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Medio Oriente
Oltre il settarismo della frattura irano-saudita
Lorenzo Kamel
21/01/2016

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Arabia Saudita e Iran rappresentano lo specchio di quella che a molti appare come una annosa e inconciliabile frattura religiosa (sunniti/sciiti), etnica (arabi/persiani) e geopolitica.

La guerra in corso nello Yemen e la recente esecuzione della condanna a morte dell’imam sciita Nimr Bāqr al-Nimr hanno ulteriormente acuito questa percezione, confermando ancora una volta la progressiva erosione di ciò che era rimasto di un già fragile ordine regionale.

Prima della Rivoluzione islamica del 1979, tuttavia, gli interessi di Riyadh e Teheran mostravano numerosi punti di contatto, a cominciare da una marcata convergenza in chiave anti-sovietica.

A ciò si aggiunga che entrambi i paesi, al tempo due monarchie, godevano di un consistente sostegno garantito da Washington e attribuivano alle loro divergenze religiose un valore secondario. Ciò suggerisce l’opportunità di fare luce sui principali fattori che hanno maggiormente influenzato l’attuale polarizzazione.

Una prospettiva intra-regionale
I siti più sacri dell’Islam sono in Arabia Saudita, che è anche il luogo di nascita del profeta Maometto, nonché la culla dell’arabo, la lingua del Corano.

D’altro canto, l’Iran, che può contare su un’indiscutibile superiorità demografica e su una più ricca storia nazionale, si è posta da decenni agli occhi di centinaia di milioni di musulmani come un bastione che si oppone, in primis su un piano ideologico, alle politiche di Israele e dell’Occidente.

Per queste ed altre ragioni, entrambi i paesi si autopercepiscono come naturali guide e guardiani di un mondo islamico pensato nella sua interezza.

Eppure fino alla Rivoluzione islamica del 1979, quando venne rovesciato il regime filostatunitense dello scià Reza Pahlavi, la rivalità irano-saudita aveva poco a che vedere con questioni legate alla religione o alle fratture confessionali.

Fu Riyadh a darle una connotazione settaria per rispondere a quella che era da essa percepita come una minaccia ai suoi interessi nazionali. L’ayatollah Khomeini si era infatti presentato nella veste di guida di tutti i musulmani, dunque non solo degli sciiti, sfidando in questo modo la legittimità dei Saud e il loro ruolo di “custodi dell’Islam” e dei suoi luoghi più sacri (i Saud raggiunsero una posizione di quasi completa egemonia dal 1921, quando, grazie al sostegno di Londra, si imposero sulla dinastia degli Āl-Rashid, il clan rivale che era basato ad Hā’il).

Durante il convegno New-Med organizzato dallo IAI ad Ankara lo scorso 14 dicembre, Toby Matthiesen ha notato che la volontà da parte di paesi come Arabia Saudita e Iran di fomentare all’esterno dei propri confini divisioni di natura settaria va intesa tanto come una strategia volta a imporre il proprio peso politico nella regione, quanto come un modo per mantenere un ferreo controllo sulle rispettive dinamiche interne.

Ciò è quanto è avvenuto anche in relazione all’inizio del “processo di settarizzazione” della rivalità irano-saudita. Riyadh decise di svuotare di significato il messaggio di Khomeini - che reagì tra l’altro favorendo l’ascesa di Hezbollah - stigmatizzando la Rivoluzione come “eretica” e “puramente sciita”.

Dietro ad apparenti diatribe religiose vi erano dunque considerazioni pratiche di natura politica volte a rivendicare un preciso ruolo regionale e a neutralizzare potenziali destabilizzazioni interne: una “path-dependency” che ha avuto evidenti ripercussioni fino ai giorni nostri.

Una prospettiva extra-regionale
Stando a dati forniti di recente dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il numero degli incidenti di terrorismo è aumentato del seimilacinquecento percento (6,500%) dall’avvio della “guerra al terrorismo” (199 attacchi nel 2002 a fronte di 13,500 nel 2014).

È significativo rilevare che metà di questi “incidents of terrorism” è stata registrata in Iraq e Afghanistan. In molti hanno fatto notare che la “War on terrorism” abbia causato un numero esponenzialmente maggiore di vittime civili rispetto al terrorismo: un dato particolarmente significativo se valutato da un’ottica intra-regionale.

Le politiche di Washington, dall’operazione della CIA che nel 1953 abbatté il governo democratico e moderato guidato da Mossadeq, passando per i provvedimenti presi a seguito del rovesciamento del regime di Saddām Ḥussein e fino ad arrivare al recente accordo sul nucleare iraniano (che a dispetto dei suoi evidenti e numerosi meriti ha spinto Riyādh ad adottare una politica estera più spregiudicata), hanno contribuito in maniera determinante a polarizzare i rapporti irano-sauditi, nonché il presente e il passato recente della regione.

Ciononostante, un numero crescente di osservatori tende a ridimensionare questi e altri aspetti e a ricondurre la rivalità irano-saudita e la relativa destabilizzazione del Mediterraneo orientale a questioni quasi esclusivamente interne alla regione.

In questo contesto è significativo menzionare i giornali pubblicati in Inghilterra e in Francia all’inizio degli anni Sessanta dell’Ottocento a commento dei massacri tra cristiani e musulmani avvenuti durante la guerra civile in Libano, culminata con le persecuzioni di Damasco nel 1860.

La tesi secondo cui il mondo “civilizzato” stava osservando l’ennesimo scontro di un Oriente Islamico per sua natura fanatico e settario era già ben presente allora.

Ciò è ancora più degno di attenzione considerando che allora, proprio come oggi, gli scontri intra-islamici e tra musulmani e cristiani avevano poco a che vedere con l’Islam e la cristianità, bensì erano radicati e riconducibili a precisi, pratici e simultanei fattori storici (inclusa l’ascesa del nazionalismo etnico-religioso, l’“imperialismo umanitario” e le conseguenze “omogeneizzanti” delle Tanzimāt) senza i quali è ancora oggi difficile comprendere fino in fondo la genesi di tale percezione.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e research fellow al CMES di Harvard.
 
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