ciò si è dovuto al fatto che Ahrar al-Sham, il forte gruppo radicale (terzo per importanza dopo Isis e Jabat al-Nusra), arrivati al dunque si è spaccato e non è entrato nella delegazione.

La delegazione è comunque invisa a Damasco, Mosca e Teheran, ma oggettivamente poco esposta ad obiezioni. Tuttavia, anche ammesso che lo schieramento filo-Damasco si decida ad accettarli, la delegazione stessa ha preso una forte posizione pregiudiziale sulla questione di Assad, facendo rientrare dalla finestra un problema che evidentemente non si lascia mettere sotto il tappeto.

Il nodo Assad
Sulla reintroduzione della pregiudiziale ad Assad in realtà non sono d’accordo neppure gli Usa. Irrimediabilmente, nel processo, malgrado gli accorgimenti diplomatici, si è assistito al netto riemergere dello scontro all’interno dello schieramento anti-Assad fra gli autentici avversari di Assad - quelli che considerano Assad il nemico numero uno e solo secondariamente l’Isis - e quelli per cui il vero nemico numero uno è invece l’Isis.

Mentre Riad ha costruito una delegazione puramente “sunnita”, sulla questione, i suoi alleati occidentali sono più d’accordo con la Russia, Teheran e Damasco che con le altre potenze sunnite della regione: vogliono i curdi nella delegazione e non vogliono che la delegazione ponga pregiudiziali su Assad.

La sorte del regime è considerata ormai dagli occidentali, specialmente dopo i fatti di Parigi del 13 novembre e la posizione assunta dal governo francese, sempre più in funzione della lotta all’Isis: si può accantonare la persona di Assad (e anche qui probabilmente c’è un accordo dall’Atlantico agli Urali), ma il regime e le sue forze armate possono essere utili contro l’Isis.

Dunque, il processo non è in buone acque. Lo scontro sulla composizione della delegazione delle opposizioni è solo la superficie di dissensi politici e strategici forti e incrociati. Soprattutto, fra i “sunniti” e gli occidentali.

I primi intendono eliminare Assad, come pilastro dell’asse sciita e rivoluzionario nella regione - il fattore che impedisce ai sunniti di competere con l’Iran e fermarne la penetrazione. I secondi ritengono invece che la priorità sia l’Isis.

Su questo dissenso di fondo fra sunniti e occidentali, la Russia e l’Iran costruiscono il loro vantaggio sia nel conflitto siriano (che nel medio periodo vedrà una prevalenza militare del regime grazie all’aiuto russo) sia nella regione dove la lunga alleanza fra sunniti e Occidente sta sempre più tramontando.

Se le difficoltà non vengono superate presto e se, nel frattempo, come pare possibile, l’equilibrio militare cambia a favore di Damasco, il processo di Vienna - terzo tentativo dopo i due precedenti a Ginevra - è destinato anch’esso a diventare una memoria.

La chiave sta in un cambiamento della politica dell’amministrazione di Barack Obama che ovviamente non avverrà. Bisognerà aspettare la nuova presidenza Usa, ma nel frattempo non è dato di immaginare quali altri vertici raggiungerà la tragedia umanitaria della Siria, la fuga degli abitanti dal paese e la sorte dei conflitti in corso in Siria e nella regione.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
 
Invia ad un amico - Stampa 
Vedi anche
Sempre più Russia in Siria, Mario Arpino
Se l'Arabia Saudita scarica l'Egitto, Azzurra Meringolo
La scommessa di Putin in Siria, Paolo Calzini

Temi
MediorienteUsa
SiriaUnione europea
Guerra al Califfato

Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti