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Immigrazione
Guardia costiera europea, una soluzione limitata
Fabio Caffio
22/01/2016

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Blindare le frontiere, identificare i migranti irregolari, rimpatriare celermente i non aventi titolo a protezione sono le missioni che l'Unione europea, Ue, immagina per la propria "Border and Coast Guard".

L'ambizioso (e costoso) progetto cerca di supplire alle carenze di quegli Stati, Italia compresa che, spinti dalle ondate migratorie, non hanno potuto o voluto acquisire dati identificativi delle persone entrate illegalmente sul proprio territorio, lasciando che si dirigessero verso altri Paesi.

L'obiettivo è preservare la libera circolazione del sistema Schengen e la sicurezza interna della Ue, aiutare (o costringere) i Paesi membri a individuare preventivamente i migranti economici e le persone potenzialmente pericolose da non accogliere. Anche se questo comporterà un'erosione di sovranità nazionale.

Le ragioni di tale iniziativa che mira a superare i limiti dell'azione di Frontex sono intuitive se si pensa che 1.000.000 di persone sono entrate illegalmente in Europa durante il 2015; ma la scelta presenta criticità riguardo alle frontiere marittime come dimostrato dalle difficoltà dell'operazione Triton e di Eunavfor-Med, che non ha ancora raggiunto il suo scopo di neutralizzare i traffici di barconi dalla Libia.

Mito frontiere marittime
Il limite delle acque territoriali (12 miglia, salvo le 6 mg. greche o distanze inferiori in casi specifici come certe isole antistanti la Turchia) rappresenta la frontiera marittima esterna Ue.

Ne sono fuori, invece, la zona contigua e la zona economica esclusiva in cui gli Stati non esercitano sovranità, ma solo diritti funzionali e, a maggior ragione, la zona di responsabilità per la ricerca e soccorso (SAR).

Negli anni si è costruito il mito dell'intangibilità delle frontiere marittime Ue affidando a Frontex il compito di difenderle. Di questo ha beneficiato la Spagna (che nel 2015 ha registrato solo 3.000 arrivi) mediante respingimenti verso Marocco e Senegal e, in parte, la Grecia che ha tuttavia dovuto capitolare di fronte alle ondate di profughi siriani giunti via mare dalla Turchia.

L'Italia ha voluto fare spesso da sola incappando, nel 2009, nella nota condanna per i respingimenti verso la Libia attuati nel quadro del Trattato bilaterale di amicizia. Se si esclude il periodo 2008-2009 e quello ante 1997, il nostro Paese è intervenuto sempre in missione SAR, trasportando i migranti sul proprio territorio (150.000 nel 2015). Ma i meriti SAR non hanno impedito alla Ue di sanzionare l'inefficienza dei nostri "hotspot" dedicati all'identificazione delle persone salvate.

Fonte IOM.

Interessi contrastanti sulla libertà di circolazione
La Francia ha spesso assunto posizioni dure contro l'Italia per la mancata identificazione dei migranti irregolari, attuando di fatto la sospensione di Schengen; tuttavia non si è mai impegnata nel SAR, come invece il suo status di grande Paese mediterraneo avrebbe richiesto.

Ora, con l'istituzione di un' agenzia europea della Guardia costiera e di frontiera dotata di forti poteri di intervento, si mira a costringere gli Stati mediterranei a rispettare le regole europee poste a base della libera circolazione delle persone.

La Grecia, presa dai suoi problemi economici interni, cerca di scaricarsi del problema della permeabilità delle sue frontiere marittime attraverso cui sono passati più di 800.000 persone.

L'Italia non ha però bisogno dell'aiuto della Guardia costiera europea, forte com'è del robusto dispositivo navale di Marina militare, Capitanerie di Porto e Guardia di Finanza capace di sorvegliare, ai fini SAR e di contrasto agli scafisti, i propri limiti delle acque territoriali e la vasta area del Mediterraneo centrale.

Del resto, il modello italiano di Guardia costiera è interagenzia, nel senso che è strutturato come "funzione Guardia costiera" con l'apporto di varie amministrazioni, Difesa compresa, mentre la Ue sembra ipotizzare una sua propria struttura di Guardia costiera in senso stretto.

Paradossi della Guardia costiera europea
L’impegno umanitario italiano in operazioni come Mare Nostrum sembra non essere considerato rilevante nell'agenda Ue. La nuova Guardia costiera unificata dovrebbe infatti occuparsi incidentalmente di SAR, che è invece una delle due facce dell'immigrazione via mare, assieme alla lotta ai traffici illeciti.

Velleitario appare il progetto di affidare ad un "Return Office" i rimpatri forzosi degli "indesiderati": difatti, per varie criticità legali -non ultima quella della impossibile individuazione, in assenza di documenti, del Paese di origine - questi ammontano solo a qualche migliaio.

In realtà, il vero paradosso sta nel non concentrarsi su misure di prevenzione, quali la creazione fuori Ue di centri di esame dei richiedenti asilo, la responsabilizzazione nel controllo delle proprie coste di Paesi come la Turchia, la criminalizzazione del traffico illegale di migranti da parte degli Stati interessati secondo i paragrafi 15-16 della Risoluzione del Consiglio di sicurezza 2240 (2015) sulla situazione del Mediterraneo.

Auspicabile sarebbe infine un progetto europeo di cooperazione nel SAR mediterraneo con la messa in comune degli assetti cui affiancare una modifica del sistema di Dublino, svincolando il Paese di sbarco da quello di asilo.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
 
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